Corsa

Quest’anno Nicolò ha praticato uno sport. Lo pratica ancora. Corsa.

Il suo gruppetto è formato da circa una ventina di bambini. Alcuni hanno 5 anni come Nicolò, i più grandi 8, al massimo 9. Sono, tutto sommato, un gruppo compatto. L’unica differenza percepibile dall’esterno risiede nel grado di consapevolezza: iI più piccoli corrono in maniera random, inseguendo traettorie proprie, mentre i più grandi sono un po’ più disciplinati, se hanno più corsie a disposizione, utilizzano soltanto la propria, senza invadere le altre.
Ha pianto poche volte e soltanto di recente.

Il motivo lo abbiamo scoperto abbastanza rapidamente: gli istruttori avevano organizzato delle gare, gare alle quali hanno invitato tutti i bambini a partecipare. «Perché non vieni? Ci divertiremo!».


Evidentemente non si può correre per il puro piacere di correre. Bisogna sempre essere più veloce di qualcun altro.

Naturalmente avrebbero vinto tutti, come ci hanno subito detto gli istruttori per rincuorarci e per accreditarsi. Tuttavia non era quello il punto. Il punto era la gara, la richiesta di una performance, l’obbligo di una competizione laddove era banalmente evitabile.
I bambini l’hanno colto subito. Si sono fatti carico delle aspettative degli istruttori.
Alcuni con gioia, altri con angoscia.
Credo che abbia prevalso l’angoscia, ma questa è solo una mia supposizione.

Noi, alla fine, non lo abbiamo mandato. Abbiamo preferito portarlo al parco assieme ad Egle. Lì avrebbe continuato a correre senza dover battere nessuno.

In tutta franchezza, credevo (speravo) che, iscrivendolo a corsa, non ci saremmo imbattuti nella fesseria delle gare.
Sono stato ingenuo.
Purtroppo non è andata così. A quanto pare, non c’è modo di far praticare ai bambini dell’attività fisica senza associare ad essa tutto il resto, il contesto tossico che solitamente accompagniamo allo sport, ossia: competizione, ansia da prestazione, obbligatorietà della perfomance, idiozia delle classifiche, angoscia, senso di inadeguatezza, depressione.

Esserne coscienti non aiuta a risolvere la situazione, la complica soltanto. Impone delle scelte assurde: rassegnarsi a tutte queste minchiate pur di consentire ai tuoi figli di giocare assieme agli altri bambini o, al contrario, opporsi ad esse correndo il rischio di isolarli?

Mi piacerebbe dire di propendere verso la soluzione: duro-e-puro, ma non è così. Trovo sempre margini di negoziazione con la prima soluzione, quella rassegnata. In fondo, credo che sia più umana.

Oggi come ieri

A scuola di mio figlio – o forse sarebbe meglio specificare: “anche” a scuola di mio figlio – nei mesi scorsi, sono emersi episodi di bullismo. Alcuni bambini di quinta elementare, nei bagni, intimidivano, rinchiudevano e (in alcuni casi) picchiavano dei bambini di terza elementare. Ne è seguita una lettera infuriata dei genitori dei bambini di terza che poi si è tradotta, materialmente, in un maggior controllo dei bagni comuni. Stop.

Non ne ho scritto subito per provare a lasciare decantare ciò che questa scoperta ha creato in me, a ragionarci su.

Per accompagnare Nicolò in classe all’asilo, passo quasi ogni giorno davanti alle aule della scuola elementare.
Dato che le finestre sono sempre aperte, ho la possibilità di lanciare uno sguardo al loro interno, di capire come sono fatte. L’intento è quello di capire se e come sono cambiate dai miei tempi (anni ottanta) a oggi.

Direi poco.

A mio modo di vedere, a differenza delle aule d’asilo, dove è stato fatto un lavoro pedagogico importante anche sullo spazio didattico, le aule delle elementari sono rimaste ferme a quelle che erano trent’anni fa.

C’è una cattedra, subito dopo l’ingresso. È rivolta frontalmente verso tre file di banchi allineate in modo che da ogni banco sia possibile guardare solo la cattedra e le spalle di chi siede sul banco di fronte.
La cattedra è rialzata rispetto ai banchi. Accanto alla cattedra c’è una lavagna/LIM che serve all’insegnante per fare lezione.

La relazione banchi – cattedra non è affatto casuale. Crea un dispositivo di controllo molto forte. Un solo insegnante può controllare, in maniera molto rapida e molto efficace, cosa accade tra i banchi con un solo colpo d’occhio. Dai banchi, ciò è impossibile, si può al massimo controllare cosa accade alla propria destra e alla propria sinistra e tentare di ricostruire cosa accade nei banchi di fronte al proprio interpretando i movimenti delle schiene altrui. Un lavoro faticoso e spesso infruttuoso.

Al netto di tutto quello che si può pensare in merito, è evidente che una tale disposizione serve soprattutto a raggiungere due obbiettivi: i) evitare che si creino delle complicità indesiderate tra i banchi e ii) favorire in maniera smaccata una comunicazione unidirezionale, quella dell’insegnante verso gli alunni, disicentivando la comunicazione tra gli alunni (che infatti viene continuamente sanzionata).

I banchi, insomma, raccontano visivamente una gerarchia di potere molto chiara. Adesso come tren’anni fa, sono pensati per insegnare pratiche nemmeno tanto nascoste di obbedienza e cieca compiacenza, più che per trasmettere contenuti critici o capacità di rielaborazione delle proprie esperienze.
Lo fanno in maniera sfacciata, sfacciata e reiterata: giorno dopo giorno dopo giorno.

È abbastanza naturale, quindi, che passando e gettando uno sguardo al loro interno, accompagando mio figlio, io colga le stesse forme d’alienazione che registravo trent’anni e rotti fa, quando anch’io ero immerso in quello stesso dispositivo: bambini che scarabocchiando sui banchi, guardando fisso davanti a sé, digitando di nascosto qualcosa sul loro cellulare, dislocano se stessi e il proprio corpo su un altrove immaginario (da un lato), e insegnanti che spiegano guardando la finestra, provando in questo modo a fuggire allo strazio delle lezioni frontali (dall’altro).

Oggi come allora le pratiche dissociative – lungi da essere un fenomeno isolato o patologico – rappresentano vere e proprie strategie di sopravvivenza: vengono in soccorso a entrambi i lati della relazione didattica. Senza di esse, la scuola non sarebbe letteralmente sopportabile.

D’altro canto, dove altro puoi rifugiarti quando tutte le relazioni interpersonali sono fortemente deprecate (e sorvegliate)?
Le uniche forme di relazione concesse sono tutte piegate al raggiungimento di un “obbiettivo” all’interno dei cosidetti lavoretti di gruppo, e comunque sono sempre mediate dalla presenza dell’insegnante.
Sono comunque episodi sporadici, per la maggior parte del tempo i bambini sono spronati a fare da soli, a raggiungere gli obbiettivi prefissati senza farsi aiutare da nessuno, a non copiare o collaborare, ad essere anzi delatori di tutti coloro che provano a mettere in comune conoscenze, pratiche e strategie per raggiungere lo stesso obbiettivo.

I “compiti” sono personali.
Le verifiche sono personali.
Le valutazioni sono personali.
Solo le sanzioni, a volte, sono di gruppo.

In questo senso, non mi sembra che nulla sia cambiato realmente.
Se mi chiedessero di descrivere la scuola di oggi, lo farei esattamente negli stessi termini che avrei usato per la scuola di ieri: alienazioni sovvrapposte e vairamente intersecate; pratiche dissociative come estrema forma di resistenza all’horror vacui relazionale imposto dall’alto; pedagogia dell’obbedienza portata fino a esiti grotteschi; aziendalismo mascherato da pratica didattica (scarsa o nulla attenzione sui contenuti, focus sulle abilità e competenze, lavoretti di gruppo, continui step di valutazione e autovalutazione, enfasi smisurata sulla certificazione dei risultati, obbiettivi standardizzati, temporizzati e misurabili, etc).

Sarebbe, in altri termini, la descrizione di un immenso buco nero che, solo per ragioni di opportunità, fingiamo abbia qualche valenza pedagogica.

Sbaglierò, ma non mi stupisce che in contesti come questi, in logiche come queste, si sviluppano dinamiche di bullismo. Non ci vedo nulla di sorprendente.
Le considero forme particolari di alienazione. Le trovo del tutto analoghe a quelle che si creano in altri contesti simili gestite con logiche che scoraggiano in ogni modo la relazione tra pari (il nonnismo nelle forze armate, il mobbing nelle aziende, etc). Il “bullo”, il “nonno”, il “collega stronzo” sono figure che hanno molte caratteristiche comuni.

Azzardo un’ipotesi: laddove le pratiche dissociative falliscono nel tentativo di arginare l’alienazione, il naturale bisogno di relazione interpersonale torna ad emergere in maniera prorompente, ma lo fa come bisogno di tormentare l’altro.
Per via di quanto ha introiettato, quel bisogno che viviamo tutti – relazionarci con il prossimo – ci viene restituito in forme totalmente trasfigurate: il bullo, il nonno, il collega stronzo.

La loro emersione va ricercata nei dispositivi istituzionali che regolano i comportamenti tra gli individui, piuttosto che negli individui stessi.
Per questo tutte le campagne che portiamo avanti sull’argomento, secondo me, sono e saranno sempre prive di efficacia. Scaricano sui singoli individui, responsabilità che sono collettive e istituzionali.
Servono soltanto a individuare e sanzionare condotte particolari senza mai allargare lo sguardo sul problema generale.

Ma questa è soltanto l’opinione di un genitore.
Cosa vuoi che conti?

Poco più che un palliativo

La morte non è un fatto privato.

Lo diventa quando viene completamente depoliticizzata.

Lunghe sequenza di morti – legate al covid, al profitto, all’avidità – anziché essere considerate fatti socialmente mediati, sono dapprima trasformate in fatti di cronaca, poi trasmutano in post su facebook o instagram, finché non vengono riassorbite all’interno del discorso dominante. A giochi fatti non rimane altro che l’ostentazione di un cordoglio collettivo puramente cosmetico.

Si nega, insomma, alla morte la possibilità di essere eloquente.
Si occulta la sua dimensione sociale.
La si spoglia di ogni potenzialità politica – di disvelamento e critica di un modo di pensare e organizzare la vita collettiva – relegandola nell’angusto spazio del dolore individuale (dei famigliari, degli amici, dei compaesani) e delle responsabilità penali (chi materialmente ha inserito il forchettone, chi non ha controllato l’orditoio, il paziente zero e via dicendo). Nient’altro.

Le telecamere, i post, gli sguardi indugiano sul particolare, non allargano mai l’inquadratura. Prediligono la pornografia del dolore a qualunque forma di ermeneutica del dolore.

Se manca la critica del dolore, se tale critica viene negata alla radice, ogni discorso politico increntrato sul cambiamento o sul rovesciamento dell’esistente perde di senso.
Sentirai solo gente che ripete: “È così perché è così che va di solito”, in qualunque contesto, pubblico o privato.

Ci sono sempre ragioni oggettive capaci di giustificare qualunque morte.
E se non ci sono, viene in soccorso la statistica.
E se la statistica non funziona, siamo sempre in presenza di casi isolati, di fenomeni rari, di aberrazioni che non avrebbe senso generalizzare.

Senza la dimensione politica del dolore, la rivoluzione si trasforma presto in depressione. Viene curata con gli psicofarmaci, con i trainer motivazionali, con le teorie deliranti sul ritorno alla natura e l’autorealizzazione di sé. Diventa un brand. Inizia ad affollare le campagne pubblicitarie. Viene svuotata del suo significato semantico e riempita con qualunque cosa vagamente le somigli. Il futuro diventa lo spazio del nuovo, della dittatura del Nuovo.

La morte non è mai un fatto privato.

Se non torniamo a renderla l’elemento costitutivo delle nostre comunità politiche, qualunque nostro discorso (e qualunque nostro sguardo) continuerà a essere meramente analgesico. Poco più che un palliativo.

ESC

L’Eurovision Song Contest, in pratica, è un Festivalbar triste per cinquantenni, organizzato come Giochi senza Frontiere, dei quali ricalca persino l’ambientazione anni ottanta.

Io e Vale lo abbiamo visto ieri notte per la prima volta.Ci siamo addormentati tre volte. Un paio di volte abbiamo cambiato canale, sul 5 c’era la serata tributo ad Al Bano. Ci siamo ritrovati a cantare: “Su di noi, nemmeno una lacrimaaaaa” come se fosse una canzone vera.

Poi, presi da una strana forma di sconforto, tornavamo mansueti su rai1.

Pur saltando da un canale all’altro, siamo comunque riusciti a beccare la performance degli italiani. Il cantante, alla fine, ha urlato che il rock non è morto.

Sarà.

Sul 5, nel frattempo, Toto Cutugno cantava Sono un italiano abbracciato ad Al Bano, Pippo Baudo, Pupo e quel che è rimasto de I Ricchi e i Poveri.

Stamattina ho provato a rielaborare quanto ci è successo.Il fatto che non abbiano fatto condurre l’Eurovision Song Contest a Jocelyn per me rimane una ferita aperta, difficile da risanare.

Vale l’ha presa meglio.

Lei è più aperta alle contaminazioni. Lei, per dirne una, riesce a mangiare financo una granita messinese.

Foto di gruppo

Ci sono quelli che sorridono sempre.
Sorridono comprensivi se loro figlio scappa via, scomparendo tra la folla.
Sorridono comprensivi se loro figlia da fuoco a una ruota panoramica che poco dopo si sgancia dai suoi perni e inizia a rotolare diretta verso un asilo nido.
Sorridono comprensivi persino se un cane dilania le loro carni, brandello dopo brandello.
Sorridono come se sorridere, in quei frangenti, avesse senso.
Non credo che lo facciano perché sono contenti. Ho l’impressione che al contrario si tratti di gente parecchio triste.
Per loro, la comparsa dei figli è stata equivalente all’arrivo del meteorite che ha spazzato via i dinosauri. Si è abbattuta sul loro pleistocene fatto di canne, aperitivi e serie tv bevute tutte d’un fiato, portandosi via tutto, senza risparmiare nulla. E ciò che ha preso il posto di ciò che c’era, non somiglia nemmeno vagamente a ciò che lo precedeva. Inutile illudersi.
Constatare l’entità della devastazione occupa gran parte delle loro giornate.
Passano le notti, cercando sul loro smartphone le foto di quando erano ancora delle persone libere. Il loro petto si gonfia e sgonfia al ritmo dei sospiri. Verso le due o le tre, quando il buio diventa insopportabile, finalmente si lasciano andare. Accade tutto molto lentamente. Le guance pian piano si abbassano, la pelle si increspa, le labbra si richiudono sui denti e dalle palpebre comincia a sgorgare una lacrima, poi un’altra, poi un’altra ancora, fino a formare quel che comunemente viene definito pianto.

Al lato opposto della barricata, ci sono quelli che si lamentano sempre. Sempre e comunque. Loro non sorridono mai. Scuotono la testa ogni volta che chiedi loro: «Come va?», come a dire: “E come deve andare?”. Se non sei bravo a dileguarti, qualche istante dopo ti sciorinano tutto il repertorio.
Le loro conversazioni sono per lo più monologhi con oggetto: “i miei figli mi tormentano” o “i miei figli tormentano gli altri”. Gli episodi si somigliano tutti. Reazioni e comportamenti assolutamente innocui vengono ingigantiti fino a diventare casi di Stato. Le loro sentenze sono tutte inappellabili.
È facile individuarli: i loro figli chiedono scusa per tutto.
«X, che fai? Raccogli un fiore?»
«Sì, scusa, non volevo».

Poi ci sono quelli per cui i loro bambini, beh i loro bambini sono fantastici. È talmente evidente, strano che gli altri non lo notino subito. Fortuna che ci sono loro a rimettere le cose a posto.
«I miei figli? Non sai quanto sono stata fortunata».
E via di elenco: X è intelligente, ma incompreso, Y è divertente, intraprendente, sensibile, Z è uno spasso, X è dolce, oltre che amorevole, Y è unica, capito? Unica. (E poi ancora)
(E ancora)
(E ancora)
(E ancora)
(E ancora)
Va da sé che i bambini di tutti gli altri sono delle merdine a contorno; servono da sfondo per far brillare meglio i loro adorati pargoletti.
Se ti capita di parlare con loro, non puoi che prenderli per il culo, è talmente semplice, talmente naturale. «È chiaro che sono fenomenali, hanno due genitori come voi… la mela non casca lontano dall’albero che l’ha generata» e via dicendo.
Loro vi ascolteranno pieni di attenzione, annuendo compiti. Alla fine sussurreranno: «Sì, è proprio così», dissimulando un po’ di finto imbarazzo.
Il finto imbarazzo serve a sottolineare la loro umiltà, con supponenza. È come se si sbracciassero per dire: «Ehi! Ehi! Sono o non sono un genitore magnifico?» all’infinito, incuranti del lato grottesco della cosa.
E poi, quando nessuno li vede, danno ai loro figli dei pizzicotti. Ma non sugli avambracci, bensì sopra il gomito, dove i lividi non sono visibili, o sulle cosce, sulla parte celata dai pantaloncini. Lunghi pizzicotti sobri, sobrissimi, densi di rabbia repressa.
Deve essere così che sfogano la tensione di essere sempre sempre sempre i primi della classe.

Poco distanti da questi ultimi, ci sono quelli per cui ogni cosa, qualunque cosa, è un’OCCASIONE DI CRESCITA, persino l’omicidio colposo.
«Hai colpito con un machete il tuo compagnetto di classe all’unico scopo di stillare sangue direttamente dal suo petto? Bravo, amore. Adesso hai imparato cosa c’è dietro lo sterno!».
«Bullizzi quel bambino tisico? Bravissimo, amore. Questa si chiama integrazione. Così quel poveretto non si sentirà escluso.»
La loro incapacità di leggere la realtà diventa presto proverbiale. Vengono trattati come macchiette, finché un livido un po’ troppo acceso sulla testa dell’ennesimo compagnetto di classe non diventa la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Finiscono la loro carriera linciati in maniera cruenta dagli altri genitori, tra le urla di incitazione degli astanti.

Una menzione particolare va per quelli che amano alla follia trascorrere del tempo con i loro figli, che, ogni giorno, caschi il mondo, si ritagliano del tempo per giocare con loro, per raccogliere il loro punto di vista, per aiutarli a crescere, a prosperare, a fiorire. Ma solo su facebook, non nella vita reale. Nella vita reale ci sono un mucchio di cose più urgenti (o semplicemente più appaganti) da fare. Lavoro, amici, incombenze, bollette, videocall.
I loro post sono strapieni di like. Si tratta per lo più di selfie, il loro volto in primo piano, quello dei loro figli poco distante. Anche loro sorridono sempre.

Infine, ci sono quelli che banalmente non si interessano a nulla, che vivono la paternità o la maternità con un distacco olimpionico. Nulla di ciò che accade attorno a loro sembra scalfirli.
Per loro è semplicissimo crescere i propri figli. Basta ogni tanto alzare lo sguardo e verificare che respirino ancora.
Un po’ li invidio. Vorrei riuscire anch’io a guardare mio figlio mentre zoppica vistosamente trascinandosi dietro un braccio penzolante e lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue grumoso, in quel loro modo così particolare: inarcando il sopracciglio. Fine. Oppure: mormorando: «Ma dai». Fine.

