Dimenticare

Mi avevano avvertito che sarebbe successo. È una di quelle cose che i genitori scafati con figli adolescenti dicono di prassi ai genitori di bambini che vanno all’asilo o alle elementari.
Ho sempre risposto che sì, sarebbe successo, che capita a tutti prima o poi, mentendo. La verità è che non pensavo minimamente che sarebbe successo a me. Davo sempre per scontato che fosse una cosa che non mi appartenesse.
Ieri, invece, è successo. Mi sono dimenticato di andare a prendere Nicolò a scuola.
Completamente dimenticato.

Circa un quarto d’ora l’orario d’uscita, mi ha chiamato Vale allarmata: «Dove sei? Mi hanno chiamato da scuola, ho sentito Nicolò piangere, mica te lo sei scordato».
Ho impiegato meno di cinque minuti per raggiungerlo. Al mio arrivo, Nicolò era tranquillo. Mangiava un panino.
Ho trascorso tutto il resto della giornata, chiedendomi come sia stato possibile.
Sono giunto alla conclusione che sono anch’io come gli altri. Inutile coltivare false illusioni.

Stamattina, invece ho visto riflesso sul parabrezza posteriore di un auto, la foto di un dottore sorridente. L’ho scambiata per la copertina di un album; invece era il riflesso di una pubblicità affissa sul muro alle mie spalle: “Vaccinarsi è sicuro”.

Genitori all’asilo

I PREVENTORI
COSA DICONO: Noi? Noi teniamo all’alimentazione dei nostri bambini. È fondamentale, fon-da-men-ta-le. Il nostro motto è “Prevenire, non curare”.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Nastrine della Decò, intervallate da biscotti di tipo gocciola tarocchi e di marca scognita. Meglio se avariati.

GLI INTEGRALISTI
COSA DICONO: Noi? Noi teniamo all’alimentazione dei nostri bambini. Abbiamo contattato un nutrizionista per evitare stupidi sbagli di cui poi potremmo pagare amare conseguenze in futuro. L’alimentazione dei NOSTRI figli è una cosa seria.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Nastrine della Decò integrali, intervallate da biscotti di tipo gocciola tarocchi e di marca scognita, però integrali. Meglio se avariati.

I CRACCO, I CANAVACCIUOLO
COSA DICONO: Noi? Noi odiamo quelli che danno merendine confezionate ai loro figli, la troviamo una cosa inconcepibile. È solo pigrizia. Pigrizia unita a egoismo. Cosa ci vuole a preparare una ciambella o una crostata al forno? Dai su non scherziamo.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Fette di ciambelle o crostate comprate in un Decò Gourmet (come i Decò normali, ma per una clientela più selezionata, meno proletaria).
A loro discolpa, va detto che c’è una linea intera di dolci prodotti apposta per sembrare fatti in casa. Con un aggiunta di prezzo non troppo eccessiva, puoi anche richiedere le versioni con i difetti di cottura (fondo bruciacchiato, interno un po’ crudo, zucchero a velo cristallizzato).

GLI STRONZI
COSA DICONO: Noi? Noi odiamo quelli che danno merendine confezionate ai loro figli, la troviamo una cosa di-sgu-sto-sa. Se la sera non trovi dieci minuti per preparare qualcosa ai tuoi bambini, non meriti di essere genitore. Scusate la franchezza, ma noi la pensiamo così.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Fette di ciambelle fatte realmente in casa, frutta, ortaggi di stagione, pancake di grano saraceno, feta, tutto rigorosamente preparato dalla baby sitter, a notte fonda, prima di tornare a casa. La spesa per le materie prime è ovviamente detratta dal suo stipendio. Non di rado, il cestino della merenda presenta tracce di saliva, unita a piccole dosi di stricnina.

GLI INTERNAZIONALISTI
COSA DICONO: Noi? Noi pensiamo che la merenda debba anche essere un momento inclusivo, d’integrazione, di scoperta dei gusti delle altre culture, delle altre civiltà.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Sushi. Noodles. Pane Carasau. In generale gli avanzi della cena della sera prima.
Naturalmente tutto cibo proveniente da delivery.

GLI UOMINI SOLI
COSA DICONO: Noi? Io. Da quando mia moglie mi ha lasciato, mi sono scoperto una persona nuova. Sono cresciuto, ho messo meglio a fuoco le priorità, ho finalmente intrapreso un percorso intimo che mi condurrà a una nuova maturità.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: tranci di pizza, ovvero gli unici avanzi della sera prima.

GLI SBADATI
COSA DICONO: Ah, giusto, la merenda. Dovevamo preparare la merenda. No, ma certo. La merenda. Sì, ok, la merenda. La merenda. La Me-Ren-Da.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: un beneamato cazzo. I loro figli sono generalmente spinti verso il furto o la prostituzione simbolica.

