La livella

Ci sono 33 bambini in carcere, 33 bambini che dovrebbero stare altrove.

Hanno meno di tre anni, ovviamente non hanno commesso alcun reato, sono detenuti (anche se non dovrebbe accadere mai e per nessun motivo) per una ragione molto semplice: le loro madri sono detenute.

E tutto questo accade malgrado la legge 62/11 abbia introdotto l’Istituto delle case famiglia protette, un istituto a cui lo Stato fa ricorso troppo poco (leggi: quasi mai).
Si preferisce scegliere sempre e comunque il carcere – in maniera ottusa, in maniera criminale – o, in alternativa l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri, come se fosse realmente una soluzione accettabile. Vale la pena ricordare che la custodia attenuata è una struttura fondamentalmente carceraria, non adeguata a rispondere al bisogno di un bambino di poter crescere i primi anni della vita in serenità, nell’ambiente e nel contesto più consoni al suo sviluppo.

Cosa ancor più peggiore, alcuni di quei trentatrè bambini hanno già contratto il covid 19, altri probabilmente lo contrarranno nelle prossime settimane.
Qui siamo andati ben oltre la “semplice” violazione dei diritti umani, siamo già nel regno del palese abominio, dell’orrore.

Basterebbe un nulla al ministro Bonafede per risolvere questo problema.
Eppure continua a lasciare quei 33 bambini in galera, nel silenzio assordante delle istituzioni.

No, il covid non è una livella, come ho letto in qualche commento illuminato sul tema. Il covid non appiana le differenze di classe, al contrario le approfondisce.
Ad alcuni fa molto più male che ad altri.

Ristoro

Ho scoperto un totocovid clandestino nel mio palazzo. Puntano sui vecchi, il portiere prende le quote, bisogna azzeccare il prossimo che finirà in terapia intensiva.
Sembrano soldi facili, non lo sono. Non basta puntare al più compromesso. Le persone, ahimè, sono coriacee.
«Se solo conoscessi un virologo», me lo ripeto ogni sera: «Se solo avessi il numero di un dannato virologo, batterei quel maledetto Sciuto del terzo piano». Quell’uomo ha un fiuto pazzesco.
L’unico modo di batterlo sarebbe affidarsi alla scienza. Ci ho provato e riprovato, ma ancora nulla.
Le informazioni su patologie pregresse e malattie stagionali sono poche e difficili da acquisire, e comunque nascondono insidie inaspettate: è più promettente un diabete melito o un’insufficienza cardiaca che si protrae da anni? Ci sono più probabilità di essere contagiato giocando a canasta o a briscola? Meglio un settantenne acciaccato o un novantenne in salute?
Sono tutti quesiti dirimenti a cui non so dare risposte valide.

D’accordo, lo ammetto: finora ho sempre perso, ma non mi perdo d’animo, pian piano sto imparando. L’ultima volta ci sono andato veramente vicino. Avevo puntato sulla moglie e invece se ne è andato il marito.

Ad ogni modo, è solo questione di tempo, presto farà un bel gruzzoletto.

Per riparare alla perdite ho messo su una bella lotteria di capodanno di quartiere. Ho raccolto le quote, 50 euro a testa, ii 31 dicembre i sopravvissuti si dividono la vincita. Sta andando benissimo. Mi sa che l’allargo anche ai quartieri limitrofi.

Com’è che dicevamo? “Andrà tutto bene”?
Beh, finalmente sta andando tutto bene. Sentivo il bisogno di un po’ di ristoro. Speriamo che duri.

Domani

Il governo nazionale sospetta che la giunta regionale siciliana abbia fatto pressioni indebite per falsare il numero dei propri posti letto in modo da evitare un lockdown maggiormente restrittivo. Per fugare ogni dubbio, la prossima settimana invierà i NAS allo scopo di verificare la reale capienza degli ospedali siciliani.

Dopo aver letto questa notizia, come ogni notte, ieri, mi sono domandato a cosa servono di preciso le regioni e com’è possibile che abbiamo delegato a questi baracconi clientelari – tanto assurdi quanto inutili – un aspetto così cruciale della nostra vita comune quale quello della salute pubblica.

Ero lì che mi lambiccavo, che provavo a costruire dei ragionamenti e confutarne altri, quando d’improvviso la risposta è emersa da sola, in tutto il suo fulgore: Le regioni non servono a una beata minchia. Andrebbero abolite domani.