E poi ci siamo io e Vale. Noi apparteniamo alla categoria degli ansiosi privi del più elementare ritegno. Guardiamo Nicolò correre e pensiamo: “inciamperà?”. Passiamo la borraccia ad Egle e pensiamo: “affogherà?”. Per noi, le alzate di spalle con cui gli altri genitori commentano i palesi tentativi di suicidio dei propri frugoletti sono semplicemente incomprensibili. Quando qualcuno ci ripete la storiella della campana di vetro: «Mica puoi far vivere i tuoi figli dentro una campana di vetro?», rispondiamo convintamente: «Ma certo che no», per un motivo molto semplice: le campane di vetro sono pericolosissime. E se si rompessero? E se collassassero su se stesse? E se rotolassero via impazzite? Mica siamo dei pazzi sconsiderati.
Io, tra l’altro, sono pure permaloso. Non sopporto avere torto. E, se per questo, non sopporto neppure di avere ragione. Ci rimango male.

Noi – io e Vale – completiamo il quadretto di questa edificante foto di gruppo: “Genitori nel 2021”.

E la cosa peggiore in assoluto è che, comunque, pur con tutti i nostri difetti, pur se vanesi, egoisti, permalosi, ansiosi, presuntuosi, sciocchi, insensati, noi (in senso ampio, io, Vale e tutti gli altri) siamo quanto di meglio c’è sul mercato.

In giro c’è anche di peggio.

Marmotte

Pesco a caso dal mucchio, copio e incollo qui:

Due signore, entrambe vestite con dei jeans e una t-shirt, ferme, in piedi, poco oltre l’area giochi. Una di loro ha incisivi grandi come lapidi: “Certo che una mandibola non fa quel rumore”.

Due signori vestiti da lavoro e una signora molto giovane, all’ingresso. Parla il signore alto, le sue esse sembrano effe: “Me lo chiami coccodrillo quello?”

Quattro mamme, disposte in cerchio, davanti al cancello. Indossano tutte la tuta: “La tazza era piena di sangue”.

Un signore anziano e quella che presumibilmente è sua figlia. O la moglie: “Serenase come se piovesse”.

Le frasi che colgo al volo all’asilo, mentre accompagno mio figlio in classe, nove volte su dieci sono inquietanti. Non so se capita anche ad altri.
Da un po’ di tempo a questa parte, ho preso ad annotarle sul mio smartphone.

Certo.

Forse non dovrei origliare, anche se non credo dipenda da me, quanto da questa curiosa circostanza di possedere un paio di orecchie collegate per mezzo di neuroni, carne, sangue al cervello. Le orecchie captano suoni: è il loro mestiere. Inutile opporsi.

E forse da scrittore, questa cosa qui dovrebbe stimolarmi o comunque interessarmi. Dovrei chiedermi roba del tipo:
Che rumore fanno le mandibole? A che serve saperlo?
Era davvero un coccodrillo? E se non lo era, cos’era?
Quale tazza? Quella del cesso?
Chi usa tutto quel serenase e perché?

Ma non ci riesco.

Nel senso che quelle domande me le pongo, eccome se me lo pongo, continuamente, solo che non mi portano a nessuna illuminazione. Non fanno scaturire alcun racconto breve, nessun romanzo, nessuna pagina scritta. Mi spaventano soltanto. 

Per la precisione mi terrorizzano.

La sensazione prevalente non è quella che si prova entrando al cinema a film già iniziato (guardi lo schermo e pensi: ehi, perché quelle marmotte volano in stormo? Chi ha dato loro dei nun-cha-ku?), quanto piuttosto quella che si prova entrando a casa con la musica in sottofondo che cresce d’intensità ad ogni passo (perché quelle marmotte hanno il viso imbrattato di sangue? Sono motoseghe quelle?).

Quando accade, Ninni solitamente corre di fronte a me. Lo guardo, così piccolo, così indifeso, e penso: “Faccio bene a mandarlo qui?”. I volti dei bambini, incorniciati dalle finestre delle classi a pianterreno,  nel frattempo, si spostano lentamente su di noi. Si muovono come al rallentatore.

Quando la sera ne parlo con Vale, lei minimizza sempre. “Sono soltanto squarci di conversazione. Sembrano strani soltanto perché sono decontestualizzati. Se avessi il contesto, scorrerebbero via senza problemi. Non ti fissare”.

Poi prende un coltello acuminato e comincia a tagliare il formaggio. Lentamente, molto lentamente.

Il guizzo

Nutro una profonda ammirazione unita a una vigorosa invidia per quelle persone che, nel bel mezzo di una discussione sono capaci di andarsene sul più bello, a metà di una frase –  lasciandoti appeso a una virgola, a un aggettivo, a una preposizione – senza alcun motivo apparente se non quello che credono sia giusto farlo.
Li trovo bellissimi. Parlano e poi di botto: puf, spariti.

Alcuni di essi, riescono a farlo persino a tavola con degli sconosciuti. Ad un certo punto si alzano e se ne vanno.

Non è semplice come distrarsi guardando lo smartphone, quello sono capaci tutti di farlo, basta veramente poco.
Scomparire senza alcun motivo apparente è tutto un altro discorso.

È una dote rara.

Credo che ci vogliano anni di allenamento per riuscire a padroneggiare il proprio corpo e obbligarlo a qualcosa di così profondamente innaturale.

Ci sono momenti in cui ho la sensazione che potrei raccogliere il testimone, passare anch’io al livello successivo delle relazioni mondane, ma niente, non ce la faccio, l’educazione mi frena, resto ad ascoltare fino alla fine. Non ho il guizzo.

Ma un giorno, un giorno credo che riuscirò anch’io a cogliere il momento giusto per dileguarmi nel bel mezzo d

Allocchi

Ancora sulla “cultura di destra”, sugli “intellettuali di destra”.

Secondo Antonio è soltanto questione di tempo: stanno conquistando spazi nei social, in tv, in radio, nelle case editrici, si stanno infiltrando negli atenei, piano piano arriveranno anche a prendersi la “cultura alta”, ad avere, anche loro, salotti importanti, salotti rinomati, salotti temuti.

Io non so se essere così fatalista. Riconosco che c’è un trend in atto, ma ci andrei cauto con le previsioni. Di solito le sbaglio sempre. Sono una specie di rabdomante degli errori di metodo.

Malgrado ciò, però, confesso che, sotto sotto credo anch’io che prima o poi lo sdoganamento sarà completo.
E, a volerla dire tutta, penso anche che sarà divertente, parecchio divertente.

È tutta gente che aspetta da decenni di poter occupare quegli scranni che gli sono stati (giustamente) preclusi, dai quali sono sempre stati cacciati via a pedate sulle gengive. Sono allupati. Questa, senza dubbio, è la loro occasione di riscatto. Presto avranno anche loro il potere di “far fallire le feste”.
E sarà tremendo, lo so. Si tornerà a parlare di patria, sangue, suolo, anima, tradizione, valori come se fossero cose reali, di vitale importanza, non fesserie per minchioni.

Allo stesso tempo, però, non vedo l’ora di osservare le loro facce quando scopriranno che in realtà quegli scranni, per i quali hanno lottato così tanto, sono inesorabilmente vuoti. E che probabilmente non sono nemmeno scranni, ma sagome di cartone, messe lì per illudere gli allocchi.

Sarà stupendo cogliere la loro espressione nell’attimo esatto in cui scopriranno chi erano gli allocchi.

Che vuoi che sia?

Leggo un post di uno dei miei contatti di facebook. Parla di cancel culture. Spiega che la cultura di destra in realtà è una contro-cultura, una contro-cultura osteggiata per anni e anni dal pensiero unico dominante e – va da sé – egemonico. Anche se non lo dichiara esplicitamente è piuttosto ovvio che si riferisce alla cultura delle ali più conservatrici di Lega e Fratelli d’Italia, i falchi. Un tempo avremmo semplificato chiamandola: “cultura fascista”.

Appena qualche riga più sotto spiega anche che questa “sua” cultura è l’unica vera cultura alternativa in Italia. La parola “alternativa” gli piace, si sente che la usa con intima soddisfazione. Lo si capisce dalla chiosa: “Ed è dura essere alternativi nel nostro Paese”. Continua così per altri due estenuanti paragrafi.
Forzandomi un po’, lo leggo fino alla fine.
Sotto, nei commenti, c’è una lunga sequela di bandiere tricolore. Per lo più foto di profilo ed emoticon.

Prima di togliergli ogni possibilità di guardare il mio profilo, mi chiedo come sia possibile che io abbia tra i miei contatti un tizio come quello. Controllo tra gli amici in comune, c’è un po’ di gente, qualche viso noto, due o tre visi sconosciuti, e nessun ricordo, nemmeno minimo.
Bah, mi dico, sarà capitato.

E poi, improvvisamente ricordo: due estati fa, in spiaggia, un mio amico. «Tu scrivi le sei cose, lui scrive questi suoi post, chiedigli l’amicizia, fa morire dal ridere. Certo, è di destra, ha questo difetto, ma che vuoi che sia?».
Eravamo sotto l’ombrellone, i bambini giocavano con la sabbia, tiravano su castelli stupendi, attorno noi c’erano solo altre famiglie silenziose, nessuna radio accesa, nessun urlo, nessun vocale rimbalzato da casse bluetooth, soltanto l’eco delle risate dei bambini e, in sottofondo, il rumore eterno del mare. E poi tepore, tanto tepore. Mi sono detto: “Quanta bellezza”. Ho guardato il mio amico, mi sono ripetuto: “Massì, che vuoi che sia?” e ho premuto invia.

Una delle frasi più stupide che abbia mai letto l’ha scritto uno dei miei scrittori più amati: “La bellezza salverà il mondo”.
Tutte minchiate. La bellezza non lo salva, non è il suo mestiere, lo distrae soltanto.

La tagliola

Ti ritrovi disarmato a leggere e rileggere lo stesso messaggio decine e decine di volte, cercando di interpretare il significato di ogni frase, in maniera complusiva.

Com’è possibile che “insegnanti e bidelle sapessero”? Perché non ne hanno parlato?
Cosa vuol dire di preciso quell’allusione? Chi sapeva cosa? Chi ha fatto cosa e a chi?
Il terreno ideale per la sovrainterpretazione paranoica.

Pur conoscendo a perfezione gran parte dei dispositivi retorici che in casi come questi scattano come tagliole, ci casci lo stesso, metti il piede dove non dovresti, e quando senti lo scatto è già troppo tardi.

La cosa più difficile da gestire è la scoperta di quanto sia ampia la zona nascosta della via di tuo figlio o tua figlia, quella che le tue antenne da genitore non riescono a raggiungere, l’ombra che lo o la accompagna, tuo malgrado.

Il gruppo

Questa mattina, sono anch’io entrato a fare parte del gruppo assai nutrito di genitori che, loro malgrado, devono fare i conti con il bullismo altrui.

Nel plesso presso il quale mio figlio frequenta l’asilo, dei bambini di quinta elementare, in bagno, insultano e picchiano dei bambini più piccoli, di seconda e terza elementare. Alcuni di questi ultimi, per timore di essere vessati, non vanno più in bagno.

Me lo riferisce a grandi linea una delle madri di una compagna di classe di Nicolò, perché io, in quanto rappresentante, lo riferisca alla maestra.
Poco dopo, mi inoltra anche il messaggio del rappresentante di una delle classi dove questi fatti sono venuti a galla.

È molto circostanziato. Descrive tutto nel dettaglio. Contiene anche delle minacce, nemmeno troppo velate. Le riporto qui fedelmente perché mi hanno colpito molto: “Chiediamo la massima punizione per questi individui e che vengano convocati i genitori, per certi versi veri responsabili di tutto ciò. Siamo molti e siamo molto arrabbiati e per evitare che succedano fatti spiacevoli chiediamo un intervento tempestivo e risolutivo già da oggi”.

Ci deve essere un modo per reagire in maniera corretta a queste cose quando ti accadono. Il mio probabilmente è quello meno corretto. In questo momento, a me preoccupa più la rabbia dei genitori che le spacconate dei bambini. Quel loro “siamo molti e siamo molto arrabbiati” non mi piace. Come non mi piace quel loro riferimento alla possibilità che avvengano fatti spiacevoli. Lo trovo assurdo, anche provando a mettermi nei loro panni, anche comprendendo la loro legittima preoccupazione.

Ma forse scrivo così perché non ho dovuto assorbire il racconto delle spacconate subite come invece è capitato loro. Tra l’altro, dal loro resoconto si evince che maestre e bidelle sapessero tutto. Se fosse vero, sarebbe molto grave.
È veramente un casino.

Spike

Di tanto in tanto li perdo di vista. Poi però li ritrovo sempre. Il campo del CUS non è poi così grande, e a quell’ora per di più è sgombro, non ci vuole molto, basta passare al setaccio con lo sguardo i punti all’ombra, solitamente sono lì.
Il loro istruttore si chiama Tresor, è un gambiano immenso, di lui so poco o nulla, soltanto che ama indossare cappelli con la visiera molto colorati e molto piccoli.
Oggi hanno provato gli allunghi. A gruppi di sette si stanno cimentando nei quattrocento metri piani. Nicolò è sempre l’ultimo.
Guardarlo correre mi piace molto. Mi infonde calma.

Provo ad attirare l’attenzione di Egle: «Guarda, Ninni corre!».
Fiato sprecato. Lei ama tormentare le siepi. Strappa i fiori, li butta per terra, colleziona le foglie, passa al vaglio tutti i sassolini che incontra per strada.

Da quando ho finito il libro di Cees Nootenboom ho sviluppato una piccola ossessione per le piante grasse.
Le cerco ovunque vedo vegetazione spontanea. Il mio sogno è di trovare un cactus uguale a quello di Spike, il cugino sfigato (e messicano) di Snoopy. Ancora non sono riuscito a coronarlo. Non so nemmeno bene cosa farò quando finalmente ne troverò uno. Probabilmente nulla, ma mi piace pensare di essere meno prevedibile di quel che sono.

Csaba

Csaba: prima era una dei tre protagonisti di “Cortesie per gli ospiti”, l’esperta di galateo, adesso conduce un programma di cucina tutto suo dove prepara: “ricette semplici, ma presentate con gusto”. Ne abbiamo visto un pezzo qualche giorno fa. Preparava una torta di pasta col guanciale. Maccheroni, sfoglia, taleggio, parmigiano, speck, tre diverse cotture, niente di speciale.

Poco prima dei titoli di coda, sono comparsi i figli. Erano vestiti come ragazzini dell’ottocento Nella finzione scenica, erano ripresi mentre preparavano la tavola. In sottofondo Csaba raccontava: «Allestire la tavola a regola d’arte, in fondo non è poi così difficile. In casa, lo fanno sempre i miei bambini». E poi rivolta verso la telecamera: «La tavola è un luogo importante, è lì che la sera ci riuniamo tutti assieme e ci raccontiamo l’un l’altro come è trascorsa la giornata».

Mi ha colpito, non tanto per l’evidente falsità della cosa, né per i costumi dei ragazzini – poco più che bambini – né tanto meno per la loro smisurata, grottesca attenzione verso posate e piatti, quanto per le parole che lei ha usato per parlare di sé e di sé in relazione a loro: “La sera è lì che ci riuniamo e ci raccontiamo l’un l’altro come è andata la giornata”, parole che ho ascoltate spesso – identiche e ugualmente false, posticce – in bocca ad altri genitori.

“La sera è lì che ci riuniamo l’un l’altro e ci raccontiamo come è andata la giornata”.

Quel “l’un l’altro” è davvero terrificante.

Magari non è così, ma ascoltando frasi del genere, la mia prima reazione è sempre stata pensare tra me e me: “Mentono. È talmente evidente”, salvo poi pentirmene poco dopo.

Forse dovrei spingere un po’ più avanti quest’analisi, chiedermi perché quella gente menta, perché abbiano un bisogno tanto smodato di un quadro edulcorato per parlare di sé e del rapporto con i propri figli, perché, insomma, preferiscano una minchiata alla semplice, banale realtà, ma preferisco quel piccolo, meschino, confortante senso di superiorità che provo nel pensare: “Mentono”.

In fondo non siamo poi così diversi.

Poiché

Potere del poiché: ogni volta che mi capita di ascoltarlo o di leggerlo dentro qualche chat, mi rallegra sempre. Per certi versi somiglia al “perché – propone una spiegazione, un punto d’attacco – eppure è profondamente differente: il poiché spalanca, è di fatto un grimaldello; il perché, al contrario, costruisce recinzioni, passa il filo spinato della retorica, ama i chiavistelli.

Ma ora basta, sembrano le confessioni di un grammar nazi.

In questi giorni ascolto Ambrose Akinmusire, On the tender spot of every calloused moment (Nel punto più tenero di ogni momento calloso). Mi aiuta a riflettere, a rimettere assieme i cocci dei ragionamenti.

In asilo, mentre accompagnavo Nicolò, ho incontrato Massimo. Giorni fa, mi ha chiamato, lo fa di rado e sempre per questioni che riguardano l’orario scolastico. Lavoravo così gli ho detto che lo avrei richiamato dopo, solo che poi me ne sono completamente dimenticato. Da allora è trascorso quasi un mese.

Forse avrei potuto confessargli questa mia dimenticanza, invece ho fatto finta di nulla, nella speranza che mi prendesse per rincoglionito pura drammaturgia. Mi ha preso per un rincoglionito.
Non so perché ho reagito in questo modo. È stato l’imbarazzo. Comincio ad averne paura.

Cees

Letto ieri dentro un libro di Cees Nooteboom che a sua volta citava un fisico (credo): «Se l’universo è la risposta, qual è la domanda?»

Se io sono la risposta, qual è o qual era la domanda?
Se Nicolò o Egle o Vale sono risposte, dove sono finite le domande?
Forse, mi dico, siamo l’uno la domanda dell’altro. Io la domanda di Nicolò, Egle la domanda di Vale, e così via, di permutazione in permutazione, domanda dopo domanda, risposta dopo risposta, associazione dopo associazione.
Bastano quattro persone per avere già un buon numero di intrecci possibili.

Oggi saranno celebrati i funerali del padre di Verena. Cancro alle vie biliari del fegato, lo stesso di mio zio. Mio cugino ha scritto un bellissimo post funebre sulla sua bacheca di facebook. Mi piacerebbe riportarlo qui, ma sento che non è giusto.
Ne ho visti anche altri, elogi funebri pubblicati su facebook, erano meno intensi, somigliavano a coccodrilli.
Questa cosa qui degli elogi mi ha colto di sorpresa. Ero abituato a dei laconici messaggi, due o tre righe in tutto, non a dei veri e propri discorsi.
Non pensavo che si fosse instaurata questa consuetudine. A quanto pare è piuttosto diffusa. Crea pathos e, allo stesso tempo, lo distrugge.