GLI OSSESSIVO-COMPULSIVI
COSA DICONO: Non c’è niente di meglio di un buon panino con la mortadella.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: un buon panino con la mortadella. Tutti i giorni. Tutto l’anno. Tutti gli anni.

I CRUDISTI
COSA DICONO: Noi? Per noi il cibo è un’occasione di trasmissione di pratiche e riti innovativi, ci consente di portare avanti un discorso pedagogico radicale.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: Nastrine del Mulino Bianco. Patatine.

I FORTUNATI
COSA DICONO: Noi? Noi non ci arriviamo. Ci pensano i miei suoceri. Sono loro ad accompagnare i pupi a scuola e a preparare loro la merenda.
COSA DANNO AI LORO BAMBINI PER MERENDA: ricchi piatti di pasta al forno, porzioni generose di melanzane alla parmigiana, cotolette fritte, cotolette al forno, patatine fritte, fragole, panna, ciambellone di ricotta. Il lunedì.

Temperare

Scoperte della paternità: sono bravo a temperare le matite.
Prima lo facevo in maniera svogliata, erano poco più che sveltine, adesso mi prendo il tempo giusto, do fiato al gesto, mi sembra di capirlo.

Non che sia un lavoro difficile, eppure penso di avere una sorta di piccolo dono inutile. Capisco al volo quando fermarmi, quando smettere di sperare che quella punta possa diventare migliore di quel che è già.
Allora le consegno a Nicolò o a Egle e provo a temperarne altre.
Da quel che ho capito, temperare è una pratica zen. Ti riaccosta al mondo, te lo rendo di nuovo docile.

Mi piacerebbe fare qualcosa di simile con i vecchi libri abbandonati. Rilegarli. Ricucirli. Regalare loro qualche altro anno prima del consueto – e in fondo banale – oblio.

Aidt

Ho terminato : “Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo”, di Naja Marie Aidt. Il sottotitolo è molto più bello, molto più sincero: “Il libro di Carl”.
In Italia, lo ha pubblicato Utopia, una casa editrice microscopica. Probabilmente questo significherà che avrà quattro lettori in croce, tutti lettori forti ed è un vero peccato.
Fortuna che in Europa ha avuto maggiore fortuna. Mi dispiacerebbe che vada perduto, vorrei che restasse.

Se leggi la bandella sembra semplice pornografia del dolore – una madre perde un figlio, una madre racconta la perdita, una madre prova ad abitare, come può, quell’assenza – in realtà è un libro molto profondo sul senso di quel gesto balordo, a tratti insensato, sicuramente grottesco, che è il gesto di scrivere qualcosa per qualcuno. Si domanda incessantemente se la scrittura sia realmente capace di incardinare l’assenza, di darle un tetto sotto il quale riposare.

L’ho letto quasi d’un fiato. Due mattine. Spesso ho avvertito il bisogno, quasi la necessità di piangere. Non è mai successo, ma il groppo era quello lì, saliva su ed esigeva il resto. Il pianto ha una geometria tutta sua.

Mi ha ricordato Alescino.

Sono un po’ deciso se consigliarlo o meno ad Alessandro. Vorrei che lo leggesse, allo stesso tempo ho paura che gli faccia (troppo) male, che lo ferisca.


Farò come ho sempre fatto: Lascerò che passi un po’ di tempo, poi deciderò.

Forse

Forse l’errore è pensare che abbia senso scrivere per un numero imprecisato di persone, la maggior parte delle quali sconosciuto, i cosiddetti: “lettori”.

Mi sto facendo ogni giorno più persuaso che bisogna fare esattamente il contrario: scrivere per poche persone, tutte conosciute, i propri cari. Vale. Egle. Nicolò.

E farlo con la stessa cura, con la stessa delicatezza di quando si scrive per sconosciuti, con lo stesso garbo, con lo stesso amore.

Resoconto#1

Qualche giorno fa, al mio rientro a casa dopo il lavoro, Nicolò mi ha accolto dicendo: «3+1: 4!». Poi ha provato a cimentarsi anche nel 3 + 4, ma si è un po’ confuso, ha detto 9 anziché 7. Usare entrambe le mani, rende tutto più complicato.

Oggi, invece, giornata piena. Di mattina siamo andati a mare, mentre nel pomeriggio abbiamo accompagnato Nicolò ad allenarsi, corsa per la precisione, in uno di quegli orari assurdi, dalle 15:00 alle 16:00.

Quando dico noi intendo me, Vale, Nicolò ed Egle. Nella mia vita, non c’è più alcun noi che non riguardi loro.