È stato un momento molto intenso.
La luce di quelle parole, irradiando, ha illuminato per un istante la stanza da letto con una potenza enorme, inarrestabile. Era come se il bianco abbracciasse ogni cosa, me compreso. È durato un attimo.
Poco dopo, il bianco intenso è cominciato a scemare, sono scoppiettati dei baluginii sempre più diradati finché ogni barlume è scomparso, inghiottito dalle tenebre.

Dieci giorni

Oramai è solo questione di tempo. Basta aprire un giornale o guardare un servizio al telegiornale per rendersene conto, osservare la cura con la quale minimizzano la saturazione delle UTI, la crescita dei decessi.

Ci apprestiamo a varare dieci giorni di allentamento spudorato delle misure in prossimità delle feste, in modo da rilanciare ancora una volta i consumi, un “libera tutti” allegro, spensierato simile a quello estivo, dove tutto è lecito, tutto è consentito, e poi via di nuovo un bel bagno di sangue.

Dato che la fantasia non è il nostro forte, chiameremo questo ennesimo bagno di sangue “terza ondata”, per distinguerla dal bagno di sangue che stiamo vivendo adesso, la “seconda ondata”.
Questa qui delle ondate è un’immagine che funziona sempre, dà a tutto una parvenza di razionalità.

“Era una così brava persona, credeva realmente che la curva dei contagi stava rallentando” sarà una delle frasi più gettonate nei funerali sotto le feste.
Saranno riti frugali, intimi, parteciperanno solo i familiari più stretti, gli stessi che poco dopo daranno vita al consueto cenone della vigilia.

Sì, insomma: sarà un natale all’insegna dell’allegria, poco ma sicuro.

«Pierino, cosa ti ha portato Babbo Natale quest’anno?»
«Un tabuto».

«Ma che mortorio questo cenone!»
«Eccone un altro che si è ripreso, presto togliamolo da qui e intubiamo quel povero cristo! Presto! Presto!»

«Scar-ta! Scar-ta! Scar-ta!»
«Oh, che bello, una bambola, proprio quella che volevo. Chi me l’ha regalata? Fatemi indovinare… mmmm… la nonna? Lo sapevo! Graziegraziegrazie. Nonna? Nonna? Nooooooonna!»

Potrei continuare così per ore, mi fermo solo perché in questi giorni l’humor nero mi sembra soltanto una forma piuttosto infantile di autocommiserazione.

«Papà, papà, non sento più i sapori!»
«Tranquillo, è il polpettone di zia Rosetta, è ogni anno così»

Innamorati

Alberto Maria Genovese, lo startupper accusato di aver drogato, sequestrato, seviziato e stuprato una ragazzina – e chissà quante altre – per ore e ore nel suo attico in centro a Milano, ieri durante un interrogatorio durato quattro ore ha affermato di averlo fatto perché ha problemi con le droghe.

D’altra parte (cito) “quando assumo droghe sono fuori di me, non sono più consapevole di ciò che faccio”, e (cito ancora): “la mia vita è per l’80% sana, sono una persona a posto che non farebbe mai del male. Voi avete scavato solo nella parte cattiva della mia vita, ma per il resto sono una brava persona”.
So che non si dovrebbero estrapolare frasi dal contesto, che è ingiusto, ma, credetemi, il contesto è persino più deprimente.

Ha anche aggiunto (e cito un’ultima volta); “nella mia percezione noi eravamo innamorati e stavamo trascorrendo una serata bellissima”.

Noi eravamo innamorati.

Non c’è dubbio che sia una percezione assai strana dell’amore, una delle più strane che abbia mai letto. Viene da chiedersi cosa faccia assieme alla amata nelle serate pessime, se nelle serate bellissime la sequestra, la droga, la sevizia e la stupra per più di 24 ore.

Ad ogni modo, non è da me giudicare, ognuno ha il diritto di amare come gli pare.

Spero soltanto – questo sì – che qualcuno si innamori di Alberto Maria Genovese nello stesso identico modo con cui lui si è innamorato di ragazzine in questi anni.
Mi auguro che sia qualcuno che abbia la sua stessa predilezione per infliggere dolore, umiliazione, sofferenza al prossimo e che abbia tanto, ma tanto, ma tanto tempo per trascorrere assieme a lui serate bellissime. Indimenticabili.