Soldini

125 chili. 125 chili sono tanti. Ho seguito le prescrizioni trovate su un sito, ho preso questo numero, 125, l’ho diviso per il quadrato della mia altezza, ottenendo 34, 6, il mio BMI. Secondo la tabella allegata poco più sotto, sono a un passo dall’essere un obeso di secondo livello (BMI poco superiore il 34,9).
Devo fare qualcosa. Ho due alternative: corrompere la bilancia affinché menta o, più banalmente, tentare di dimagrire.
Probabilmente opterò per la seconda opzione, anche se la prima ha decisamente più fascino.
Non mi sembra di mangiare tanto o particolarmente male, ma vabbé, mangerò di meno e meglio. Pazienza. È andata così.

*

Ieri, mentre con Vale provavamo a trascorrere un pomeriggio normale, facendo un giro in centro, ho ripensato a Soldini. Malgrado siano passati parecchi anni, ricordo ancora un servizio che lo riguardava. Lo ritraeva mentre tentava invano di attraversare una strada sulle strisce pedonali. Aveva trascorso talmente tanti mesi in mare da aver scordato alcune cose fondamentali, una tra queste cogliere il momento giusto per passare da un marciapiede al successivo. Era spaesato.
Forse sarebbe più corretto dire che era un disadattato.
Esattamente come me e Vale, dopo più di un anno di pandemia. Ci guardavano attorno, terrorizzati dalla gente priva di mascherina. Non riuscivamo a deciderci a comprare una birra, c’era fila ovunque. L’umanità del sabato pomeriggio ci sovrastava, non riuscivamo più a capire come muoverci, cosa dire, cosa fare.
Alla fine ci hanno raggiunto Federica e Peppe. Abbiamo trovato una piazzetta nascosta – e, soprattutto, vuota – siamo rimasti a parlare per un po’, finché non si è fatta l’ora di tornare a casa, da Egle e Nicolò. In auto, abbiamo continuato a fissare tutta quella gente senza mascherina, in silenzio.

Lussi

Complice il caso, oggi, io e Vale abbiamo dormito per quasi sei ore di seguito senza che Egle si e ci svegliasse. Erano due anni che non accadeva. Ci siamo addormentati alle undici, ci siamo svegliati poco dopo le cinque. Tra i due orari: sono piombigno, ma purissimo.
Ho addirittura fatto un sogno coerente, con dei personaggi ben delineati, una trama, dei dialoghi, una coerenza di fondo. Quasi un lusso.

Dimenticare

Mi avevano avvertito che sarebbe successo. È una di quelle cose che i genitori scafati con figli adolescenti dicono di prassi ai genitori di bambini che vanno all’asilo o alle elementari.
Ho sempre risposto che sì, sarebbe successo, che capita a tutti prima o poi, mentendo. La verità è che non pensavo minimamente che sarebbe successo a me. Davo sempre per scontato che fosse una cosa che non mi appartenesse.
Ieri, invece, è successo. Mi sono dimenticato di andare a prendere Nicolò a scuola.
Completamente dimenticato.

Circa un quarto d’ora l’orario d’uscita, mi ha chiamato Vale allarmata: «Dove sei? Mi hanno chiamato da scuola, ho sentito Nicolò piangere, mica te lo sei scordato».
Ho impiegato meno di cinque minuti per raggiungerlo. Al mio arrivo, Nicolò era tranquillo. Mangiava un panino.
Ho trascorso tutto il resto della giornata, chiedendomi come sia stato possibile.
Sono giunto alla conclusione che sono anch’io come gli altri. Inutile coltivare false illusioni.

Stamattina, invece ho visto riflesso sul parabrezza posteriore di un auto, la foto di un dottore sorridente. L’ho scambiata per la copertina di un album; invece era il riflesso di una pubblicità affissa sul muro alle mie spalle: “Vaccinarsi è sicuro”.

Genitori all’asilo

I PREVENTORI
COSA DICONO: Noi? Noi teniamo all’alimentazione dei nostri bambini. È fondamentale, fon-da-men-ta-le. Il nostro motto è “Prevenire, non curare”.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Nastrine della Decò, intervallate da biscotti di tipo gocciola tarocchi e di marca scognita. Meglio se avariati.

GLI INTEGRALISTI
COSA DICONO: Noi? Noi teniamo all’alimentazione dei nostri bambini. Abbiamo contattato un nutrizionista per evitare stupidi sbagli di cui poi potremmo pagare amare conseguenze in futuro. L’alimentazione dei NOSTRI figli è una cosa seria.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Nastrine della Decò integrali, intervallate da biscotti di tipo gocciola tarocchi e di marca scognita, però integrali. Meglio se avariati.

I CRACCO, I CANAVACCIUOLO
COSA DICONO: Noi? Noi odiamo quelli che danno merendine confezionate ai loro figli, la troviamo una cosa inconcepibile. È solo pigrizia. Pigrizia unita a egoismo. Cosa ci vuole a preparare una ciambella o una crostata al forno? Dai su non scherziamo.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Fette di ciambelle o crostate comprate in un Decò Gourmet (come i Decò normali, ma per una clientela più selezionata, meno proletaria).
A loro discolpa, va detto che c’è una linea intera di dolci prodotti apposta per sembrare fatti in casa. Con un aggiunta di prezzo non troppo eccessiva, puoi anche richiedere le versioni con i difetti di cottura (fondo bruciacchiato, interno un po’ crudo, zucchero a velo cristallizzato).

GLI STRONZI
COSA DICONO: Noi? Noi odiamo quelli che danno merendine confezionate ai loro figli, la troviamo una cosa di-sgu-sto-sa. Se la sera non trovi dieci minuti per preparare qualcosa ai tuoi bambini, non meriti di essere genitore. Scusate la franchezza, ma noi la pensiamo così.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Fette di ciambelle fatte realmente in casa, frutta, ortaggi di stagione, pancake di grano saraceno, feta, tutto rigorosamente preparato dalla baby sitter, a notte fonda, prima di tornare a casa. La spesa per le materie prime è ovviamente detratta dal suo stipendio. Non di rado, il cestino della merenda presenta tracce di saliva, unita a piccole dosi di stricnina.

GLI INTERNAZIONALISTI
COSA DICONO: Noi? Noi pensiamo che la merenda debba anche essere un momento inclusivo, d’integrazione, di scoperta dei gusti delle altre culture, delle altre civiltà.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Sushi. Noodles. Pane Carasau. In generale gli avanzi della cena della sera prima.
Naturalmente tutto cibo proveniente da delivery.

GLI UOMINI SOLI
COSA DICONO: Noi? Io. Da quando mia moglie mi ha lasciato, mi sono scoperto una persona nuova. Sono cresciuto, ho messo meglio a fuoco le priorità, ho finalmente intrapreso un percorso intimo che mi condurrà a una nuova maturità.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: tranci di pizza, ovvero gli unici avanzi della sera prima.

GLI SBADATI
COSA DICONO: Ah, giusto, la merenda. Dovevamo preparare la merenda. No, ma certo. La merenda. Sì, ok, la merenda. La merenda. La Me-Ren-Da.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: un beneamato cazzo. I loro figli sono generalmente spinti verso il furto o la prostituzione simbolica.

GLI OSSESSIVO-COMPULSIVI
COSA DICONO: Non c’è niente di meglio di un buon panino con la mortadella.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: un buon panino con la mortadella. Tutti i giorni. Tutto l’anno. Tutti gli anni.

I CRUDISTI
COSA DICONO: Noi? Per noi il cibo è un’occasione di trasmissione di pratiche e riti innovativi, ci consente di portare avanti un discorso pedagogico radicale.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Nastrine del Mulino Bianco. Patatine.

I FORTUNATI
COSA DICONO: Noi? Noi non ci arriviamo. Ci pensano i miei suoceri. Sono loro ad accompagnare i pupi a scuola e a preparare loro la merenda.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: ricchi piatti di pasta al forno, porzioni generose di melanzane alla parmigiana, cotolette fritte, cotolette al forno, patatine fritte, fragole, panna, ciambellone di ricotta. Il lunedì.

Temperare

Scoperte della paternità: sono bravo a temperare le matite.
Prima lo facevo in maniera svogliata, erano poco più che sveltine, adesso mi prendo il tempo giusto, do fiato al gesto, mi sembra di capirlo.

Non che sia un lavoro difficile, eppure penso di avere una sorta di piccolo dono inutile. Capisco al volo quando fermarmi, quando smettere di sperare che quella punta possa diventare migliore di quel che è già.
Allora le consegno a Nicolò o a Egle e provo a temperarne altre.
Da quel che ho capito, temperare è una pratica zen. Ti riaccosta al mondo, te lo rendo di nuovo docile.

Mi piacerebbe fare qualcosa di simile con i vecchi libri abbandonati. Rilegarli. Ricucirli. Regalare loro qualche altro anno prima del consueto – e in fondo banale – oblio.

Aidt

Ho terminato : “Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo”, di Naja Marie Aidt. Il sottotitolo è molto più bello, molto più sincero: “Il libro di Carl”.
In Italia, lo ha pubblicato Utopia, una casa editrice microscopica. Probabilmente questo significherà che avrà quattro lettori in croce, tutti lettori forti ed è un vero peccato.
Fortuna che in Europa ha avuto maggiore fortuna. Mi dispiacerebbe che vada perduto, vorrei che restasse.

Se leggi la bandella sembra semplice pornografia del dolore – una madre perde un figlio, una madre racconta la perdita, una madre prova ad abitare, come può, quell’assenza – in realtà è un libro molto profondo sul senso di quel gesto balordo, a tratti insensato, sicuramente grottesco, che è il gesto di scrivere qualcosa per qualcuno. Si domanda incessantemente se la scrittura sia realmente capace di incardinare l’assenza, di darle un tetto sotto il quale riposare.

L’ho letto quasi d’un fiato. Due mattine. Spesso ho avvertito il bisogno, quasi la necessità di piangere. Non è mai successo, ma il groppo era quello lì, saliva su ed esigeva il resto. Il pianto ha una geometria tutta sua.

Mi ha ricordato Alescino.

Sono un po’ deciso se consigliarlo o meno ad Alessandro. Vorrei che lo leggesse, allo stesso tempo ho paura che gli faccia (troppo) male, che lo ferisca.


Farò come ho sempre fatto: Lascerò che passi un po’ di tempo, poi deciderò.

Forse

Forse l’errore è pensare che abbia senso scrivere per un numero imprecisato di persone, la maggior parte delle quali sconosciuto, i cosiddetti: “lettori”.

Mi sto facendo ogni giorno più persuaso che bisogna fare esattamente il contrario: scrivere per poche persone, tutte conosciute, i propri cari. Vale. Egle. Nicolò.

E farlo con la stessa cura, con la stessa delicatezza di quando si scrive per sconosciuti, con lo stesso garbo, con lo stesso amore.

Resoconto#1

Qualche giorno fa, al mio rientro a casa dopo il lavoro, Nicolò mi ha accolto dicendo: «3+1: 4!». Poi ha provato a cimentarsi anche nel 3 + 4, ma si è un po’ confuso, ha detto 9 anziché 7. Usare entrambe le mani, rende tutto più complicato.

Oggi, invece, giornata piena. Di mattina siamo andati a mare, mentre nel pomeriggio abbiamo accompagnato Nicolò ad allenarsi, corsa per la precisione, in uno di quegli orari assurdi, dalle 15:00 alle 16:00.

Quando dico noi intendo me, Vale, Nicolò ed Egle. Nella mia vita, non c’è più alcun noi che non riguardi loro.

La spiaggia, come sempre, era piena di gente bislacca. Runner improvvisati, giocatori di golf altrettanto improvvisati, comitive di amiche anziane, uno o due sportivi ossessionati dal proprio corpo.

Il camposcuola, invece, era molto più sobrio. La “squadra” di Nicolò è composta da circa venti bambini. Sono quasi tutti più grandi, salvo uno o due che per lo meno in quanto ad altezza sembrano della sua età. Per la maggior parte del tempo corrono. Alcuni formano già una fila, altri, come Nicolò, corrono un po’ dove cazzo pare loro per il puro piacere di correre.
Attorno a loro, succedono parecchie cose. C’è gente che si allena. Gente che si sbraccia. Gente che cammina lentamente a bordo campo. Gente che ride sonoramente delle proprie battute.

Al campo, abbiamo incontrato Salvo, un vecchio compagno del Guernica. Ci ha raccontato un sacco di roba. Una storia mi è rimasta impressa. Era al bar con un’amica. D’un tratto, nota uno degli allenatori, un congolese, la cui famiglia era dovuta fuggire dal Congo quando lui era bambino per motivi politici.
Lo saluta, come sempre: «Ciao, Tresor», convinto che si chiamasse Tresor. Quando la sua amica gli fa notare che sembra esserci una grande complicità erotica tra lui e l’aitante congolese, scopre che in realtà il suo amico lo aveva preso in giro per anni. Non si chiamava Tresor. Tresor era ciò che gli diceva la madre ogni volta che lo vedeva.

Di tanto in tanto, Nicolò si voltava verso di noi , alzava il braccio, ci salutava.

Tornati a casa, ho fatto il bagnetto ad Egle. Strano ma vero: oggi non ha fatto troppe storie per uscire dall’acqua. Sono bastati giusto cinque minuti di negoziazioni estenuanti. La promessa di poter guardare qualche video su youtube è stata dirimente. Adesso è sdraiata sul divano. Cerca per lo più video di Peppa Pig

Il posto nella catena

Di tanto in tanto, andando in auto, ci capita di incrociare l’insegna di un centro commerciale.

Allora Nicolò si gira verso la sorella e le spiega cos’è un centro commerciale, visto che lei, a causa del covid, non ne ha letteralmente mai visto uno.

L’idea che Nicolò ha di un centro commerciale è questa qui: è un posto dove, poco prima di entrare al supermercato, ci sono delle macchine a gettoni sulle quali si può salire da soli o in coppia, meglio se in coppia.

Le prime volte che lo abbiamo sentito raccontare cos’era la vita senza covid, a me e Vale è salito il magone, poi, pian piano, col tempo, ci siamo abituati. La cosa ha smesso di essere dolce e triste, è rimasta soltanto dolce.

Pensavo a questo perché ieri, Nicolò ci ha chiesto se c’era il virus anche quando lui era piccolo, segno che sta dimenticando il periodo precedente alla pandemia. Ha quattro anni, quasi cinque, era inevitabile che accadesse.

Così, abbiamo preso il suo posto nella catena delle spiegazioni, ci siamo messi a raccontargli cos’era la vita senza covid, come faceva lui con la sorellina.

Visti da fuori, a un occhio esterno, dovevamo sembrare anche noi dolci e tristi. Spero che col tempo, anche noi, smetteremo di sembrare tristi e rimarremo soltanto dolci.

Mio malgrado

Ogni volta che qualcuno mi mette a parte, mio malgrado, delle sue abitudini alimentari, dopo un po’, nel mio cervello, viene proiettata una scena, sempre la stessa: uno studio bianco, ordinato, pulito, impeccabile. Una scrivania piena di fogli sparsi, per lo più grafici, anamnesi. Poco discosto da essa, uno specialista ipercostoso è in piedi, di fronte alla finestra. Indossa un camice, guarda in controluce l’esito di una tac, una lastra, grattandosi il mento per due lunghissimi minuti, terminati i quali, volge lo sguardo verso di noi – me e la persona che mi sta parlando di cosa mangia e perché – chiedendo:

«Chi di voi mangiava gallette di riso?».
Io resto fermo, l’altro o l’altra si lasciano fuggire uno sguardo colmo di rammarico.

«Lei? E alimenti senza glutine?».
Altro sguardo colmo di rammarico.

«Sempre lei? Non mi dica che beveva anche centrifugati»
«Parecchi»

«Beh, coraggio, pensi che non è l’unico, della sua generazione, ad essersi buttato mani e pieni in braccio a una sorte certa».

Altro silenzio interminabile colmo di significato: «Lei può andare. Ci lasci soli per favore».

Ho giusto il tempo di godermi i primi singhiozzi del mio vicino, prima di tornare alla realtà. E, come per incanto, tutto torna a essere sopportabile. Quasi allegro.

Grande Giove

Se il 6 marzo di 20 anni fa, il 6 marzo del 2001 – prima di Genova, prima dell’undici settembre, prima della crisi del 2008, prima della pandemia, prima di tutto – Doc Braun, un mio amico strampalato, grazie a una DeLorean modificata e alimentata a uranio rubato ai libici, mi avesse regalato la possibilità di guardare per 10 minuti il mondo di oggi, e io mi fossi fatto convincere a provare, arrivando qui, nel 2021, vedendo che la gente gira per strada muta, sopra un tappeto di cenere lavica, fissando degli strani oggetti lisci retroilluminati delle dimensioni di un taccuino e, come se non bastasse, indossando pure delle mascherine chirurgiche, probabilmente, al ritorno, avrei festeggiato con uno strano umore il mio ventunesimo compleanno.

Forse ad un certo punto, avrei pure cominciato a credere che il flusso catalizzatore non funzionava o che si fosse trattato di un sogno.

Dubito comunque che mormorare: «Grande Giove», mentre soffiavo le candeline, avrebbe migliorato la situazione.

Grande Giove.

Panorama

C’è un punto, al Parco Gioeni, da cui è possibile abbracciare con lo sguardo un buon pezzo di Catania.
Poco prima non c’è nulla, soltanto vegetazione. Giri un angolo e il panorama si allarga di colpo. Compaiono palazzi, tetti, balconi, terrazze, il porto, e poi il mare.

L’angolo visuale crea uno strano effetto ottico: Il mare si staglia sopra i profili dei palazzi. Sembra quasi che la città si agiti sotto il livello della costa, che con i suoi palazzi, con le sue strade, con il suo brulichio di vita, occupi una buca sottomarina, che, insomma, il mare la sovrasti.

Ogni volta che mi capita di guardarlo, provo sempre a convincere anche a Nicolò ed Egle a fare lo stesso, vorrei che posassero il loro sguardo su di esso, convinto che possa interessarli.
Non sortisco mai alcun effetto. Guardano sempre e inesorabilmente altrove.

Lo guarda, ogni tanto, Vale. Si ferma, infila le mani in tasca, resta lì a osservare la città qualche istante, poi riprende a camminare, a volte al mio fianco, a volte al fianco di Egle o di Nicolò.

Tutto questo

Ricoperta di tutta questa cenere nera, non so bene perché, Catania sembra più bella. Più bella e sfinita. È tutto come abraso.

Ho fatto il conto delle case in cui ho abitato sinora.
Arrivato a venti, ho lasciato perdere. Sono molte.

Di alcune conservo ricordi molto nitidi, di altre solo qualche sensazione.

Mi sono accorto di ricordare con più affetto le case vecchie, quelle piene di stanze, senza grandi spazi aperti, piene di corridoi, di porte, di angoli morti, di roba accatastata senza un motivo preciso, dove ogni volume era un mondo a sé stante, scisso dagli altri.
Credo che dipenda dal fatto che da bambino e poi da ragazzo ho abitato per lo più in case vecchie: spazi angusti, illuminati male, spesso freddi, freddissimi d’inverno e caldi, caldissimi d’estate, caotici, confusi, schizofrenici.
Tutta roba che è oramai scomparsa o in procinto di scomparire

Le case di ora sono diametralmente differenti dalle case di un tempo. Esibiscono spazio, linee dritte, confort, cura maniacale per il dettaglio, stile.