La spiaggia, come sempre, era piena di gente bislacca. Runner improvvisati, giocatori di golf altrettanto improvvisati, comitive di amiche anziane, uno o due sportivi ossessionati dal proprio corpo.

Il camposcuola, invece, era molto più sobrio. La “squadra” di Nicolò è composta da circa venti bambini. Sono quasi tutti più grandi, salvo uno o due che per lo meno in quanto ad altezza sembrano della sua età. Per la maggior parte del tempo corrono. Alcuni formano già una fila, altri, come Nicolò, corrono un po’ dove cazzo pare loro per il puro piacere di correre.
Attorno a loro, succedono parecchie cose. C’è gente che si allena. Gente che si sbraccia. Gente che cammina lentamente a bordo campo. Gente che ride sonoramente delle proprie battute.

Al campo, abbiamo incontrato Salvo, un vecchio compagno del Guernica. Ci ha raccontato un sacco di roba. Una storia mi è rimasta impressa. Era al bar con un’amica. D’un tratto, nota uno degli allenatori, un congolese, la cui famiglia era dovuta fuggire dal Congo quando lui era bambino per motivi politici.
Lo saluta, come sempre: «Ciao, Tresor», convinto che si chiamasse Tresor. Quando la sua amica gli fa notare che sembra esserci una grande complicità erotica tra lui e l’aitante congolese, scopre che in realtà il suo amico lo aveva preso in giro per anni. Non si chiamava Tresor. Tresor era ciò che gli diceva la madre ogni volta che lo vedeva.

Di tanto in tanto, Nicolò si voltava verso di noi , alzava il braccio, ci salutava.

Tornati a casa, ho fatto il bagnetto ad Egle. Strano ma vero: oggi non ha fatto troppe storie per uscire dall’acqua. Sono bastati giusto cinque minuti di negoziazioni estenuanti. La promessa di poter guardare qualche video su youtube è stata dirimente. Adesso è sdraiata sul divano. Cerca per lo più video di Peppa Pig

Il posto nella catena

Di tanto in tanto, andando in auto, ci capita di incrociare l’insegna di un centro commerciale.

Allora Nicolò si gira verso la sorella e le spiega cos’è un centro commerciale, visto che lei, a causa del covid, non ne ha letteralmente mai visto uno.

L’idea che Nicolò ha di un centro commerciale è questa qui: è un posto dove, poco prima di entrare al supermercato, ci sono delle macchine a gettoni sulle quali si può salire da soli o in coppia, meglio se in coppia.

Le prime volte che lo abbiamo sentito raccontare cos’era la vita senza covid, a me e Vale è salito il magone, poi, pian piano, col tempo, ci siamo abituati. La cosa ha smesso di essere dolce e triste, è rimasta soltanto dolce.

Pensavo a questo perché ieri, Nicolò ci ha chiesto se c’era il virus anche quando lui era piccolo, segno che sta dimenticando il periodo precedente alla pandemia. Ha quattro anni, quasi cinque, era inevitabile che accadesse.

Così, abbiamo preso il suo posto nella catena delle spiegazioni, ci siamo messi a raccontargli cos’era la vita senza covid, come faceva lui con la sorellina.

Visti da fuori, a un occhio esterno, dovevamo sembrare anche noi dolci e tristi. Spero che col tempo, anche noi, smetteremo di sembrare tristi e rimarremo soltanto dolci.

Mio malgrado

Ogni volta che qualcuno mi mette a parte, mio malgrado, delle sue abitudini alimentari, dopo un po’, nel mio cervello, viene proiettata una scena, sempre la stessa: uno studio bianco, ordinato, pulito, impeccabile. Una scrivania piena di fogli sparsi, per lo più grafici, anamnesi. Poco discosto da essa, uno specialista ipercostoso è in piedi, di fronte alla finestra. Indossa un camice, guarda in controluce l’esito di una tac, una lastra, grattandosi il mento per due lunghissimi minuti, terminati i quali, volge lo sguardo verso di noi – me e la persona che mi sta parlando di cosa mangia e perché – chiedendo:

«Chi di voi mangiava gallette di riso?».
Io resto fermo, l’altro o l’altra si lasciano fuggire uno sguardo colmo di rammarico.

«Lei? E alimenti senza glutine?».
Altro sguardo colmo di rammarico.

«Sempre lei? Non mi dica che beveva anche centrifugati»
«Parecchi»

«Beh, coraggio, pensi che non è l’unico, della sua generazione, ad essersi buttato mani e pieni in braccio a una sorte certa».

Altro silenzio interminabile colmo di significato: «Lei può andare. Ci lasci soli per favore».