È come se avessimo deciso collettivamente di rimuoverle e costruire altro al loro posto.
Se qualcosa rimane, rimane perché è affittata a studenti o perché è abitata da anziani. È evidente, tuttavia, che è una soluzione di compromesso. Presto o tardi, ciò che rimane sarà assimilato al resto o sarà definitivamente abbandonato e trasformato in macerie.

È un bene? È un male?
Probabilmente non è né un bene, né un male, o forse è entrambe le cose, un bene e un male allo stesso tempo.
Inutile perdere troppo tempo a rimpiangere il passato.
E, allo stesso tempo, è inutile fare troppo le pulci al presente. Si corre il rischio di diventare dei cattivi sociologi o, peggio, dei brutali entomologi, roba che non mi appartiene (o meglio: che non voglio che mi appartenga).

So che Nicolò ed Egle chiameranno “casa” ciò che adesso ci accingiamo ad andare ad abitare, e chiameranno “casa” anche ciò che vedranno nelle case dei loro coetanei. È lì che stoccheranno i loro ricordi. E ciò che chiameranno casa non può coincidere con ciò che io, sinora, ho chiamato casa.
Mi basta questo.

I nostri mondi, quasi certamente, saranno differenti. Stenteremo a capirci. Faticheremo a trovare percezioni simili. Produrremo ricordi differenti.

Questo, d’altro canto, è il nostro mestiere: quello mio e di Vale di invecchiare, quello loro di crescere. Se troveremo un punto di congiunzione, bene. Sarà un caso fortunato.
Se non ne troveremo, bene lo stesso. Probabilmente sarà un caso fortunato anche quello.

In fondo, sto scrivendo per loro.
Perché rimanga traccia di tutto questo. Di noi, di loro, delle case che abiteremo, delle persone che abbiamo incontrato, di quelle che incontreremo.

Abitare

Pronunciamo spesso frasi che hanno a che fare con l’abitare: “abitare un sentimento”, “abitare un amore”, “abitare una situazione”, “abitare un dolore”, “abitare un lutto”, “abitare la realtà”.
Ma è tutta roba che ha poco a che fare con l’abitare.

Non si può abitare un sentimento, come non si può abitare un amore, un lutto o una realtà. Sono soltanto metafore.

Diciamo: “abitare un sentimento”, inarcando un sopracciglio, e improvvisamente ci sembra di aver dato profondità a un pensiero banale, e improvvisamente abbiamo dato profondità a un pensiero banale.

Sarà per questo che andiamo matti per le metafore, sono i piccoli giocattoli retorici con i quali alimentiamo il nostro eterno bisogno di gratifica, di consolazione. Senza le metafore noteremmo prima quanto sono stupide le cose che pensiamo.
E ‘abitare’ è una parola magica, sembra fatto apposta per le metafore.

La realtà, tuttavia, è differente.

Nella realtà è possibile abitare soltanto le cose: I muri, le pareti, i pavimenti, i solai, i mobili. Sono tutto quello che abbiamo per illuderci di avere una palpebra da qualche parte, capace di dividere in maniera netta interno e esterno, ciò che conteniamo, da ciò che ci contiene.

Sono le cose, il perno attorno a cui ruotiamo, come carrucole, non le parole.

Abitare una cosa significa aprire una porta e gettare un corpo al suo interno.
Quando la porta si richiude, di quel corpo, sulla soglia, non rimane nulla, nemmeno una sagoma, nemmeno un’ombra.
Quando la porta si riapre, è possibile scorgere quel corpo (o la sua sagoma) (o la sua ombra) mentre si muove al suo interno, ammesso e non concesso che le cose abbiano un interno e un esterno, mentre cade, mentre si rialza, mentre siede, mentre pensa, mentre resta in bilico tra due o più opzioni, mentre piange, mentre le luci del giorno lo inghiottono.

Ad ogni porta, corrisponde una cosa abitata.
Se non c’è una porta, nessuno abita quella cosa. O forse la abitano tutti. Vai a capire perché.

A lato di ogni porta, di solito, c’è un campanello. Serve a richiamare l’attenzione in maniera decisa. Volendo, si possono anche battere le nocche contro la porta, anche se solitamente nessuno è particolarmente incline a farlo. Lo si faceva in passato, adesso lo si fa sempre meno.

L’insieme delle cose abitate da un corpo si chiamano: “casa”.

Le case non hanno un nome.
Le case sono case e basta.
Assegniamo un nome proprio praticamente a qualunque cosa, ad eccezione delle case.

“Casa” è il nome di ogni casa. Qualunque altro nome sembra sempre superfluo. Quasi che “casa” racchiuda in sé chissà quale altro significato, chissà quale altro senso.
In realtà la parola casa non racchiude in sé nulla. È perfettamente cava.
Liscia, opaca, disadorna.

Le cose abitate, dunque, si chiamano “case” e basta.

La poesia del nostro vivere quotidiano sta tutta qui, in quest’assenza di nomi, in questo vuoto del linguaggio presso cui dimoriamo. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, sempre.

Guardare

Sto imparando a guardare le case.

Ci ho messo 40 anni – è vero – però adesso, complici gli infiniti giri per mobili e la ristrutturazione, sto pian piano mettendo a fuoco molte delle cose che finora erano rimaste inerti sullo sfondo: corridoi, ingressi, maniglie, battiscopa, fughe, termosifoni, crepe, fornelli. È un po’ come imparare a leggere.

Ci sono case piene di bambini anche se magari non vedono un bambino da decenni. Ce ne sono altre dove di bambini non c’è neanche l’ombra, anche se magari hanno due o tre bambini che di tanto in tanto fanno capolino dalle loro stanzette tristi, tutte uguali.

Alcune case sono commoventi nel loro tentativo di sembrare abitabili, ce la mettono tutta, davvero tutta, ma invano.
Altre sono crudeli, lo senti proprio che odiano le persone. Tu entri e loro, acquattate nell’ombra, ti ringhiano contro.

Ce ne sono poi di troppo nuove, e di troppo vecchie. Quelle troppo nuove si sbracciano per farsi notare, saltellano gridando: «Ehi! EHI!». Quelle troppo vecchie si nascondono tra i palazzi più alti, non hanno o non mostrano (che poi è la stessa cosa) più alcuna velleità, desiderano soltanto essere lasciate in pace.

Le case delle persone sole sono tutte inesorabilmente pulite. Splendono. Quelle delle persone numerose hanno sempre qualcosa abbandonata dove non andrebbe. un libro, un paio di scarpe, un pacco di cracker.

Le case realmente abitate tengono a raccontartelo fin sulla soglia. Entri e loro cominciano a parlare.
Quelle abitate di rado, invece, provano sempre a bluffare. Ad alcune il bluff riesce, ad altre no. La verità viene subito a galla e solitamente è inclemente.

Le case tristi le riconosci subito: piangono in maniera sommessa. Guaiscono. Le parole cadono da ogni parte, rotolano sul pavimento, vanno a finire sotto i mobili.

Le case felici sono più difficile da scovare, da capire. A volte ridono. A volte le trovi affacciate alle proprie finestre, esposte. A volte stanno semplicemente lì. Le attraversi e avverti un piccolo lampo di gioia. Dura un istante, poi scompare.

Le case felici non si somigliano tutte. È proprio il contrario.

La vita

La vita è tutto ciò che accade nei giorni feriali mentre io e Vale cerchiamo mobili, piastrelle, pavimenti, cucine. Sul web, nel mondo reale, mentre mangiamo, mentre lavoriamo, poco prima di andare a letto, negli spazi vuoti tra un’incombenza e la successiva.

La settimana scorsa abbiamo iniziato la ristrutturazione dell’appartamento dove andremo a vivere tra qualche mese.

Nel luogo in cui nelle case solitamente c’è un solaio, in realtà, c’era soltanto un contro-soffitto, poggiato malamente sui muri di casa. Lo abbiamo scoperto il secondo giorno quando un pezzo di questo contro-soffitto è caduto in testa agli operai, non appena hanno provato a rimuoverlo.
È ceduto di schianto, senza dare alcun preavviso. Fortuna che nessuno si è fatto male.

Ora che hanno rimosso tutto, sopra le stanza non c’è nulla, solo la trama regolare delle tegole del tetto.
Ci toccherà rinchiudere nuovamente quel nulla che si è spalancato dove prima c’era il soffitto, metterlo in sicurezza, farlo tornare a essere un sottotetto.

«Non c’è appartamento senza magagne», ci ha rassicurato Donatella, la direttrice dei lavori, «solitamente escono fuori intorno alla fine del primo mese, in questo caso sono uscite subito. Meglio così».

Sono tornato a scrivere dopo qualche settimana di silenzio.

Acqua

I bambini hanno raccolto dei ciottoli. Alcuni li hanno conservati, altri li hanno lanciati in mare. Vale ha scattato loro qualche foto, io armeggiavo con paypal per acquistare dei biglietti, un’esibizione online di alcuni nostri amici. Abbiamo pranzato presto.

Verso le due ci siamo spostati in un parco dove andavamo sempre in estate. Era deserto.

C’erano diversi giochi, formavano un galeone. Potevi entrare da dove volevi, attraversarlo in lungo e largo, scivolare giù da scivoli di ogni tipo. Chissà perché quando ero bambino io, non c’era mai nulla di simile in giro. Verso le tre è iniziata ad arrivare altra gente, molta della quale senza mascherina, così siamo tornati sulla riva. Egle ha protestato un po’, ma poi, non appena ha visto il mare, si è calmata.

Ha ripreso a raccogliere ciottoli e lanciarli in mare. Di tanto in tanto tornava da noi e urlava: “acqua!”.

Una nostra amica ci ha mandato un messaggio ironico a proposito di suo figlio. Abbiamo riso, poi io mi sono vergognato di aver riso. Mi capita spesso, oramai. Sto invecchiando. In auto, al ritorno, i bambini si sono addormentati di botto.

Ne abbiamo approfittato per ascoltare un po’ di musica col bluetooth dell’auto.

Vale si è tolta le scarpe e ha steso i piedi sul parabrezza. Erano anni che non lo faceva.

Entrambi

Hai di fronte un tizio che ti sta particolarmente antipatico. State giocando a testa e croce da ore. Tu ti ostini a dire: «Testa», lui a dire: «Croce».

Finora ha vinto quasi sempre lui. Per rendere la cosa più divertente – o più tragica – decidete di giocare centomila euro su un ultimo lancio. Non partite dalla stessa condizione iniziale: lui è ricco, tanto ricco, tu no, tu sul tuo conto personale, hai circa diecimila euro in tutto, racimolati a furia di anni e anni di lavoro. È letteralmente tutto quel che hai. Decidi di giocare comunque. Senti che uscirà “Testa”. Non può non uscire “Testa”. Tocca a lui tirare. Seguite entrambi con lo sguardo la monetina volteggiare per aria, salire su, su, sempre più su, per poi ricadere sul palmo del tuo avversario.

Poco prima di dire per l’ennesima volta: «Testa», ti accorgi che lui è stato più furbo di te: ha sbirciato il risultato prima di richiudere il palmo. Ti guarda e scandisce per l’ennesima volta: «Croce». Ha lo sguardo tronfio, il sorriso sarcastico. Ecco, essenzialmente per me il mondo si divide tra quelli che sospirando alla fine mormorano: «Croce» e quelli che continuano a rispondere a oltranza: «Testa», pensando che sia un bluff.

E per quel che vale, per quanto mi riguarda entrambi hanno ragione.

Perché non dovrebbe

“È un’ottima alternativa alla medicina tradizionale”: lo sostiene un volantino a proposito dell’aroma therapy.

Ieri mi stupivo che esistesse ancora il televideo, oggi scopro che c’è ancora gente che lucra sull’aroma therapy. Pensa che vita movimentata, la mia. “Perdonami, madre, por mi vida loca”.

Forse, però dovrei guardare la faccenda da un altro punto di vista, più aperto, più disponibile alle contaminazioni. In fondo, quello ad avere torto potrei benissimo essere io. Se prima o poi mi romperò un braccio o una gamba, volendo, potrei valutare l’ipotesi di ricorrere una terapia basata dell’olfatto, invece che andare al pronto soccorso.

Magari soffrirei come un cane, una volta calcificati mi procurerei dei danni irreparabili agli arti, però IN CONPENSO avrei un profumo buonissimo. Inebriante.

E per il dolore c’è sempre l’effetto placebo. Funziona con l’omeopatia, perché non dovrebbe funzionare anche con gli aromi?

Televideo

Il televideo è ancora lì, nascosto nei meandri più oscuri dei nostri televisori, a tenere duro, come l’ultimo vietcong.

L’ho scoperto ieri.

C’è, dunque, qualcuno che lo aggiorna.Non so voi, ma io lo trovo struggente.

Lupo

Ogni notte, Egle balza su dal letto, urlando: «Lupo!».
E continua a ripetere: «Lupo, Lupo, Lupo» all’infinito, finché non inizio a raccontarle di quel che la mamma ha chiesto a Cappuccetto Rosso.

Poco prima dell’incontro tra la bambina e il lupo nel bosco, urla: “Acqua!”. Fa anche questo parte del gioco. Le piace interrompermi per chiedermi l’acqua.
Io allora le vado a prendere la borraccia. Al ritorno, sta saltellando tutta contenta. Le do l’acqua e si rimette in posizioni d’ascolto.
Dura trenta secondi massimo, poi torna a saltellare.
Si distrae in continuazione, ascolta una frase ogni tre, cazzeggia, tergiversa, cade, si rialza, cade di nuovo, eppure ho l’impressione che segua ogni particolare, che conservi ogni parola.

Poi passiamo ai tre porcellini.

Quando finiamo anche i tre porcellini, le dico buonanotte, lei mi risponde: “notte” e finge di andare a letto.
Due minuti dopo saltella di nuovo chiedendo di essere presa in braccio.

È la cosa più vicina a un rito che abbiamo creato. L’abbiamo creata insieme, notte dopo notte.
E non passa per la scrittura, passa per la voce. Senza la voce, la vicinanza, il calore, non avrebbe alcun senso. Questo nostro rito, molto banalmente, non sarebbe mai esistito.

Non so se è stato un errore, ma qualcosa è andato irrimediabilmente perduto quando abbiamo deciso di abbandonare la trasmissione orale per la scrittura, ne sono sempre più convinto.

Le storie sono queste cose qui. Fissate sulla carta diventano un’altra cosa.

Migliore? Peggiore? Forse dovrei rispondere “migliore”, ma sento che la risposta più giusta è “peggiore”. E non so nemmeno bene il perché. Lo sento e basta.

Penso che tutto dipenda da quell’oggetto strano che chiamiamo: le storie.

Le storie, già, le storie. Le storie sono il punto.

Ne nascevano a migliaia, forse a milioni, decine di milioni se si considerano le ramificazioni, le varianti, le divagazioni, alla fine però sopravvivevano in poche, sempre le stesse, un centinaio, forse meno, tramandate di generazione in generazione col favore della prossimità, a volte geografica, a volte parentale, a volte casuale.

Nel passaggio da una testa alla successiva, qualcuno aggiungeva qualcosa, qualcuno toglieva qualcosa, qualcuno sfigurava il contesto, qualcun altro i personaggi comprimari, non ci si capiva niente, la stessa storia scompariva da una vallata per riapparire due o tre montagne più a est, qualcuna era talmente irriconoscibile che cambiava senso, significati, destinatari.

E di testa in testa, amplificate di bocca in bocca, travasate di orecchio in orecchio, sono arrivate fino a me e da me a Egle.
Che ogni notte mi guarda e urla: Lupo! esattamente come avrebbe fatto se fossimo vissuti nel neolitico.

Gente astuta

Ieri, ho trovato una chiamata proveniente da un numero sconosciuto sul mio cellulare.

Un caso? Non credo.

Assodato che da qui fino a fine legislatura Draghi si comporterà da commissario (tra le ola di quanti grideranno: Urrà, finalmente un competente! È un grande presidente! Il migliore che potesse capitarci!”), resta da capire chi ricoprirà il ruolo di curatore fallimentare quando l’onda (e la sbornia) del recovery plan sarà passata.

Può darsi che ce lo facciano scegliere alla prossima tornata elettorale, ma può darsi anche che sia un’ennesima figura terza, come Conte, spuntato dal nulla per mettere assieme una maggioranza qualunque all’interno di uno scenario post-elettorale caotico.

Chi può dirlo?

Per sicurezza, ieri poi, non ho richiamato.Poteva essere Mattarella. Magari si sarà detto: “Conte è ormai bruciato. Sai che faccio? Chiedo a quel coglione di Zito, lui è fesso, lui potrebbe starci”.

D’altra parte, è un vecchio democristiano, cose così sono nelle sue corde.

Col cazzo che richiamo. Per il momento è meglio tenere un basso profilo.

Quella è gente astuta.

Astuta e spietata.

3 febbraio

A quanto pare, Dostoevskij era convinto che anche noi uomini potessimo andare in letargo, o meglio: era terrorizzato dall’idea di andare in letargo, temeva di essere seppellito per sbaglio. La sua era un’autentica ossessione. Prima di schiacciare un pisolino, si assicurava sempre che, nei dintorni, ci fosse qualcuno disposto ad aspettare almeno tre giorni prima di procedere alle esequie.

Quando l’ho letto, devo ammettere che sulle prime ho pensato: “ma guarda che roba strana”, poi però ho riflettuto meglio, cercando di tenere la mente ben aperta e scevra da pregiudizi. Mi sono chiesto: “È davvero possibile escludere l’ipotesi di un cadere in un improvviso letargo?”

Mi sono risposto che no, non è possibile. Magari è già successo altre volte, senza che nessuno lo abbia certificato. Chi può dirlo?

Morale della favola: penso che comincerò a seguire anch’io il precetto del buon Fedor. Devo ancora decidere se istruire Egle o Nicolò, anche se forse sarebbe più saggio istruirsi entrambi: “Se papà non si muove, non datelo subito per defunto, non correte subito a chiamare Mario Draghi, potrebbe essere soltanto andato in letargo”.

2 febbraio

Ieri, Antonio mi ha mandato un link, un articolo scientifico pubblicato sul Lancet. Sosteneva che le società soggette a regimi liberticidi avrebbero maggiore probabilità di sopravvivere a una pandemia rispetto a quelle più liberali.

Un’ipotesi suggestiva, talmente suggestiva che me la sono annotata sul taccuino.

Potrebbe sempre tornarmi utile quando fonderò la mia tirannia assoluta. Potrei usarla come spinta motivazionale durante le fasi più dure (e ahimè truculente) della costruzione delle mie personali piramidi: “E allora il covid?”

Poco più tardi, Nicolò mi ha raccontato che Sant’Agata, da bambina, non si chiamava mica Sant’Agata, ma Agata, glielo aveva detto la maestra di religione a scuola, e io, come sempre, ho finto stupore.

Se tutto procede secondo i piani, tra qualche anno sarà già squisitamente ateo.

29 gennaio

Sono sempre più convinto che tra i parlamentari circoli clandestinamente una sorta di piccolo manuale segreto che alla voce: “Crisi di governo”, reciti: Quando ti chiedono del premier, se non sai cosa rispondere, prendi tempo, dì loro: “Cartabbia” o “Mario Draghi” e vedrai che se ne andranno contenti, convinti di aver messo tra i denti un osso succulento.

28 gennaio

Succede ogni volta: Un attimo dopo aver premuto il tasto INVIA, mi accorgo che quel che ho appena scritto su whatsapp non mi piace, e vorrei modificarlo, ma non si può, se non cancellando messaggio appena inviato e scrivendone uno nuovo, solo che così l’interlocutore, vedendo il messaggio cancellato, anche nell’ipotesi sia benevolo, è naturalmente portato a sovrastimare l’intento della cancellazione, a chiedersi: «Cosa c’è dietro?», mentre nove volte su dieci dietro non c’è nulla, soltanto una latente e invalidante disgrafia.

Così, anziché cancellare e riformulare, preferisco lasciare tutto com’è, soffocando il mio grammar nazi interiore, reprimendo nel sangue le sue urla. Mentre lui scalpita e si dimena, io sospiro e penso: “Come ho fatto a scrivere tanto male un concetto tanto semplice? Ma dove avevo la testa?” E lui continua a scalpitare, a urlare, a dimenarsi, a bestemmiare.

Tutta roba che il team di whatsapp potrebbe risolvere con un minuscolo aggiornamento software, solo che non accade. Passano gli anni senza che Whatsapp consenta di modificare ciò che hai appena inviato, come QUALUNQUE altra app al mondo.

E tutto sommato è un bene che quel team sia tanto restio a farlo. A me tutto questo tran tran – scrivere, aver voglia di correggere, soffrire – piace, mi rende simpatica persino una app di messaggistica istantanea.

Dubito che continuerei a usare whatsapp se modificasse quella piccola porta spalancata verso il rammarico.

Sembro nato per il rammarico.

27 gennaio

Ieri, all’incirca quando Conte saliva al Colle per rassegnare le sue dimissioni, io mi trovavo in via Leucatia, ero paralizzato, in piedi, davanti la mia auto.

Fissavo un enorme cartellone pubblicitario sul quale era ritratta una pizza all’ananas sovrastata da una scritta rossa scarlatta: “La pizza hawaiana: da oggi anche a Catania!”

Tutto questo per dire che da qualche giorno accarezzo l’idea di leggere: “Vite parallele” di Plutarco, prima che ne facciano una serie netflix o amazon prime di cui tutti parlano per un po’ sui social per poi passare spensieratamente alla successiva.

Devo sbrigarmi.

25 gennaio

Conte è ancora lì. Mercoledì (o forse giovedì, non ricordo bene) in Senato si conteranno i voti di fiducia sulla relazione di Bonafede.

Mi sarebbe piaciuto fare un sondaggio su fb del tipo: “Conte si dimette oggi o domani? Faccina allegra oggi, faccina triste domani”, ma poi ho lasciato perdere. Non ce la faccio proprio a fare il giovane. Rimango un uomo di mezza età.

Come sempre, del resto.

24 gennaio

Ieri, ad un certo punto, mi sono detto: “Non sarebbe bello se noi scrittori – nel senso più ampio di persone che scrivono – smettessimo di scrivere tutti assieme, nello stesso giorno, senza nessun preavviso, così, di punto in bianco, all’unisono e senza una ragione precisa?

Pensa un mondo senza scrittura, solo pagine bianche, intonse e schermi vuoti, muti: non sarebbe stupendo? Poi magari, già dal giorno dopo, riprendiamo come se nulla fosse accaduto. E giù di nuovo pensierini, pensierini, pensierini.

Però, almeno per un giorno, per un minuscolo giorno, pensa come sarebbe pulito il mondo, come sarebbe finalmente chiaro, se solo smettessimo di urlare IO, IO, IO”.

Un istante dopo, Nicolò mi ha chiamato e quel pensierino è finito lì, nel dimenticatoio, come tutti gli altri.

22 gennaio

Come faceva la barzelletta del numero dei morti che presto sarebbe cominciato a scendere? Possibile che me la sia già dimenticata? Eppure l’anno scorso furoreggiava.

Ah, sì, adesso ricordo: “I morti saranno gli ultimi a diminuire, ma diminuiranno, non c’è dubbio. Le mirabolanti misure che abbiamo messo in campo hanno già abbassato tutti gli altri indici. Tra quindici giorni, venti al massimo, vedrete che ci sarà un calo sensibile anche del numero di decessi. Bisogna avere pazienza”.

Non la sento più così spesso in giro. Si vede che la sua popolarità è in fase discendente. Come tutte le cose umane ha avuto un inizio, ha avuto un lungo intermezzo e presto avrà anche una fine.

Ad essere sinceri, la mia preferita era un’altra: “Chiudere adesso, per riaprire a Natale”. Era più breve, più mordente, più iconica.

Finita anche quella, ed è veramente un peccato, perché detta adesso avrebbe dispiegato appieno il suo senso più profondo: “È il 22 gennaio, ci vediamo costretti a rientrare in zona rossa, ma non temere: chiudiamo adesso per potere finalmente riaprire tutto a Natale. Coraggio, presto anche i decessi cominceranno a diminuire”.

Strano che nessuno ci abbia ancora pensato.

20 gennaio

Tra una pausa e l’altra, ieri, ho ascoltato il dibattito in Senato. Si parlava di crisi, c’era il rischio concreto che il governo cadesse.Il più pittoresco di tutti, al solito, è stato La Russa. Lui non pronunciava il suo discorso, lui latrava.

Alcuni senatori facevano davvero tenerezza. Provavano, come potevano, a pronunciare correttamente: NEXT GENERATION EU. Era facile immaginare i loro colli tesi allo spasimo nello sforzo di mettere in fila tre parole in inglese.

Mentre li ascoltavo dire: “neicst cceneresciòn e-jù”, pensavo a tutti quelli che urlavano: “dobbiamo aprire il Parlamento come una sardina”. Ieri c’erano pure loro. Tentavano l’impresa disperata di sigillarlo dall’interno. Che brutta fine.

Stamattina ho letto l’esito della votazione: Maggioranza risicata, il governo ha tenuto. In altri tempi, tutto questo mi avrebbe appassionato. Oggi, non mi fa granché effetto. Provo più che altro noia.

La pandemia sta facendo tabula rasa di tante cose.

19 gennaio

Ieri, al supermercato, una signora diceva che il freddo di questi giorni non è normale. Aggiungeva anche: “c’è qualcosa che non va, poco ma sicuro”, guardandosi attorno piena di circospezione.

Oltre a lei c’eravamo soltanto io e la cassiera. L’ho fissata per un po’. Qualcosa in quelle parole non mi dava pace.

Le avevo già sentite da qualche parte, ma dove?

Poi finalmente l’ho capito. Era la stessa signora che questa estate diceva che il caldo del 2020 non era mica normale, qualcosa, di sicuro, non andava. Anche allora si guardava attorno con circospezione.

E anche allora, attorno a lei, non c’era nessuno oltre me e la cassiera.Forse dovrei cambiare supermercato.

18 gennaio

Ho scoperto che radio radicale ha dedicato un’intera sezione del suo sito alla pubblicazione completa di tutti gli interventi in Parlamenti di Leonardo Sciascia. Naturalmente appartengono al periodo in cui era un loro deputato. Non ho ben capito se sono lì per via dell’anniversario o se, al contrario, sono sempre stati lì e io non li avevo mai visti. Ad ogni modo, adesso so della loro esistenza, questo, in fondo è ciò che importa. Ne ho già ascoltato qualcuno

.Inutile dire che sono stupendi, non tanto per gli argomenti, quanto per tutto ciò che li circonda: la sua voce, la sua inflessione, le parole che usa, quelle che non usa, il suo modo stranissimo di arrivare al punto per poi scartare repentinamente di lato. Stupendi.

Vabbè ho deciso: oggi riprendo a correre in giro per il quartiere come un criceto, finalmente ho trovato qualcosa da ascoltare.

17 gennaio

Di tanto in tanto, vedendo le foto postate sui social da tutti quelli che stanno clamorosamente saltando la fila – vaccinandosi anche se questo significa togliere possibilità di vita ad altri che ne avrebbero infinitamente più bisogno – osservando con attenzione i loro sguardi tronfi, la parte meno gentile di me, arriva ad augurarsi che il vaccino sia letale, ma non per tutti, soltanto per loro. Mi riprendo quasi subito.

Mi dico che in fondo azzuffarsi per le scialuppe di salvataggio è un tratto distintivo della condizione umana, condisco tutto con un po’ di sano stoicismo d’altri tempi, e poco a poco torno a essere meno tranchànt.

Credo che fondamentalmente ciò derivi dal fatto che sto diventando un uomo di mezza età.Tra poco comincerò a esclamare “E oplalà” ogni volta che balzo su da un divano. Non vedo l’ora.

15 gennaio

certi giorni poi

va tutto male

fortuna che la notte ci sei tu

la mia dimora naturale

sali sulla mia pancia

inizi a elencarmi la facci

a«E questo?»

«E questo?»

«E questo?»

e di colpo

tutto torna a posto

buon compleanno

piccola Egle

continua a splendere

cosìper sempre

14 gennaio

Non so se è stata peggiore l’immagine di Conte che deliberatamente sceglie di rilasciare le sue dichiarazioni all’aperto creando un assembramento di giornalisti (praticamente un inno al covid) o l’immagine delle due ministre di Italia Viva che, a sguardo basso e dietro una mascherina, ascoltavano in silenzio Renzi che annunciava urbi et orbi le loro dimissioni (un trionfo di patriarcato d’altri tempi), devo ancora decidere.

Purtroppo so già che, presto, queste due immagini saranno spazzate vie da altre immagini, ancora più squallide. È solo questione di giorni.

Concassage

Ieri, mentre accompagnavo Nicolò a scuola, ho visto una di quelle bandiere con su scritto: “ANDRA’ TUTTO BENE”.
Pendeva da un balcone. Era scolorita, lisa, ingiallita.

Sopra di lei c’era una signora anziana, in vestaglia, che dava acqua a delle piante.

Ho pensato: “cazzo, è passato un anno”.
Poi mi sono fatto quattro conti in testa e ho capito che no, ancora non è passato un anno.

Volevo fare una foto, poi ho rinunciato.

Equilibristi

Tra qualche giorno Egle compierà due anni.

E io ho finalmente accantonato la pretesa di coniugare assieme “il tempo da dedicare al lavoro” e il “tempo da dedicare ai figli”, di trovare un equilibrio. È semplicemente impossibile.

D’altra canto, l’equilibrio appartiene a ponti, tavoli, librerie, edifici, tutta roba squisitamente inanimata, incapace di procreare. Forse appartiene anche a qualche specie animale o a qualche strana categoria di insetti o molluschi o licheni, capaci di riprodursi, non lo so, può darsi, perché escluderlo?

Ad ogni modo, da quel che vedo in giro, a noi genitori, mi sa che è tragicamente precluso.

Post, commenti

In questi mesi mi è capitato spesso di leggere post o commenti su fb e pensare che siano allo stesso tempo molto intelligenti e immensamente stupidi.

Molto intelligenti perché pieni di acume e roba sensata da dire sulla situazione attuale.

Immensamente stupidi perché tentare di eliminare l’irrazionalità altrui, dal mio punto di vista, è banalmente irrazionale, specie quando quell’irrazionalità informa una visione del mondo.

Sbaglierò, ma non credo che l’irrazionalità possa essere estirpata, è parte del nostro orizzonte di senso, lo costituisce tanto quanto la razionalità. Vanno in coppia, inutile illudersi di poterle separare.

Vediamo se mi sbaglio.

Non so, forse

Non so, forse un tempo, quando ancora io e Vale eravamo semplicemente una coppia come tante altre, avevo ancora dei pensieri autonomi, non automatici.

Adesso ho solo piccole illuminazioni che si alternano a immense praterie di oscuri presagi conditi da lugubri latrati. Credo che ciò sia dovuto a un qualche danno irreparabile alle sinapsi. Si attivano e si spengono a casaccio.

Negli squarci di luce riesco a ricordarmi dei lacerti della vita passata, anche se in maniera confusa.

Nelle immense distese di oscurità, mi guardo attorno per capire se la puzza che sento proviene dal culettino di Egle o meno.

Il crepitìo

E in questi giorni, ogni volta che prendo in braccio Egle o Nicolò, e sposto il peso da una parte all’altra, riesco a percepire nettamente lo sfrigolio dei dischi vertebrali che si avvicinano pericolosamente al punto di rottura.

È un rumore strano, riesce a essere estremamente angosciante, senza mai smettere di essere affascinante. Una sorta di schiocco seguito da laceranti scricchioliì che culminano in un oscuro, inspiegabile, inquietante crepitìo.

In questi casi, essere diventato stoico aiuta parecchio. Prima avrei pensato: “Ok, è finita, resterò paralizzato a vita”, adesso penso: “Toh, guarda, sono ancora in grado di muovere tutti e quattro gli arti, ma pensa te che bizzarra botta di culo”.

Nei momenti migliori riesco persino a saltellare, una cosa a suo modo incredibile per uno che oramai si trascina zoppicando oscenamente, tra lancinanti dolori e terribili deprivazioni.

Parole nuove

I bambini devono essere liberi di esplorare, fa parte della loro indole, è parte irrinunciabile della loro crescita.Chi siamo noi per negar loro questo loro sacrosanto diritto? Nessuno.

E ciò vale anche quando si arrampicano senza alcun motivo su mobili altissimi; o quando tentano di buttarsi addosso oggetti molto voluminosi per il semplice fatto che hanno commesso l’errore di attirare la loro attenzione; o quando ingurgitano qualunque oggetto alla loro portata, anche quelli palesemente velenosi. È giusto che facciano le loro esperienze, come io ho fatto le mie quando ero alla loro età.

Non posso però esimermi dal notare una cosa, un’assenza tanto grave quanto irrimediabile: nel nostro vocabolario domestico (mio e di Vale) manca una di quelle belle lunghe parole tedesche piene di consonanti e suoni strani che descrivono l’insieme di sentimenti contrapposti e configgenti che si scontrano nel nostro animo quando ci accorgiamo che Nicolò o Egle sono troppo silenziosi, ci voltiamo e scopriamo che hanno approfittato di un momento di debolezza per sottrarsi ai nostri sguardi.

Così dobbiamo rimediare con una bestemmia, solo che non è la stessa cosa. Le bestemmie sono roba da cattolici, un inutile spreco di sciatteria. Vuoi mettere avere roba del tipo: weltanschauung o schadenfreude?

Qualcuno di questi giorni mi siedo e ne invento una.

Qualcosa tipo Welshadenfraudunorgoooodio.

Non tutto è perduto

“Coraggio”, si starà dicendo, “Non tutto è perduto”.
Me lo immagino in piedi davanti a uno specchio che prova a farsi comunque forza.
Questo era soltanto uno dei tanti piani che aveva escogitato. Il buon vecchio Donald ha ancora qualche colpo in canna. Venderà la pelle a caro prezzo.

E se anche all’anagrafe negheranno il suo sacrosanto diritto a cambiarsi il nome in “Joe Biden”, gli rimarrà comunque un’ultima astutissima strategia per rimanere in sella ancora quattro anni: barricarsi alla Casa Bianca e far finta di non sentire il campanello.

Giuliani lo ha già rassicurato sulla legittima costituzionale della cosa. Si farà trovare preparato all’appuntamento con la Storia. Ha già tutto ciò che gli occorre. Lo troveranno incatenato alla sua scrivania, pronto a farlo finita ingurgitando troppe merendine se qualcuno prova ad avvicinarsi anche di un solo passo.

E lì, sì, che sarà scacco matto.
A Trump non la si fa, pivelli.

Romantici

Il mio stoicismo sta facendo piccoli ma decisivi passi in avanti, segno che Seneca sta funzionando.

Ieri, su un saggio ho letto che il Romanticismo non è nato né in Francia, né in Inghilterra, ma in Germania, ad opera di un’accolita di complottari bigotti, xenofobi, protosovranisti, razzisti, naturalmente sessisti, tanto ma tanto frustrati e tanto, ma tanto rancorosi.

Qui in Italia, una composizione simile in questo matto matto inizio secolo ci ha regalato in un sol colpo M5S, Lega e Fratelli d’Italia; in Germania, tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, ha dato origine a un movimento che ha prodotto gente come Kant, Ficthe, Hegel, Goethe, Keats, Shelley, Pellico, Manzoni, Whitmann, Melville, la Dickens e potrei continuare così ancora a lungo (Beethoven, Liszt, Strauss).

Fino a qualche tempo fa, avrei reagito pensando: “Che sfiga” o nei momenti di maggiore sconforto: “Che sfiga assurda”. Oggi, invece, penso che in fondo sia una buona notizia. Mi stendo sul divano e penso: “Abbiamo concimato. Siamo andati giù un po’ troppo pesante col letame, d’accordo, ne sono consapevole, ma d’altra parte oramai è andata, è inutile piangere sul latte versato, si vede che doveva andare così. Ora, non ci resta altro da fare che aspettare. Prima o poi vedremo spuntare qualcosa”.

Per inciso, il saggio si intitola: “Le radici del romanticismo”, lo ha scritto negli anni settanta Isaiah Berlin, in Italia lo pubblica Adelphi. Fosse per me lo renderei un testo obbligatorio.

Dopo Seneca, però.

Gomiti

Una delle due cose più affascinanti dell’avere quarant’anni è che cominciano a seccarti i gomiti, uno spettacolo a suo modo strabiliante.

Ti guardi allo specchio e dove prima c’era un gomito, adesso c’è della pelliccina che si solleva da sola, che ti guarda sconsolata mormorando: «Embè?».

La seconda cosa affascinante è che quando ti capita di entrare in un cortile, pensi: “Toh, un cortile”, che poi è un po’ la stessa cosa che ti viene in mente quando entri in una casa sconosciuta e c’è quello spazio morto chiamato ingresso, volti il capo di qua e di là, e dici tra te e te: “Toh, un ingresso”. Il sottinteso, in entrambi i casi, è: “Ma non erano scomparsi?”.

Credo che ciò derivi dal fatto che, se hai quarantanni, quando eri bambino c’erano ancora i cortili, c’erano ancora gli ingressi, non avevamo ancora deciso collettivamente di eliminarli dall’orizzonte delle possibilità, e i gomiti non seccavano da soli.

Ma potrei sbagliarmi, forse ricordo male, forse non c’erano più neanche allora, forse sto semplicemente rimbambendo. Capita a quarant’anni.

Un numeretto

Sbaglierò, ma questo è stato l’unico capodanno in cui non ho visto citare Gramsci alla rinfusa. Un piccolo record.
Ho atteso a lungo, ho controllato e ricontrollato, ma niente, nessun “Odio il capodanno” con l’icona dell’intellettuale sardo a far da sfondo, nemmeno tra i negazionisti, nemmeno tra i no vax che tuttora resistono tra i miei contatti.

Penso sia un dato significativo del momento che stiamo vivendo.
Cosa non lo è, d’altra parte?

Detto questo non posso che provare simpatia per il 2020.
In fondo non è che un numeretto, messo lì in virtù del calendario gregoriano, trovatosi suo malgrado a rappresentare una pandemia colossale. Un capro espiatorio perfetto, un nemico facile da abbattere, su cui si sono accaniti tutti. È bastato aspettare la mezzanotte, superato lo scoglio psicologico, oltre che scaramantico, è stato tutto un susseguirsi furibondo di gesti dell’ombrello, di crigni liberatori, di foto ritraenti gioia scomposta come se fosse cambiato chissà che, chissà cosa.