Ho giusto il tempo di godermi i primi singhiozzi del mio vicino, prima di tornare alla realtà. E, come per incanto, tutto torna a essere sopportabile. Quasi allegro.

Grande Giove

Se il 6 marzo di 20 anni fa, il 6 marzo del 2001 – prima di Genova, prima dell’undici settembre, prima della crisi del 2008, prima della pandemia, prima di tutto – Doc Braun, un mio amico strampalato, grazie a una DeLorean modificata e alimentata a uranio rubato ai libici, mi avesse regalato la possibilità di guardare per 10 minuti il mondo di oggi, e io mi fossi fatto convincere a provare, arrivando qui, nel 2021, vedendo che la gente gira per strada muta, sopra un tappeto di cenere lavica, fissando degli strani oggetti lisci retroilluminati delle dimensioni di un taccuino e, come se non bastasse, indossando pure delle mascherine chirurgiche, probabilmente, al ritorno, avrei festeggiato con uno strano umore il mio ventunesimo compleanno.

Forse ad un certo punto, avrei pure cominciato a credere che il flusso catalizzatore non funzionava o che si fosse trattato di un sogno.

Dubito comunque che mormorare: «Grande Giove», mentre soffiavo le candeline, avrebbe migliorato la situazione.

Grande Giove.

Panorama

C’è un punto, al Parco Gioeni, da cui è possibile abbracciare con lo sguardo un buon pezzo di Catania.
Poco prima non c’è nulla, soltanto vegetazione. Giri un angolo e il panorama si allarga di colpo. Compaiono palazzi, tetti, balconi, terrazze, il porto, e poi il mare.

L’angolo visuale crea uno strano effetto ottico: Il mare si staglia sopra i profili dei palazzi. Sembra quasi che la città si agiti sotto il livello della costa, che con i suoi palazzi, con le sue strade, con il suo brulichio di vita, occupi una buca sottomarina, che, insomma, il mare la sovrasti.

Ogni volta che mi capita di guardarlo, provo sempre a convincere anche a Nicolò ed Egle a fare lo stesso, vorrei che posassero il loro sguardo su di esso, convinto che possa interessarli.
Non sortisco mai alcun effetto. Guardano sempre e inesorabilmente altrove.

Lo guarda, ogni tanto, Vale. Si ferma, infila le mani in tasca, resta lì a osservare la città qualche istante, poi riprende a camminare, a volte al mio fianco, a volte al fianco di Egle o di Nicolò.

Tutto questo

Ricoperta di tutta questa cenere nera, non so bene perché, Catania sembra più bella. Più bella e sfinita. È tutto come abraso.

Ho fatto il conto delle case in cui ho abitato sinora.
Arrivato a venti, ho lasciato perdere. Sono molte.

Di alcune conservo ricordi molto nitidi, di altre solo qualche sensazione.

Mi sono accorto di ricordare con più affetto le case vecchie, quelle piene di stanze, senza grandi spazi aperti, piene di corridoi, di porte, di angoli morti, di roba accatastata senza un motivo preciso, dove ogni volume era un mondo a sé stante, scisso dagli altri.
Credo che dipenda dal fatto che da bambino e poi da ragazzo ho abitato per lo più in case vecchie: spazi angusti, illuminati male, spesso freddi, freddissimi d’inverno e caldi, caldissimi d’estate, caotici, confusi, schizofrenici.
Tutta roba che è oramai scomparsa o in procinto di scomparire

Le case di ora sono diametralmente differenti dalle case di un tempo. Esibiscono spazio, linee dritte, confort, cura maniacale per il dettaglio, stile.

È come se avessimo deciso collettivamente di rimuoverle e costruire altro al loro posto.
Se qualcosa rimane, rimane perché è affittata a studenti o perché è abitata da anziani. È evidente, tuttavia, che è una soluzione di compromesso. Presto o tardi, ciò che rimane sarà assimilato al resto o sarà definitivamente abbandonato e trasformato in macerie.

È un bene? È un male?
Probabilmente non è né un bene, né un male, o forse è entrambe le cose, un bene e un male allo stesso tempo.
Inutile perdere troppo tempo a rimpiangere il passato.
E, allo stesso tempo, è inutile fare troppo le pulci al presente. Si corre il rischio di diventare dei cattivi sociologi o, peggio, dei brutali entomologi, roba che non mi appartiene (o meglio: che non voglio che mi appartenga).

So che Nicolò ed Egle chiameranno “casa” ciò che adesso ci accingiamo ad andare ad abitare, e chiameranno “casa” anche ciò che vedranno nelle case dei loro coetanei. È lì che stoccheranno i loro ricordi. E ciò che chiameranno casa non può coincidere con ciò che io, sinora, ho chiamato casa.
Mi basta questo.