La pandemia ha scavato solchi profondi. Agiamo in maniera totalmente irrazionale, da gente traumatizzata.

Compresi quelli che

Dentro un’introduzione a un libro di Seneca, ho trovato questa citazione, proviene da Pascal:
“Tutti gli uomini cercano la felicità. Non vi sono eccezioni, per quanto diversi possano essere i mezzi impiegati. Tutti mirano a tal fine. La volontà non compie mai il minimo passo se non verso questo oggetto. È il movente di tutte le azioni di tutti gli uomini, compresi quelli che vanno a impiccarsi”.
Beh, è la prima frase che ho letto in questo 2021.

Di noi

Per qualche strana ragione – tra cui non escludo la palese idiozia – non riesco a memorizzare le strade. Ogni volta brancolo nel buio.
Al contrario Vale ricorda tutto. E quando dico tutto, intendo tutto. Le basta uno sguardo per orientarsi in luoghi dove è stata anni fa, decenni fa. Non ho idea di come faccia, però il suo è un superpotere estremamente utile.

Ha soltanto un enorme difetto. Quando la strada si biforca chiaramente in due direzioni distinte, una a destra e l’altra a sinistra, e io le chiedo aiuto, lei immancabilmente mi risponde: «Dritto». Quel suo “dritto” a volte vuol dire “a destra” altre “a sinistra”, non ha alcuno schema logico.

I primi tempi mi innervosivo, mormoravo a denti stretti che “dritto” ha senso solo se ci sono tre direzioni, non due; nelle mie performance teatrali peggiori rallentavo fino a quando sospirando non aggiungeva: «a destra» o: «a sinistra», o ancora peggio rallentavo e mi incupivo, una di quelle cose che farebbe incazzare chiunque.

Adesso, invece, la prendo con filosofia: imbocco una direzione a casaccio e via, quel che sarà sarà (whatever will beee will beee, the future’s not ours to see, to seeee, que serààà serààààà).
Mi dico che, in fondo, ho il 50 per cento di probabilità, tutto sommato è una probabilità accettabile. Sto lanciando una monetina, a volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te e bla bla bla.

Ed effettivamente la metà delle volte ci azzecco, l’altra metà scopriamo strade nuove. Nei casi sfortunati facciamo lunghe circonvoluzioni per tornare nuovamente davanti la biforcazione. E lì, torniamo a ripetere il nostro rito:
«Dove vado?»
«Dritto.»
«Ok»

Chissà cosa pensano Nicolò ed Egle di noi.

L’ultimocapolavorodellapixàr

Alla fine, l’ultimocapolavorodellapixar lo abbiamo guardato realmente. Si chiama Soul e aveva ragione Nicolò: valeva la pena vederlo, è molto bello, a tratti persino struggente. C’è una scena in particolare, la scena iniziale nella quale lui tenta di insegnare a suonare a una classe delle medie che ho trovato incredibilmente realistica. La scuola è proprio quella cosa lì.

In questi giorni sto leggendo Seneca, forse la pace che provo deriva anche da questo. È simile alla pace che ho provato leggendo Epitteto, anche se diversa, più fisica, meno celebrale. Intervallo Seneca con Simenon, approfitto delle vacanze per dare una bella scossa alla mia maratona Maigret, prima che gli impegni quotidiani riprendano completamente il sopravvento.

La vita scorre, insomma: ecco una delle poche cose che ho imparato quest’anno; non è granché, me ne rendo conto, ma è comunque un passo avanti.

Le prime foto

Ho osservato, come tutti, le foto dei primi vaccini contro il covid eseguiti nel nostro Paese. Mi sono piaciute molto.
Non mi è piaciuta, al contrario, l’insopportabile retorica che le ha accompagnate. Tonnellate di retorica francamente inutile, spesso irritante, in alcuni casi controproducente.
Nei prossimi mesi, per raggiungere l’immunità di gregge, quella vera, dovremo vaccinare decine di milioni di individui e dovremo spiegare a chi leggitimamente o meno non vorrà vaccinarsi che il vaccino è l’unico risorsa reale di cui disponiamo per salvare vite umane. Non sarà un compito facile.
Non è detto che prevalga da subito la razionalità.
Se verrà tutto delegato alla retorica spacciata per “campagna di comunicazione” dubito che ci riusciremo.

Bilanci

Comincia la settimana dei bilanci.
Ieri, dentro un film d’animazione, ho sentito questa barzelletta: “Uno scoiattolo si dimentica di stipare provviste per l’inverno. Fa ridere, perché alla fine lo scoiattolo muore”.
La raccontava un cane.
Beh, è la barzelletta migliore di questo 2020.

Entrambe le cose

A pensarci bene, a me, di possedere una lavastoviglie, non me ne importa nulla: è una delle cose a cui ho pensato spesso in queste feste. Non ne ho mai avuta una, non vedo perché averla adesso. E poi lavare i piatti non è poi così male come sembra. A me, per esempio, aiuta a staccare, a riflettere.

Ovviamente non l’ho detto a nessuno, ho voluto evitare i visi attoniti, lo stupore, il raccapriccio dei miei potenziali interlocutori: «Ma come non te ne frega nulla? La lavastoviglie con due figli è ESSENZIALE! Non ha LETTERALMENTE senso comprare una cucina nel 2020 senza lavastoviglie».

Disponiamo di un tempo limitato, non ha alcun senso sprecarne un po’ a discutere dell’inutilità delle lavastoviglie, mglio impiegarlo in altro.
Non so se questo fa di me una persona saggia o semplicemente un democristiano.

Forse entrambe le cose.

Ciò che mi rende umano

Premesso che secondo me qualunque cosa diventa commestibile se impanata e fritta (persino il baccalà) (persino Sallusti) (persino il panettone), sono tuttavia conscio che al momento esistono due grandi scuole nel variegato mondo della frittura immorale, al netto di tutte le derivazioni/perversioni: 1) la META-FRITTURA, ossia la rifrittura compulsiva e reiterata – nell’olio, nel burro, nel lardo, nello strutto, nella sugna – di qualcosa di già fritto e rifritto almeno un paio di volte; e 2) la PARA-FRITTURA, ossia la frittura contemporanea e parallela di più ingredienti che poi vengono uniti assieme in un’unica maestosa rifrittura collettiva.

Entrambe le scuole hanno seguaci e oppositori. Lodi sperticate da un lato, terribili e strazianti stroncature dall’altro. Orientarsi è complicato, specie per chi come me si è prefissato l’obbiettivo ambizioso di seguire entrambe gli approcci con mente aperta, senza farsi blandire da nessuna delle parti in gioco, tentanto anzi di approdare a una terza scuola, se possibile ancora più libertaria.

Eppure, nel profondo del mio cuore, so che né la meta-frittura, né tanto meno la para-frittura, in ognuna delle loro innumerevoli varianti, riusciranno a colmare la distanza che mi separa da ciò che cerco veramente: la UR-FRITTURA, la Frittura Primigenia, quella che da cui è partito tutto il resto.
So che esiste, ma sono ancora lontano, ne intravedo solo la cresta all’orizzonte. È lei che cerco, natale dopo natale dopo natale, nelle mie maratone assassine, accompagnato dal tifo dei miei famigliari, dal loro affetto, dal loro tacito assenso, consapevole che due sono le cose che mi rendono umano: il cielo stellato sopra di me, la frittura abominevole e amorale dentro di me.

Yuppie

Da giorni, Nicolò ci chiede ossessivamente: «Quando uscirà: “l’ultimocapolavorodellapixar”?», placandosi soltanto quando gli spieghiamo:
«Uscirà a Natale, la notte di Natale.»
«Ma allora potremmo guardarlo la notte di Natale?»
«Sì»
«Yuppie! Chebello! Non vedo l’ora! Abbiamo fatto bene a babbonarci, ah ah ah»
Beh, ieri era la notte di Natale. E non abbiamo guardato l’ultimocapolavorodellapixar.
Ecco una bella definizione di dirittura morale.

Carò Nicolò

Caro Nicolò,
è ora che tu lo sappia: io e la mamma non ci fidiamo di Babbo Natale.
Non ci piace l’idea che uno sconosciuto vestito in modo pittoresco entri furtivamente in casa nostra e lasci dei regali in cambio di biscotti. Ci sembra strano. Più che strano: sospetto.
Perché i biscotti lo ossessionano così tanto? Te lo sei domandato? Beh, noi sì, ce lo siamo domandato e ce lo domandiamo ancora. Continuamente. Continuamente.
Cosa nasconde quell’oscura voglia di biscotti? Quali mostri? Quali inquietudini?
E poi: chi ci dice che quei regali siano veramente quello che sembrano? Sono veramente giocattoli? Chi può dirlo?
E che dire di Rudolph la “renna dal naso rosso”?
Ha il naso rosso, ok, è vero, lo confermiamo, d’altro canto è sotto gli occhi di tutti. Ma proviamo a scavare un po’ più a fondo. Hai mai visto renne con i nasi rossi? Da dove viene tutto tutto quel “rosso”?
Purtroppo ci sono solo due ipotesi. La prima:. La prima quel vecchio abominevole picchia Rudolph, la sua adorata renna, forse perché ubriaco, forse perché semplicemente cattivo, crudele, malvagio, sgradevole.
O peggio ancora – e questa è la seconda ipotesi – gioca a wrestling con le sue renne. A wrestling. Con delle renne. Che immagine terribile, non credi?
Per non parlare dei cosidetti “elfi”.
Suvvia, oramai lo avrai capito anche tu, quei piccoli lavoratori non sono elfi, sono bambini. I bambini cattivi per la precisione.
Bambini.
Bambini ccostretti a lavorare anche dieci o dodici ore al giorno affinché il loro dispotico padrone possa rimpinzarsi di biscotti fatti in casa. Ti sembra giusto? A noi no, non ci sembra giusto, ci sembra disumano.
Per queste ragioni, quest’anno abbiamo deciso di riprendere in mano le redini del nostro natale.
Abbiamo comprato delle armi. Tante armi.
Lo aspetteremo in piedi. Quando proverà a rubare i nostri biscotti avrà ciò che merita.
Unisci a noi, non te ne pentirai.

Tuma

DI ieri, l’ultimo giorno in zona gialla prima di una lunga parentesi in zona rossa mi è rimasta impressa soltanto una scena. Un tizio, al bancone dei salumi del supermercato. Ripeteva desolato: «E tuma? Tuma non ce n’é? Possibile che sia finita?», malgrado il salumiere gli avesse già ripetuto diverse volte che l’aveva comprata tutta quel signore là, quello coi baffi, quasi tre chili, mai vista una roba simile.

C’era sconcerto nella sua voce, il suo sguardo era smarrito. Continuava a ripetere: «E tuma? Tuma non ce n’è?», voltandosi verso gli astanti, sembrava avesse perso il senno, «Possibile che sia finita?». Tutti scuotevano il capo affranti.

Erano già le otto di sera, anche volendo non avrebbe mai trovato nessun altro supermercato aperto e senza tuma, a Catania, semplicemente non c’è Natale.

Mi ha fatto talmente pena che, per un attimo, ho pensato di dargliene un po’ della mia. D’altra parte ne avevo appena comprato più di tre chili – tre chili sei e cinquanta per la precisione – tra lo sgomento degli astanti.

Poi però ho pensato al cenone di oggi, a quello di domani, al rinforzino di Santo Stefano, e ho capito, con sgomento, che tre chili e sei e cinquanta in fondo non sono così tanti, che anch’io, forse, mi sarei potuto ritrovare presto a ripetere: «E tuma? Tuma non ce n’è?», tra le lacrime, così ho lasciato perdere.
Mi sono diretto velocemente alle casse, sperando che, nel frattempo, lo sconcerto di quel tizio non si trasformasse in rabbia omicida.

Buon Natale.

La mappa

È rimasto a fissare la mappa appesa con delle puntine sulle pareti del salotto a gambe larghe, ben saldo su se stesso, con le mani infilate in tasca, inarcando il sopracciglio.

«Daniele»
«Dimmi»
«Il posto di blocco in via Pietro Novelli»
«Sì, lo so»
«Lo sposteranno in via Leucatia».
«Probabile, o lì, o in via Pietro Dell’Ova».
«Beh, questo è un problema»

Siamo rimasti a studiare tutte le combinazioni possibili ancora qualche istante. Il primo a interrompere il silenzio, come sempre, sono stato io.

«Servirà un diversivo, bomba di maradona?»
«No, ci serve per fare arrivare zia Rosina e zio Carmelo. Non possiamo usare lo stesso diversivo due volte, è troppo rischioso»
«E i cofani di tutte le auto sono pieni con i cugini over quattordici»
«Sì, infatti, impossibile usarli per trasportare altra gente»
«Potremmo corrompere gli agenti. Non credo che servano grandi cifre»

Il suo sguardo, all’improvviso, si è sperso nel vuoto.
Quando è riemerso, è tornato a fissarsi sulla mappa.
«Non occorre, lasciamo la corruzione come ultima ratio. Per il momento basta la nonna».
«La nonna?»
«Dovrà fingere un malore. Useremo l’ambulanza come schermo naturale. Diremo agli zii di correre accanto ad essa per il tratto di strada in cui c’è il blocco. Dovranno essere a piedi. E servirà una precisione cronometrica»
«L’avremo»
«Agli infermieri diremo che la nonna è ipocondriaca. In caso facciano storie ci fingeremo no vax».

Il suo sguardo è tornato a posarsi su di me: «Te ne occupi tu?»
«Sì, me ne occupo io»
«Bene, allora anche gli zii di Sant’Agata Li Battiati sono sistemati. Dì loro che il Natale si fa da noi, come ogni anno. Non dovrebbe mancare nessuno»
«No, siamo tutti».
«Assicurati che conoscano tutti il testo del decreto legge a memoria, SOPRATTUTTO le parti sottolineate da noi»
«Hanno tutti una copia del DL»

I suoi occhi di ghiaccio hanno avuto un guizzo.

«NO. DEVONO CONOSCERLO A MEMORIA. C’è troppa roba in ballo per permetterci degli errori.»
«Ok. Lo farò ripetere a tutti oggi nel briefing su Zoom»
«In stanze separate, mi raccomando»
«In stanze separate».

Dell’uomo che ho conosciuto un tempo, quando per la prima volta ho mangiato a casa di Vale, è rimasto ben poco. La pandemia, il divieto di assembramenti, l’orrendo balletto inscenato dal governo sulle vacanza natalizie lo hanno cambiato.

«Tieni queste»
«Cosa sono?»
«Compresse di cianuro. Non possiamo permetterci defezioni.»
«Non ce ne saranno».

Ha estratto una pipa dal taschino, l’ha caricata, l’ha accesa con un cerino: «Vedremo. Speriamo».

BOOM!

Dieci giorni fa è venuto un tecnico a controllare la caldaia.
L’ha smontata, ha dato uno sguardo al suo interno e ha detto: «Naturalmente, voi non avete acqua calda da mesi». Quando gli abbiamo risposto che: «No, l’acqua calda non ha mai dato problemi», è tornato a fissare il quadro accarezzandosi il mento: «Strano».
Dopo circa un minuto ci ha chiesto: «Allora sentite dei strani rumori?».
«No, veramente no».
Altro sguardo circospetto: «Puzza di gas intermittente?»
«Nemmeno quello». È tornato a carezzarsi il mento: «Strano».

Dopodiché si è scusato, è uscito fuori, ed ha chiamato un suo collega, credo. So che non si dovrebbe, ma dato che è rimasto comunque a una distanza tale da poter essere ascoltato, io e Vale, di comune accordo, lo abbiamo ascoltato.

«Paolo, sì, ciao… sono a casa di un cliente, dovresti vedere che roba, hanno la pressione a zero, il sensore XYZ totalmente fuori asse, la valvola XYZ partita e non sono saltati in aria!… Sì, lo so, assurdo… guarda questione di giorni e il palazzo farà un botto che finiranno sui telegiornali… pazzesco…. venti anni che faccio questo lavoro e mai vista una roba simile… BUM! ahahahahah… dovranno togliere i loro resti dalle mura con la spatola grossa… ahahahah… senti per cambiare argomento, tua moglie? Tutto a posto?.. e sì, capisco, capisco… e che ci vuoi fare con l’isolamento fiduciario è così… vabbè ti saluto che i morituri sono in attesa di un responso… ahahahaha…. ciao ciao ciao»

Al rientro ci ha spiegato che la pressione è a zero, il sensore XYZ è fuori asse e la valvola XYZ andrebbe cambiata.
«Ma è grave?»
Ha fatto una pausa abbastanza lunga – durante la quale ho avuto la chiara visione della morte, in mantello nero e teschio, seduta alla sua scrivania, indecisa se segnare “Vecchiaia” o “Fuga di gas” sulle nostre schede personali – e poi, finalmente ha risposto: «Potrebbe diventarlo. Facciamo così, prendiamo un altro appuntamento ok? Così compro la roba e poi sistemo tutto. Il problema è quando? Un attimo che controllo l’agendina, facciamo dopo Natale?»

Da allora, pur se ateo, io ho cambiato religione già tre volte, Vale quattro. Preghiamo ogni sera una divinità differente, comprese quelle scomparse, nella speranza di beccare quella giusta. Al mattino, il risveglio è sempre il momento migliore del giorno.
Ci svegliamo, controlliamo di essere ancora vivi, ancora integri e poi iniziamo l’ennesima appassionante e lunga, lunghissima, interminabile giornata.

Umana crudeltà

Stanno cominciando ad arrivare panettoni in casa. Provengono dai lettori di seicose, dai più mattacchioni. Oramai conoscono le mie preferenze e agiscono di conseguenza. Touchè.

Beh, ho imparato la lezione. Il prossimo anno non perderò occasione per tessere lodi sperticate dei panettoni, lo farò per post e post, dopodiché mi siederò sul divano in salone ad aspettare di essere innondato di pandori.

Le idee migliori

Le idee migliori a me vengono la notte, poco prima di prendere sonno, la mattina dopo, sono già scomparse. Provo a ricordarle, ma nulla, al loro posto c’è soltanto un vuoto desolante.
Così, ho preso l’abitudine di annotarle, in modo che non vadano perdute. È parecchio scomodo, ogni volta che lo faccio mi sento un povero malato di mente, però funziona.

Ieri, per esempio ho annotato uno di quei pensieri che improvvisamente illuminano un’intera stagione di vita in poco meno di un rigo. L’ho intitolato: “E ricorda”.
Ho deciso di riportarlo qui per intero.

E RICORDA

Sei sempre il tarzanello di qualcun altro.

Guardali

«Guardali», mi ha detto, «GUARDALI» e mi ha indicato un crocicchio di persone: «Io li FU-CI-LE-REI, col virus che INCOMBE sono tutti lì a fare un assembramento, fregandosene del prossimo, fregandosene degli Rt, degli indici di contagio, delle curve. Maledetti. Ci vorrebbero le fosse comuni per gente come quella. Se fossi io al potere li metterei in carcere a riflettere sul danno che fanno. Cornuti».

Sembrava sinceramente indignato.

Gli ho risposto: «E che ci vuoi fare? La gente è così. Ha bisogno di socialità».
«Socialità un cazzo», mi ha risposto, «Gliela darei io la socialità» e alzando la voce per essere sicuro di farsi ascoltare: «NELLE CORNA! NEL-LE COR-NA!».

Subito dopo, accostandosi a me e abbassando la voce fino a renderla un bisbiglio: «A proposito di socialità, voi che fate a capodanno? Noi abbiamo affittato un agriturismo. L’idea è quella di fingere di prendere le camere lì così glielo buttiamo in culo a qualunque DCPM. Bello vero? Finora siamo una quarantina, ma contiamo di arrivare a settanta o ottanta. Voi che fate? Vi unite? Dai così i bambini giocano. Non devi darmi la risposta subito, pensaci e poi mi mandi un messaggio, basta anche un whatsapp. Tanto c’è ancora tempo».

Mi ha salutato poco dopo. Allontanandosi, ha continuato a muovere il pugno avanti e indietro credo per rafforzare il concetto: “glielo buttiamo in culo”. Sul suo volto c’era un sorriso beato, lo stesso che ho visto a chi ha raggiunto un equilibrio accettabile tra l’essere e il dover essere, tra l’ordine e il caos.
È scomparso divorato dai casamenti.

Basta

C’era l’ultima fetta sul piatto. Per un attimo ho avuto l’impulso di desistere.
«Basta», mi sono detto: «Basta».

Vale ha accompagnato quel mio pensiero con un cenno del capo, come a dire: «Bravo, sono fiera di te».
Poi però ho fatto il punto della situazione.

L’ho guardata negli occhi e le ho detto: «Vale, ragioniamo. Tra qualche mese, per effetto del Recovery Plan, arriveranno in Italia 209 miliardi di euro, una cifra enorme, equivalente grosso modo a otto finanziarie.
Capisci? Otto finanziarie, tutte da poter spendere come più ci aggrada, al netto di qualche frase roboante da mettere nei primi capoversi dei progetti che dovremmo consegnare all’Europa.
Bene.
Conte ha tentato di costruire una “cabina di regia” capace di scavalcare consiglio dei ministri, pubblica amministrazione e accentrare tutte le decisioni su di sé. Non c’è riuscito. Che strano.

Dunque, ad oggi, a gestire quell’enorme flusso di denaro dovrebbe essere l’attuale governo, ossia personaggi quali: Crimi, Casalino, Di Maio, Zingaretti, Franceschini, Speranza, Renzi, Rosato, Bellanova.
Se si decidesse di allargare la collegialità delle scelte anche all’opposizione, sul carro salterebbero personaggi quali: Salvini, Berlusconi, Bernini, Giorgetti, Meloni.
Ripeto: Crimi, Casalino, Di Maio, Zingaretti, Franceschini, Speranza, Renzi, Rosato, Bellanova, Salvini, Berlusconi, Bernini, Giorgetti, Meloni.

Fa già ridere così, ma non è tutto. Questa è SOLTANTO una delle opzioni possibili.

Se tutte quelle teste non dovessero mettersi d’accordo, si andrebbe a una crisi di governo subito dopo il varo della finanziaria o tutt’al più, una volta entrati nel semestre bianco quando si potrà rispondere finalmente ai latrati della Meloni con un: “Non si può andare alle urne, ma che peccato”.

Crisi di governo che secondo molti opinionisti si dovrebbe risolvere con un governo Draghi il quale, tanto per mettere le mani avanti, ha già firmato un documento presso un prestigioso consesso internazionale, nel quale sostiene che la crisi economica attuale si risolve finanziando soltanto le imprese che hanno qualche chance di sopravvivere. Tutto il resto – ossia sostegni a lavoratori, disoccupati, sanità, scuola, università, ricerca, periferie, territori, marginalità – non ha alcuna “rilevanza strategica”.

Più che un governo di transizione sarà un simpatico commissariamento, di quelli che preludono a una bella dieta lacrime e sangue che, a sua volta, aprirà le porte a un pittoresco governo sovranista di quelli seri, con i fez, le adunate e tutto il resto.

Nel frattempo, Arcuri (ripeto: Arcuri) (ribadisco: Arcuri) dovrebbe coordinare la gestione e distribuzione di un vaccino che ha la simpatica caratteristica di aver bisogno di -80° per poter essere somministrato su tutto il territorio nazionale.
Lo dovrebbe fare mentre la popolazione è falciata da una terza ondata col Parlamento nel caos e la consapevolezza diffusa che ovunque nel mondo la gente si vaccina, tranne che da noi.

E se ancora non bastasse, qualunque cosa accada, lo farà nel pieno del passaggio di consegne tra Trump e Biden, nel pieno cioè della ridefinizione delle alleanze strategiche tra il nostro Paese, l’Europa e gli Usa.

E io dovrei smettere di mangiare Pandori perché fanno ingrassare?
Ma siamo matti?»

Quando ho posato nuovamente gli occhi sul piatto, la fetta era scomparsa.
Ho guardato Vale. Ha ingoiato l’ultimo boccone sorridendo.
Amo quella donna.

Quaaaanto

Siamo diciotto, tutti desolatamente maschi, tutti desolatamente in fila per comprare un regalo di natale alle nostre compagne. In strada non c’è nessuno oltre noi. Si entra uno per volta e solo dopo che le risate diaboliche delle commesse hanno coperto le urla di dolore di chi è dentro:

«QUAAAAAAAAANTOOOO?!?»
«Muuuuuahahahahaahahahahaha»
(silenzio carico di rancore – pagamento)
«Ma me la pagherete!»
«Muuuuuaahahahahahahah»
(entra il successivo)

Impossibile vedere chi ha già completato l’acquisto. Escono dal retro. Sono costretti a uscire dal retro. Di loro, non resta nulla.
Avanziamo a capo chino. Bisbigliamo.
«Quanto costano queste maledette xyz?»
«Tanto, anzi tantissimo»
Provo a ribattere: «Chi ci dice che vogliano proprio quello?»
Un tizio sulla quarantina mi risponde sussurrando: «Non c’è alcun dubbio, intuile sperare in una botta di culo».
Un’altro, fingendo di allacciarsi le scarpe, mormora: «Anch’io ieri ho fatto l’eroe. E rieccomi di nuovo qui, di nuovo in fila, con un’unica certezza in più: adesso costeranno di più.»
Una voce, dal fondo, bisbiglia: «Si vocifera che raddoppino di prezzo di ora in ora»

Si leva l’ennesimo urlo straziante.

«CHE COSAAAAAAAAA?!?»
«Muuuuuahahahahaahahahahaha»
(silenzio carico di rancore – pagamento)
«Ma me la pagherete! Eccome se me la pagherete!»
«Muuuuuaahahahahahahah»
(entra il successivo)

Una guardia giurata ci fissa da dietro i suoi occhiali a specchio. Ha un’auricolare da cui riceve istruzioni da una entità invisibile, probabilmente Dio.
Chiedo a un povero diavolo davanti a me: «Lei com’è finito qui?»
«Volevo essere originale. E lei?»
«Pure io».
Si volta anche verso gli altri:
«Anch’io»
«Anch’io»
«Anch’io»

Un altro urlo squarcia l’aria.

«MA SIETE PAZZIIIIIIIIIII?!?»
«Muuuuuahahahahaahahahahaha»
(silenzio carico di rancore – pagamento)
«Vi faccio causa, vi faccio! Maledetti. Approfittarsene così tanto del bisogno altrui! CAROGNE!»
«Muuuuuaahahahahahahah»
(entra il successivo)

D’un tratto, un vecchietto cieco in fila pure lui intona una canzone, un blues.
«Mai (pausa) Mai..»
Gli fa eco un ragazzino con i jeans strappati:
«Scorderai (pausa)»
Dal fondo si sente un piccolo coro (tre tizi, tutti con la tigna):
«L’attimo, LA TERRA CHE TREMO’»
Mi ritrovo a canticchiare:
«L’ariaaaaaa s’incendiò e poi: SILENZIO»
I miei due vicini rispondono all’unisono:
«Chi mai fermerà la follia che nelle strade va?»
A noi si unisce il piccolo coro di tignosi prima:
«CHI MAI SPEZZERA’ LE NOSTRE CATENEEEEE?»
Ci ritroviamo tutti abbracciati a urlare:
«CHI DA QUEST’INCUBO NERO CI RISVEGLIERA?’»
E poi alta, altissima si alza la voce sola del vecchietto cieco da cui tutto è iniziato:
«Chi. Mai. Potrà.»
La sua voce è roca, profonda, stupenda. Riverbera nella strada deserta, le dona un senso, una direzione.
Per un attimo, il mondo si ferma, come cristalizzato. È così bello, così armonioso, così profondamente necessario.

Ma non dura che un’istante.
L’attimo dopo è già tutto come prima. Siamo di nuovo in fila. Dal negozio si leva un nuovo: «QUANTOOOOOOOOOOOOOO!?!». Sembra un latrato.
Si deposita sopra i nostri volti come un sudario.

Dura così poco, la bellezza. Impossibile acciuffarla. Scivola via. Scompare.

Le persone

Le persone si comportano per lo più in maniera razionale, però sulla base delle informazioni di cui dispongono: fatto non banale che viene spesso dimenticato.
Se da settimane si parla del fatto che la curva del contagio è in “netta diminuzione”, “si sta raffreddando”, se si annuncia “una zona gialla nazionale per tutto il periodo delle feste”, se si incentiva l’acquisto fisico di regali e regalini tramite il cashback, se si riaprono ristoranti e bar, è inutile stupirsi del fatto che le strade tornino a essere piene di assembramenti.

La sommatoria di tanti comportamenti individuali spesso non è razionale, ma ha sempre una sua logica di fondo che è dettata dall’informazione che circola all’interno di quel corpo attraversato da numerose fratture e linee conflittuali che chiamiamo società.

E la responsabilità dei comportamenti collettivi è sempre politica.
Spesso sono le decisioni di chi governa a orientare i comportamenti collettivi, non il viceversa. Chi sostiene il contrario, solitamente, ha preso decisioni politiche sbagliate di cui non vuole riconoscere la paternità.

Il populismo si manifesta in due modi: incensando ininterrottamente il “popolo”, considerandolo un organismo unico, coeso, compatto, perché “ha sempre ragione”; o, viceversa, accusandolo ininterrottamente di essere indisciplinato, di aver bisogno del bastone per essere rimesso sulla giusta via.
In questo momento, in Parlamento siedono entrambi i populismi. Si danno spesso il cambio. Sperano in questo modo di coprire le proprie responsabilità. Quasi 2 milioni di positivi, 64 mila morti.

Da un po’ di tempo, ogni volta che qualcuno mi chiede: «Come va?», il mio primo istinto è quello di rispondere: «Come va un cazzo». Naturalmente non lo faccio. Rispondo invece: «Bene, dai, tutto sommato bene. E tu?» e finisce lì.
Non è un granché come sensazione, spero passi presto.

Gentile

Gentile Meleagtii s.r.l.

sono un vostro cliente abituale da anni, nonché membro onorario della NPI (n.d.r: Nazionale Panettoni Italiana).

Vi scrivo per segnalarvi un errore riportato nella confezione del vostro prodotto di punta, il “Panettone Tradizionale”.

Leggendo tra le avvertenze, ho notato la scritta: “Può contenere tracce di neonati morti” in luogo del tradizionale: “Può contenere tracce di frutta secca”. Credo si tratti di una svista. Confidando in un vostro pronto intervento, vi porgo i miei più distinti saluti.

XXX

***

Gentile XXX,

la ringraziamo per la sua sollecitudine, con la sua mail ha dimostrato una inusuale prontezza di riflessi.

Ci rallegriamo nel comunicarLe che non si è trattato di un errore. Da più di un secolo, il tritato di neonato è una componente essenziale dell’impasto nel nostro amato dolce natalizio. Senza di esso, realizzare i canditi sarebbe semplicemente impossibile.

Conveniamo con Lei, tuttavia, che quell’indicazione potrebbe attirarci addosso gli strali dei moralisti o peggio del Team Pandoro, dunque di comune accordo con la gloriosa NPI, abbiamo concordato di seguire il suo consiglio e modificarla nella più tradizionale: “Può contenere traccia di frutta secca*”, delegando a una nota scritta in corpo 4 l’elenco di ciò che per noi può essere considerato frutta secca.

D’altra parte, non diciamo sempre che i neonati sono frutto dell’amore della loro mamma e del loro papà? Beh, è ora di ribadirlo anche nel nostro packaging!

Nel porgerLe i nostri più cordiali saluti, Le comunichiamo che Le abbiamo appena spedito un bel barattolo pieno pieno di canditi pronti da gustare, nella speranza di farLe cosa gradita.

Buon appetito!

La Meleagtti S. r. l.

Designer

In virtù delle restrizioni delle settimane scorse, alcune regioni hanno abbassato i propri indici di rischio e quindi sono transitate dalla zona rossa alla zona arancione o, nei casi più fortunati, dalla zona arancione alla zona gialla.

Tuttavia, l’allentamento delle restrizioni comporterà, di rimando, il peggioramento di quegli stessi indici di rischio. Teoricamente ciò dovrebbe comportare un nuovo transito – questa volta peggiorativo – da giallo ad arancione per alcuni, e da arancione a rosso per altri, in una sorta di circolo vizioso abbastanza inquietante.

Dubito però che ciò accadrà.

A quanto pare, l’idea è quella di fingere che tutto vada bene dovunque nella speranza di avere culo. Un po’ come in estate, insomma. Solo che in estate il numero di morti era molto ridotto, eravamo sulla coda lunga della prima ondata, adesso siamo nel pieno della seconda ondata. In altre parole: sarà un massacro. Su questo ci sono ben pochi dubbi. Inutile raccontarsi la favoletta del Rt in calo, o dell’indice di positività in flessione. È tutta roba che serve solo a procrastinare il momento in cui saremo costretti a dire: abbiamo fatto errori enormi.

Fin qui, niente di nuovo.

Ciò che non mi torna, però, è il senso politico di questo ennesimo bagno di sangue.

A gennaio, finita l’orgia delle feste, i nodi verranno di nuovo al pettine. E molte delle figure chiave di questa seconda ondata avranno prosciugato qualsiasi ipotesi di ulteriore consenso. Nulla di strano che l’attuale compagine governativa sarà letteralmente spazzata via.
Perché si stanno affannando tanto a scavarsi la fossa da soli?
Perché non portare invece tutta l’italia in zona arancione (o ancora meglio in zona rossa) nell’attesa che arrivi realmente il vaccino?
Non ha senso. Eppure è quello che sta accadendo.

Me lo chiedevo ieri, mentre l’ennesimo kitchen designer (sì, si chiamano così) ci stava progettando l’ennesima cucina con il solito programmino di visualizzazione 3D che oramai conosco a memoria.

Lui abusava del termine “minimal” come se non ci fosse alcun domani e io ero lì che mi domandavo: “Chi è che ci commissarierà? Sarai tu forse? Tu che ami il top in lapitek? Tu che mi hai appena proposto un frigorifero da 1.800 euro fingendo di non vedere l’assurdità della tua proposta?”

Vecchio e bislacco

Non vedo l’ora di diventare vecchio e bislacco. Ho già pronto il mio cavallo di battaglia. È una storia. Va raccontata arpionando il malcapitato con le dita nodose, secche come un fuscello, scrutandolo fin dentro l’anima con sguardo arcigno:
«C’era un tizio, possedeva un sacco di roba: palazzi, terreni, campi, fabbriche, tante fabbriche, e danaro, un sacco di danaro, e una barca. Era un mio amico. (pausa)
Questo mio amico di notte, ogni notte, saliva su quella barca per fare il giro della costa.
Bene (pausa). All’andata filava tutto liscio (pausa). Al ritorno, una volta superato il molo di levante, si stendeva sul fondo della barca e iniziava a piangere. E piangeva piangeva piangeva, senza mai riuscire a smettere»

E qui piazzerò una quanta e ultima pausa, corredata da uno sguardo trasognato al limite col parkinson.

Quando il malcapitato mi chiederà: «E poi?», risponderò: «E poi basta, la storia è finita qui» e me ne andrò – gemendo, borbottando e zoppicando – da qualche altra parte.

Marmotte

Mezz’ora fa mi sono svegliato e ho pensato: “Cazzo, siamo ancora al 10 dicembre”.
Ieri, invece, mi sono svegliato, pensando: “Cazzo, siamo ancora al 9 dicembre”.
Il giorno prima, ho pensato: “Cazzo, siamo ancora all’8 dicembre”.
E così via.
Domani, con ogni probabilità, penserò: “Cazzo, siamo ancora all’11 dicembre”.

Ho come l’impressione che questo 2020 stia durando un’eternità. Ed è un’impressione che si rafforza man mano che ci avviciniamo al 31.

Mi sembra di essere Bill Murray. Vivo dentro un giorno della marmotta che si ripete sempre uguale a se stesso. Cambia soltanto lo sfondo.

Pesanti

Ieri, poi, mi sono ricordato che quand’ero piccolo io, i bambini non erano mai grassi, avevano le ossa pesanti. Lo dicevano gli adulti. Qualcuno di loro ci credeva pure.
«Mio figlio» – ripetevano – «non è grasso, ha soltanto le ossa pesanti», e mettevano su una di quelle facce che non lasciava adito a dubbi.

Era una cosa che ripetevo spesso anch’io di me: «Non sono grasso, ho le ossa pesanti». Mettevo su, anch’io, una di quelle facce che ostentavano sicurezza. Le ossa pesanti, per me, esistevano davvero.

Che cosa strana, l’infanzia.

Enfant prodige

Ieri, tornando a casa ho visto una strana agitazione. Auto in fuga, gente a piedi che se la dava a gambe, urla, strepiti, scene di isteria collettiva, capsule di cianuro, fosse comuni. Si trattava per lo più di grillini.

Il primo istinto è stato quello di mettermi a correre anch’io, inseguendo la folla.

Poi, però, ha prevalso la razionalità o, meglio, un dubbio. Sono corso verso casa. Nicolò era in giardino. Si era travestito da Mes.

«Presto», gli ho urlato, «Presto, entra in casa! Quante volte ti ho spiegato che quel vestito di carnevale non va indossato?», ma mi sa che era troppo tardi, probabilmente a soli quattro anni ha scatenato la sua prima crisi di governo.
Ne vado fiero, non lo nego, il mio frugoletto è un enfant prodige, ma ora, Mattarella chi lo sente? Questa è la volta buona che ci manda Mario Draghi.

Poco dopo

C’era questo film in tv, parlava di spie. Lo abbiamo beccato nei dieci minuti che ci concediamo ogni notte dopo aver messo a letto Egle, prima di sprofondare in un sonno piombigno che sappiamo già sarà interrotto almeno cinque o sei volte, sempre che tutto vada bene.

C’era questo film, dicevo. Ad un certo punto, una spia entra in bagno, chiude la porta, si siede sulla tazza e manda un messaggio con il suo cellulare. È completamente sola. Nessuno bussa alla porta. Nessuno è accanto a lei. Tutti la lasciano in pace.

Quell’immagine ha risvegliato qualcosa dentro di me, dei ricordi confusi, memorie di un passato lontano.