I nostri mondi, quasi certamente, saranno differenti. Stenteremo a capirci. Faticheremo a trovare percezioni simili. Produrremo ricordi differenti.

Questo, d’altro canto, è il nostro mestiere: quello mio e di Vale di invecchiare, quello loro di crescere. Se troveremo un punto di congiunzione, bene. Sarà un caso fortunato.
Se non ne troveremo, bene lo stesso. Probabilmente sarà un caso fortunato anche quello.

In fondo, sto scrivendo per loro.
Perché rimanga traccia di tutto questo. Di noi, di loro, delle case che abiteremo, delle persone che abbiamo incontrato, di quelle che incontreremo.

Abitare

Pronunciamo spesso frasi che hanno a che fare con l’abitare: “abitare un sentimento”, “abitare un amore”, “abitare una situazione”, “abitare un dolore”, “abitare un lutto”, “abitare la realtà”.
Ma è tutta roba che ha poco a che fare con l’abitare.

Non si può abitare un sentimento, come non si può abitare un amore, un lutto o una realtà. Sono soltanto metafore.

Diciamo: “abitare un sentimento”, inarcando un sopracciglio, e improvvisamente ci sembra di aver dato profondità a un pensiero banale, e improvvisamente abbiamo dato profondità a un pensiero banale.

Sarà per questo che andiamo matti per le metafore, sono i piccoli giocattoli retorici con i quali alimentiamo il nostro eterno bisogno di gratifica, di consolazione. Senza le metafore noteremmo prima quanto sono stupide le cose che pensiamo.
E ‘abitare’ è una parola magica, sembra fatto apposta per le metafore.

La realtà, tuttavia, è differente.

Nella realtà è possibile abitare soltanto le cose: I muri, le pareti, i pavimenti, i solai, i mobili. Sono tutto quello che abbiamo per illuderci di avere una palpebra da qualche parte, capace di dividere in maniera netta interno e esterno, ciò che conteniamo, da ciò che ci contiene.

Sono le cose, il perno attorno a cui ruotiamo, come carrucole, non le parole.

Abitare una cosa significa aprire una porta e gettare un corpo al suo interno.
Quando la porta si richiude, di quel corpo, sulla soglia, non rimane nulla, nemmeno una sagoma, nemmeno un’ombra.
Quando la porta si riapre, è possibile scorgere quel corpo (o la sua sagoma) (o la sua ombra) mentre si muove al suo interno, ammesso e non concesso che le cose abbiano un interno e un esterno, mentre cade, mentre si rialza, mentre siede, mentre pensa, mentre resta in bilico tra due o più opzioni, mentre piange, mentre le luci del giorno lo inghiottono.

Ad ogni porta, corrisponde una cosa abitata.
Se non c’è una porta, nessuno abita quella cosa. O forse la abitano tutti. Vai a capire perché.

A lato di ogni porta, di solito, c’è un campanello. Serve a richiamare l’attenzione in maniera decisa. Volendo, si possono anche battere le nocche contro la porta, anche se solitamente nessuno è particolarmente incline a farlo. Lo si faceva in passato, adesso lo si fa sempre meno.

L’insieme delle cose abitate da un corpo si chiamano: “casa”.

Le case non hanno un nome.
Le case sono case e basta.
Assegniamo un nome proprio praticamente a qualunque cosa, ad eccezione delle case.

“Casa” è il nome di ogni casa. Qualunque altro nome sembra sempre superfluo. Quasi che “casa” racchiuda in sé chissà quale altro significato, chissà quale altro senso.
In realtà la parola casa non racchiude in sé nulla. È perfettamente cava.
Liscia, opaca, disadorna.

Le cose abitate, dunque, si chiamano “case” e basta.

La poesia del nostro vivere quotidiano sta tutta qui, in quest’assenza di nomi, in questo vuoto del linguaggio presso cui dimoriamo. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, sempre.

Guardare

Sto imparando a guardare le case.

Ci ho messo 40 anni – è vero – però adesso, complici gli infiniti giri per mobili e la ristrutturazione, sto pian piano mettendo a fuoco molte delle cose che finora erano rimaste inerti sullo sfondo: corridoi, ingressi, maniglie, battiscopa, fughe, termosifoni, crepe, fornelli. È un po’ come imparare a leggere.

Ci sono case piene di bambini anche se magari non vedono un bambino da decenni. Ce ne sono altre dove di bambini non c’è neanche l’ombra, anche se magari hanno due o tre bambini che di tanto in tanto fanno capolino dalle loro stanzette tristi, tutte uguali.

Alcune case sono commoventi nel loro tentativo di sembrare abitabili, ce la mettono tutta, davvero tutta, ma invano.
Altre sono crudeli, lo senti proprio che odiano le persone. Tu entri e loro, acquattate nell’ombra, ti ringhiano contro.

Ce ne sono poi di troppo nuove, e di troppo vecchie. Quelle troppo nuove si sbracciano per farsi notare, saltellano gridando: «Ehi! EHI!». Quelle troppo vecchie si nascondono tra i palazzi più alti, non hanno o non mostrano (che poi è la stessa cosa) più alcuna velleità, desiderano soltanto essere lasciate in pace.

Le case delle persone sole sono tutte inesorabilmente pulite. Splendono. Quelle delle persone numerose hanno sempre qualcosa abbandonata dove non andrebbe. un libro, un paio di scarpe, un pacco di cracker.

Le case realmente abitate tengono a raccontartelo fin sulla soglia. Entri e loro cominciano a parlare.
Quelle abitate di rado, invece, provano sempre a bluffare. Ad alcune il bluff riesce, ad altre no. La verità viene subito a galla e solitamente è inclemente.

Le case tristi le riconosci subito: piangono in maniera sommessa. Guaiscono. Le parole cadono da ogni parte, rotolano sul pavimento, vanno a finire sotto i mobili.

Le case felici sono più difficile da scovare, da capire. A volte ridono. A volte le trovi affacciate alle proprie finestre, esposte. A volte stanno semplicemente lì. Le attraversi e avverti un piccolo lampo di gioia. Dura un istante, poi scompare.

Le case felici non si somigliano tutte. È proprio il contrario.

La vita

La vita è tutto ciò che accade nei giorni feriali mentre io e Vale cerchiamo mobili, piastrelle, pavimenti, cucine. Sul web, nel mondo reale, mentre mangiamo, mentre lavoriamo, poco prima di andare a letto, negli spazi vuoti tra un’incombenza e la successiva.

La settimana scorsa abbiamo iniziato la ristrutturazione dell’appartamento dove andremo a vivere tra qualche mese.

Nel luogo in cui nelle case solitamente c’è un solaio, in realtà, c’era soltanto un contro-soffitto, poggiato malamente sui muri di casa. Lo abbiamo scoperto il secondo giorno quando un pezzo di questo contro-soffitto è caduto in testa agli operai, non appena hanno provato a rimuoverlo.
È ceduto di schianto, senza dare alcun preavviso. Fortuna che nessuno si è fatto male.

Ora che hanno rimosso tutto, sopra le stanza non c’è nulla, solo la trama regolare delle tegole del tetto.
Ci toccherà rinchiudere nuovamente quel nulla che si è spalancato dove prima c’era il soffitto, metterlo in sicurezza, farlo tornare a essere un sottotetto.

«Non c’è appartamento senza magagne», ci ha rassicurato Donatella, la direttrice dei lavori, «solitamente escono fuori intorno alla fine del primo mese, in questo caso sono uscite subito. Meglio così».

Sono tornato a scrivere dopo qualche settimana di silenzio.

Acqua

I bambini hanno raccolto dei ciottoli. Alcuni li hanno conservati, altri li hanno lanciati in mare. Vale ha scattato loro qualche foto, io armeggiavo con paypal per acquistare dei biglietti, un’esibizione online di alcuni nostri amici. Abbiamo pranzato presto.

Verso le due ci siamo spostati in un parco dove andavamo sempre in estate. Era deserto.

C’erano diversi giochi, formavano un galeone. Potevi entrare da dove volevi, attraversarlo in lungo e largo, scivolare giù da scivoli di ogni tipo. Chissà perché quando ero bambino io, non c’era mai nulla di simile in giro. Verso le tre è iniziata ad arrivare altra gente, molta della quale senza mascherina, così siamo tornati sulla riva. Egle ha protestato un po’, ma poi, non appena ha visto il mare, si è calmata.

Ha ripreso a raccogliere ciottoli e lanciarli in mare. Di tanto in tanto tornava da noi e urlava: “acqua!”.

Una nostra amica ci ha mandato un messaggio ironico a proposito di suo figlio. Abbiamo riso, poi io mi sono vergognato di aver riso. Mi capita spesso, oramai. Sto invecchiando. In auto, al ritorno, i bambini si sono addormentati di botto.

Ne abbiamo approfittato per ascoltare un po’ di musica col bluetooth dell’auto.

Vale si è tolta le scarpe e ha steso i piedi sul parabrezza. Erano anni che non lo faceva.

Entrambi

Hai di fronte un tizio che ti sta particolarmente antipatico. State giocando a testa e croce da ore. Tu ti ostini a dire: «Testa», lui a dire: «Croce».