«Amore, ma sai che forse c’è stato un tempo in cui andavamo in bagno da soli, senza bambini intorno?» La mia voce era già impastata dal sonno.
«Ma no, non credo», mi ha risposto Vale, «ce ne ricorderemmo». Anche la sua voce era impastata dal sonno, quasi trasognata.
Ci siamo addormentati poco dopo.

Dove vanno?

Pensavo una cosa: i fricchettoni sono completamente scomparsi dalla società, EPPURE continuano in maniera inspiegabile a detenere l’egemonia culturale su tutto quel che riguarda la prima infanzia. Hanno i pediatri più costosi, il coordinamento delle regine dispotiche del latte, i siti specializzati, le teorie alternative, le loro scuole, ovviamente tutte private, ovviamente tutte assolutamente all’avanguardia. Una potenza di fuoco ragguardevole, impossibile da eguagliare.

Secondo la teoria gramsciana dovrebbero essere ormai prossimi a prendere il potere. Solo che non accade, seguono una parabola differente: diventano sempre più rarefatti man mano che il bambino cresce, per scomparire completamente una volta raggiunta l’adolescenza.

Dove vanno? Che fine fanno? È da ieri che me lo domando senza riuscire a darmi risposta. Possibile che uccidano i loro pargoli, una volta superati gli otto anni? O forse, al contrario, continuano a riprodursi incessantemente? O – ed è l’ipotesi più spaventosa – fanno entrambe le cose: uccidono e si riproducono, uccidono e si riproducono, uccidono e si riproducono, all’infinito.

Devo ricordarmi di chiederlo alla nostra pediatra guru venezuelana la prossima volta che gli sganceremo duecento euro per sentirci dire che la bambina sta bene, nel suo splendido atelier da cui è possibile abbracciare con uno sguardo contemporaneamente la città, l’Etna, il mare.

Cucine

Ieri, siamo andati a vedere cucine. È da un po’ che passiamo così i nostri venerdì pomeriggio, sta diventando una piccola consuetudine famigliare.

Oramai ho imparato: una cucina scarsa costa circa mille euro al metro, una cucina medio scarsa circa duemila, una cucina buona tremila, il resto non ha senso nemmeno guardarlo.

La cosa che mi affascina maggiormente è l’accondiscendenza con cui ti trattano, in un qualunque negozio X, quando banalmente chiedi qual è il costo medio di una cucina.
Ti spiegano che così su due piedi è impossibile stabilirlo, ci sono tante variabili, dipende da che top, da che elettrodomestici e bla bla bla e poi, dopo due ore di progettazione in rendering, dove ti hanno sfinito a furia di dettagli inuti, tirano fuori il preventivo e immancabilmente quel preventivo dice:

Cucina Scarsa: mille euro al metro
Cucina Medio scarsa: duemila euro al metro
Cucina Buona: tremila euro al metro.

Qualunque cosa metti dentro quella cucina. Potresti anche chiedere il top in oro massiccio e i cassettini foderati in pelle umana, il risultato sarà sempre e inesorabilmente:

Cucina Scarsa: mille euro al metro
Cucina Medio scarsa: duemila euro al metro
Cucina Buona: tremila euro al metro.

Non si scappa.

Naturalmente prima di arrivare al preventivo vero, si passa sempre dalla supercazzola.
La supercazzola è il prezzo reale aumentato del 30%. Serve da pretesto all’impiegato per chiamare il titolare che, dopo aver dato un’occhiata sdegnata al preventivo, tirerà fuori una calcolatrice, sottrarrà il 30% alla supercazzola e chiamerà il risultato: “sconto”.
A quel punto, solitamente impiegato e titolare si aspettano che io e Vale cominciamo a saltellare per la gioia battendo le mani e urlando: “HI-AHHHH!”, cosa che accade assai di rado, siamo più propensi a mettere in scena il quadretto della coppia riconoscente per lo sconto ma che è ancora dubbiosa, magari torniamo a casa e ci riflettiamo su. Per la precisione io interpreto il marito sulle spine (perché sa che la cucina è un gioiellino ma sfora considerevolmente il budget) e Vale la parte della moglie possibilista.

Va da sé che di questo passo non riusciremo mai a comprare nulla.
Però stiamo consolidando una tradizione. Il bicchiere, a conti fatti, è mezzo pieno.

Albero

Quest’anno, Vale avrebbe preferito anticipare l’allestimento dell’albero di Natale alla settimana scorsa.
Le ho fatto notare che noi abbiamo sempre fatto l’albero l’8 dicembre e che «va bene la pandemia, ma l’albero a novembre proprio non si può sentire, somiglia a quelle vetrine tristi tristi, vestite a festa già a ottobre mentre fuori è ancora estate».
L’immagine delle vetrine l’ha colpita. Ne abbiamo discusso ancora un po’ e poi abbiamo lasciato perdere.

Pensavo di averla convinta. Povero ingenuo. Ho solo firmato la mia condanna.

La sua rappresaglia è stata tanto sottile quanto crudele.

Ha comprato un albero di natale minuscolo, lo ha messo vicino a un termosifone. Un albero di natale minuscolo e spoglio. Ogni giorno appende un microscopico addobbo. Un unico microscopico addobbo. E poi lo lascia lì, a fissarmi, con quei suoi rametti esili esiti, con quella sua postura da nanetto da giardino tisico, fino all’addobbo successivo.

Oramai è solo questione di ore: cederò. Nessuno può resistere allo sguardo perpetuo di un alberello bonsai rancoroso e, per di più, disadorno.
E cederò di brutto. La pregherò, la scongiurerò di fare un albero di natale gigantesco, un albero di natale mastodontico, il più grande che abbiamo mai fatto, e non importa se siamo solo ai primi di dicembre, abbiamo sbagliato a non farlo a novembre, tutto purché mi sottragga allo sguardo inquisitorio di quell’alberello psicopatico rintanato vicino al termosifone.

Ma sarà tutto inutile, lo so, lo sento. Lei mi spiegherà che no, avevo ragione io, in fondo è giusto costruire delle piccole tradizioni in famiglia, mi basta chiudere gli occhi per immaginare le sue parole: «Abbiamo deciso l’8? Ebbene lo faremo l’8, che problema c’è?».

Come ho potuto essere tanto stolto?

Speranza

A me, Speranza, in fondo, fa simpatia, inutile nasconderlo.
È diventato Ministro della Salute nell’anno in cui nel mondo si è abbattuta la peggiore pandemia da un secolo a questa parte.
Non ha potuto seguire il solco della tradizione – ossia lavorare instancabilmente alla costruzione di un robusto apparato clientelare volto a garantirsi lo status e, soprattutto, il tenore di vita tipico di un raiss crudele e sanguinario – lui ha dovuto veramente occuparsi di salute.
Una sfiga cristallina.
Come si fa non provare umana comprensione per Speranza?
Per quel che mi riguarda è praticamente impossibile.
Detto questo, non riesco a non incazzarmi ogni volta che lo sento ripetere in televisione o sui giornali che ha stanziato “ben 9,5 miliardi per la gestione della pandemia”, senza spiegare né COME quei 9,5 miliardi sono stati spesi, né tantomeno SE sono stati spesi.
È più forte di me. Lui ripete la litania dei 9,5 miliardi e a me, dentro, cresce la bestia.
E quel suo viso da calimero pestato a sangue da gente con la passione per la fiamma ossidrica non riesce a placarmi.
Conosco gente che ogni giorno batte tutte le farmacie della propria regione alla ricerca di bombole d’ossigeno. Non di farmaci rarissimi, ma di bombole d’ossigeno.
La prima ondata è stato un massacro, ma tutto sommato ha colto impreparati tutti quanti, quindi in qualche modo le responsabilità politiche si sono attenuate.
Ma la seconda ondata no, non doveva essere un massacro e invece lo è stata. E lì, le responsabilità politiche sono chiare: governo nazionale e governi regionali hanno combinato un casino assurdo, insensato, criminale.
E probabilmente la terza ondata sarà ancora una volta un massacro e cosa ancor più triste: anche con la presenza di un vaccino, malgrado la presenza di un vaccino.
Ieri, un mio amico, finalmente uscito da una quarantena durata 21 giorni, di cui almeno 7 senza sintomi, prolungata a dismisura dall’inefficienza del sistema sanitario ormai allo sbando, ha scritto su facebook:
“Non vi strazio con testimonianze della situazione in cui versa il SSN, non ce lo meritiamo, ma vi invito a tutti a star in guardia, il SSN è collassato, la politica abbassa lo sguardo, il consumismo spinge per l’autoselezione.
Dipende solo da noi, da ognuno di noi”.
È vero, ha ragione su tutto, tuttavia secondo me non “dipende solo da noi, da ognuno di noi”.
Dipendiamo purtroppo anche dalla scelte politiche e materiali che altri stanno prendendo per noi, sulle nostre teste. I decisori esistono e stanno facendo molti danni, alcuni dei quali probabilmente irreparabili.
Noi meritiamo di meglio.

Aristocratica Mont Blanc

Strano a dirsi, ma ieri, al supermercato, mentre ero in fila alla cassa ho sentito una discussione intelligente sulla patrimoniale. Due signore in fila e il cassiere. Concordavano tutti sull’utilità di tassare i ricchi.
“Beh”, mi sono detto, “Si vede che la percezione sta cambiando”.
Sul “cambiando” è intervenuto a gamba testa il proprietario del supermercato.

Se ne stava seduto accanto alla casa, dietro un foglio Excel.
Ha dapprima sbottato, poi ha borbottato qualcosa di incomprensibile, ho proseguito a borbottare per un po’. Quando finalmente ci siamo azzittiti aspettando che dicesse qualcosa, finalmente è intervenuto.

Ci ha spiegato che tassare gli imprenditori significa licenziare i lavoratori. «E poi, dai non scherziamo: un reddito di 500 mila euro l’anno è il reddito di chi ha due “giusto” due casette». Una delle due signore stava per ribattere qualcosa, lui l’ha subito interrotta: «D’altra parte siamo tutti sulla stessa barca. Siamo tutti ceto medio». Ha pronunciato le parole “ceto medio” con vibrante partecipazione.
Dopodiché ha firmato una bolla con una mont blanc ed è andato a braccare un suo dipendente, piantandoci in asso.

Conosco la penna perché ne aveva una uguale l mio professore di filosofia. Se doveva metterti un due ti diceva: «Zito, non ti rammaricare, questo non è un due qualsiasi, è un due vergato con la mia aristocratica mont blanc». Ricordo di aver cercato il prezzo in un momento di debolezza: 500 euro, iva e inchiostro escluso.

500 euro, quasi metà dello stipendio di gran parte della gente che conosco.
Una delle due signore ha commentato: «E io che pensavo di far parte del ceto medio. Mi sa che non fa per me. Non me lo posso permettere».

Ho dato un’occhiata al suo carrello: due bottiglie di vino, un cavolfiore, due pacchi di pasta, biscotti, gallette di riso, una barretta di cioccolato, un pandoro.

Tornando a casa mi sono ricordato ancora una volta del mio professore di filosofia, Nino Consiglio. Una volta, lo incontrai nella mia libreria di fiducia. Aveva ordinato un Gallimard. Stava strapazzando il proprietario perché il libro era arrivato con un giorno di ritardo. Ad un certo punto il proprietario si è offerto di fargli uno sconto generoso – «D’altronde lei è un cliente modello» – solo allora lui si è placato, pur continuando a guardarlo pieno di sussiego.
Per rimarcare la sua indisposizione si è acceso un sigaro. Un sigaro dentro una libreria.

Quando siamo usciti mi ha spiegato la differenza tra un semplice cliente stronzo e un entusiasmante cliente modello: «Il cliente modello è pieno di soldi».

Un test

Loro o i loro cari sono in attesa dell’esito tampone dall’USCA, esito che non arriva mai. Telefonano, telefonano, telefonano, ma niente, nessuna risposta. Alla fine, esasperati mandano qualcuno a fare casino all’ASP. Solo allora, un impiegato dice loro che gli dispiace, ma l’esito si è perso. Gliene faranno uno nuovo. Quando? Presto, non si preoccupi, presto.

Da qualche giorno, mi raccontano tutti questa storia qui.

A qualcuno è capitato al cognato, ad altri al migliore amico, ad altri ancora alla suocera, al nonno, al vicino di casa.
E ogni volta, io lo prendo come un test.

Ascolto e penso: “Non diventare complottista, non cominciare a pensare che le ASP perdono gli esiti apposta, in modo da non inviare i dati e abbassare l’Rt. Portare la Sicilia in zona gialla è stato un errore, d’accordo, ma non tutto deve essere per forza collegato. Non hai nessuna prova. Sono oberati di lavoro. Può capitare. Non peccare di individualismo metodologico, non lasciare spazio alla sovrainterpretazione paranoica”.

A volte, però, è più dura di altre: magari è già quasi sera, sono stanco dopo una giornata di lavoro, ho solo voglia di pensare ad altro.
Quando accade, lascio perdere la spiegazione razionale (“non cominciare a pensare e bla bla bla), mi concentro soltanto su: “Non diventare complottista”, me lo ripeto all’infinito, come un mantra, “Non diventare complottista, non diventare complottista, non diventare complottista, nam mio-ho renghe chiò”, nella speranza che ciò basti, da solo, a placare il piccolo qanonista che alberga, mio malgrado, da qualche parte dentro di me.

Fortuna che c’è il pandoro. Non si può essere complottisti se si mangia pandoro. Col panettone magari sì, ma col pandoro è veramente impossibile.

Coincidenze?

Non so se l’avete notato, ma gli Rt regionali hanno iniziato il loro trend discendente quando il pandoro è arrivato sugli scaffali dei supermercati. Coincidenza? Può darsi.

Inoltre, tanti stimati scienziati prevedono che tutte le regioni d’Italia – non una: TUTTE – diventeranno gialle entro Natale, ossia il periodo in cui il pandoro sarà maggiormente diffuso in tutte le case degli italiani. Altra coincidenza? Può darsi.

Vi faccio, infine, notare che secondo molti studi autorevoli – alcuni dei quali pubblicati su Lancet – la sigla DPCM in realtà significherebbe: Dopo Pandoro Covid Niente. Anche questa è una coincidenza? Liberi di crederlo, ma per quanto mi riguarda tre indizi fanno una prova.

È innegabile, insomma, che il pandoro abbia capacità di immunizzare dal covid 19. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del panettone. Sembrerebbe anzi che sia un vettore di contagio.
Anche in questo caso, abbiamo tanti indizi rivelatori.

Tutti sanno, per esempio, che Wuhan – oltre ad aver dato i natali alla famosa spalla di Bonolis nel celebre programma Bim Bum Bam – è anche uno dei più grandi centri di produzione globale di panettoni. In quella zona, infatti, uvetta e canditi crescono spontaneamente nei campi incolti, se ne trovano letteralmente a ogni angolo di strada.
E da dove è partito il covid? Wuhan, ovvio. Coincidenza anche questa? Sarà.

E in Italia, dov’è che per primo ha attecchito il Covid? In Molise? Nelle Marche? In Calabria? In Sicilia? No: in Lombardia, la patria d’elezione del panettone. Coincidenza pure questa?

A suffragare l’ipotesi di una marcata incidenza del panettone sui processi di contagio ci sono anche le asimmettrie riscontrate sulla letalità del virus: il covid colpisce pevalentemente la fascia anagrafica che va dai settanta ai novant’anni, ossia i consumatori abituali di panettone. Un caso? Difficile sostenerlo.
Insomma parrebbe che il cerchio si chiuda, che il mosaico si ricomponga. Bisogna ciechi per non vedere il disegno globale.

Ragion per cui, quando stasera tornerete a casa e guarderete i vostri rampolli in viso, date ascolto a me, evitate di forzarli a mangiare qualcosa che nessuno sano di mente vorrebbe mangiare. Lasciate che mangino pandoro, e cestinate quegli imbarazzanti agglomerati di zuccheri, canditi e uvetta passa o, se proprio non volete cestinarli, regalateli al vostro peggior nemico.
Un giorno, i vostri figli ve ne saranno grati.

(nella foto: un panettone cannibale in procinto di divorare se stesso).

Resoconto

Ieri, poi, giornata grigia, ha piovuto a dirotto.
Sono rimasto un po’ a guardare la pioggia bagnare il mio giardino, con la fronte poggiata sul vetro. Pian piano ho perso la cognizione del tempo. C’eravamo soltanto io e la pioggia. Ad un certo punto, mi è sembrato di sentire l’aria fredda venir su dal naso.
«È il momento», mi sono detto, «ora o mai più».
Ho chiuso gli occhi, aspettando pazientemente che il mio destino si compiesse.
Ma niente, nessun pandoro ha suonato il mio citofono. Hanno preferito rimanere stipati dentro quei loro lugubri supermercati.
E chiudere gli occhi altre due volte non è bastato a convincerli.
Quest’anno è differente dagli altri.
Devo cambiare strategia.

Gialla

Ieri, davanti scuola di mio figlio c’erano due signori che discutevano di contagi e decessi.
Portavano entrambi la mascherina sotto il mento. Quando dovevano confidarsi qualcosa lontani da orecchie indiscrete (ossia io), si avvicinavano testa contro testa e parlavano sotto voce. Le mascherine, naturalmene, restavano sempre sotto il mento.
Ho ascoltato parte dei loro discorsi mentre aspettavo che il bidello mi aprisse.
Sostenevano che la Sicilia sarebbe dovuta diventare zona gialla.

Mi ricordo di aver pensato: “Ma sono matti? Semmai, al contrario, dovrebbe diventare zona rossa. Hanno persino tapezzato le città di cartelloni con su scritto: VIENI AL PRONTO SOCCORSO SOLO SE HAI UN’EMERGENZA, è evidente che gli ospedali sono al collasso”.

Quel pensiero mi ha accompagnato per tutto il tragitto, mentre prendevo Nicolò, mentre gli facevo indossare il giubbotto, mentre tornavamo indietro, mentre lo sistemavo in macchina.
“Ma no”, mi dicevo, “zona gialla è proprio impossibile, o continuiamo a stare in zona arancione o tutt’al più andiamo in rossa, nessuno vorrà mai prendersi la responsabilità di una strage”.

Ho messo in moto, sicuro della solidità dei miei ragionamenti, certo delle catene logiche che avevo pazientemente messo su, anello dopo anello, per dimostrare l’impossibilità della zona gialla.

Ho anche augurato delle cose di cui mi vergogno a quei due tizi con la mascherina sotto il mento.

La notizia è arrivata in serata: dal 29 novembre Sicilia zona gialla.

Sono proprio stupido, oltre che ingenuo.

Cucchiaio

Ieri, mentre tentavo per l’ennesima volta di ricordare come si chiamasse quell’affare di metallo che solitamente usiamo per portare il cibo alla bocca, mi è tornata in mente la cosa che dicevo quasi quotidianamente a mio cugino, quando, dopo aver trascorso mezz’ora a sgasare e correre a velocità folle tondo tondo dentro al parcheggio del supermercato con Misirlou messa a palla in sottofondo, verso le tre di notte lui mi passava l’ennesimo mastodontico purino:

«Ma non è che questa roba ci farà male?».

Poco dopo, Vale, mossa a compassione, me lo ha rivelato: «Cucchiaio. Si chiama: cucchiaio».