Finora ha vinto quasi sempre lui. Per rendere la cosa più divertente – o più tragica – decidete di giocare centomila euro su un ultimo lancio. Non partite dalla stessa condizione iniziale: lui è ricco, tanto ricco, tu no, tu sul tuo conto personale, hai circa diecimila euro in tutto, racimolati a furia di anni e anni di lavoro. È letteralmente tutto quel che hai. Decidi di giocare comunque. Senti che uscirà “Testa”. Non può non uscire “Testa”. Tocca a lui tirare. Seguite entrambi con lo sguardo la monetina volteggiare per aria, salire su, su, sempre più su, per poi ricadere sul palmo del tuo avversario.

Poco prima di dire per l’ennesima volta: «Testa», ti accorgi che lui è stato più furbo di te: ha sbirciato il risultato prima di richiudere il palmo. Ti guarda e scandisce per l’ennesima volta: «Croce». Ha lo sguardo tronfio, il sorriso sarcastico. Ecco, essenzialmente per me il mondo si divide tra quelli che sospirando alla fine mormorano: «Croce» e quelli che continuano a rispondere a oltranza: «Testa», pensando che sia un bluff.

E per quel che vale, per quanto mi riguarda entrambi hanno ragione.

Perché non dovrebbe

“È un’ottima alternativa alla medicina tradizionale”: lo sostiene un volantino a proposito dell’aroma therapy.

Ieri mi stupivo che esistesse ancora il televideo, oggi scopro che c’è ancora gente che lucra sull’aroma therapy. Pensa che vita movimentata, la mia. “Perdonami, madre, por mi vida loca”.

Forse, però dovrei guardare la faccenda da un altro punto di vista, più aperto, più disponibile alle contaminazioni. In fondo, quello ad avere torto potrei benissimo essere io. Se prima o poi mi romperò un braccio o una gamba, volendo, potrei valutare l’ipotesi di ricorrere una terapia basata dell’olfatto, invece che andare al pronto soccorso.

Magari soffrirei come un cane, una volta calcificati mi procurerei dei danni irreparabili agli arti, però IN CONPENSO avrei un profumo buonissimo. Inebriante.

E per il dolore c’è sempre l’effetto placebo. Funziona con l’omeopatia, perché non dovrebbe funzionare anche con gli aromi?

Televideo

Il televideo è ancora lì, nascosto nei meandri più oscuri dei nostri televisori, a tenere duro, come l’ultimo vietcong.

L’ho scoperto ieri.

C’è, dunque, qualcuno che lo aggiorna.Non so voi, ma io lo trovo struggente.

Lupo

Ogni notte, Egle balza su dal letto, urlando: «Lupo!».
E continua a ripetere: «Lupo, Lupo, Lupo» all’infinito, finché non inizio a raccontarle di quel che la mamma ha chiesto a Cappuccetto Rosso.

Poco prima dell’incontro tra la bambina e il lupo nel bosco, urla: “Acqua!”. Fa anche questo parte del gioco. Le piace interrompermi per chiedermi l’acqua.
Io allora le vado a prendere la borraccia. Al ritorno, sta saltellando tutta contenta. Le do l’acqua e si rimette in posizioni d’ascolto.
Dura trenta secondi massimo, poi torna a saltellare.
Si distrae in continuazione, ascolta una frase ogni tre, cazzeggia, tergiversa, cade, si rialza, cade di nuovo, eppure ho l’impressione che segua ogni particolare, che conservi ogni parola.

Poi passiamo ai tre porcellini.

Quando finiamo anche i tre porcellini, le dico buonanotte, lei mi risponde: “notte” e finge di andare a letto.
Due minuti dopo saltella di nuovo chiedendo di essere presa in braccio.

È la cosa più vicina a un rito che abbiamo creato. L’abbiamo creata insieme, notte dopo notte.
E non passa per la scrittura, passa per la voce. Senza la voce, la vicinanza, il calore, non avrebbe alcun senso. Questo nostro rito, molto banalmente, non sarebbe mai esistito.

Non so se è stato un errore, ma qualcosa è andato irrimediabilmente perduto quando abbiamo deciso di abbandonare la trasmissione orale per la scrittura, ne sono sempre più convinto.

Le storie sono queste cose qui. Fissate sulla carta diventano un’altra cosa.

Migliore? Peggiore? Forse dovrei rispondere “migliore”, ma sento che la risposta più giusta è “peggiore”. E non so nemmeno bene il perché. Lo sento e basta.

Penso che tutto dipenda da quell’oggetto strano che chiamiamo: le storie.

Le storie, già, le storie. Le storie sono il punto.

Ne nascevano a migliaia, forse a milioni, decine di milioni se si considerano le ramificazioni, le varianti, le divagazioni, alla fine però sopravvivevano in poche, sempre le stesse, un centinaio, forse meno, tramandate di generazione in generazione col favore della prossimità, a volte geografica, a volte parentale, a volte casuale.

Nel passaggio da una testa alla successiva, qualcuno aggiungeva qualcosa, qualcuno toglieva qualcosa, qualcuno sfigurava il contesto, qualcun altro i personaggi comprimari, non ci si capiva niente, la stessa storia scompariva da una vallata per riapparire due o tre montagne più a est, qualcuna era talmente irriconoscibile che cambiava senso, significati, destinatari.

E di testa in testa, amplificate di bocca in bocca, travasate di orecchio in orecchio, sono arrivate fino a me e da me a Egle.
Che ogni notte mi guarda e urla: Lupo! esattamente come avrebbe fatto se fossimo vissuti nel neolitico.

Gente astuta

Ieri, ho trovato una chiamata proveniente da un numero sconosciuto sul mio cellulare.

Un caso? Non credo.

Assodato che da qui fino a fine legislatura Draghi si comporterà da commissario (tra le ola di quanti grideranno: Urrà, finalmente un competente! È un grande presidente! Il migliore che potesse capitarci!”), resta da capire chi ricoprirà il ruolo di curatore fallimentare quando l’onda (e la sbornia) del recovery plan sarà passata.

Può darsi che ce lo facciano scegliere alla prossima tornata elettorale, ma può darsi anche che sia un’ennesima figura terza, come Conte, spuntato dal nulla per mettere assieme una maggioranza qualunque all’interno di uno scenario post-elettorale caotico.

Chi può dirlo?

Per sicurezza, ieri poi, non ho richiamato.Poteva essere Mattarella. Magari si sarà detto: “Conte è ormai bruciato. Sai che faccio? Chiedo a quel coglione di Zito, lui è fesso, lui potrebbe starci”.

D’altra parte, è un vecchio democristiano, cose così sono nelle sue corde.

Col cazzo che richiamo. Per il momento è meglio tenere un basso profilo.

Quella è gente astuta.

Astuta e spietata.

3 febbraio

A quanto pare, Dostoevskij era convinto che anche noi uomini potessimo andare in letargo, o meglio: era terrorizzato dall’idea di andare in letargo, temeva di essere seppellito per sbaglio. La sua era un’autentica ossessione. Prima di schiacciare un pisolino, si assicurava sempre che, nei dintorni, ci fosse qualcuno disposto ad aspettare almeno tre giorni prima di procedere alle esequie.

Quando l’ho letto, devo ammettere che sulle prime ho pensato: “ma guarda che roba strana”, poi però ho riflettuto meglio, cercando di tenere la mente ben aperta e scevra da pregiudizi. Mi sono chiesto: “È davvero possibile escludere l’ipotesi di un cadere in un improvviso letargo?”

Mi sono risposto che no, non è possibile. Magari è già successo altre volte, senza che nessuno lo abbia certificato. Chi può dirlo?

Morale della favola: penso che comincerò a seguire anch’io il precetto del buon Fedor. Devo ancora decidere se istruire Egle o Nicolò, anche se forse sarebbe più saggio istruirsi entrambi: “Se papà non si muove, non datelo subito per defunto, non correte subito a chiamare Mario Draghi, potrebbe essere soltanto andato in letargo”.

2 febbraio

Ieri, Antonio mi ha mandato un link, un articolo scientifico pubblicato sul Lancet. Sosteneva che le società soggette a regimi liberticidi avrebbero maggiore probabilità di sopravvivere a una pandemia rispetto a quelle più liberali.

Un’ipotesi suggestiva, talmente suggestiva che me la sono annotata sul taccuino.

Potrebbe sempre tornarmi utile quando fonderò la mia tirannia assoluta. Potrei usarla come spinta motivazionale durante le fasi più dure (e ahimè truculente) della costruzione delle mie personali piramidi: “E allora il covid?”

Poco più tardi, Nicolò mi ha raccontato che Sant’Agata, da bambina, non si chiamava mica Sant’Agata, ma Agata, glielo aveva detto la maestra di religione a scuola, e io, come sempre, ho finto stupore.

Se tutto procede secondo i piani, tra qualche anno sarà già squisitamente ateo.

29 gennaio

Sono sempre più convinto che tra i parlamentari circoli clandestinamente una sorta di piccolo manuale segreto che alla voce: “Crisi di governo”, reciti: Quando ti chiedono del premier, se non sai cosa rispondere, prendi tempo, dì loro: “Cartabbia” o “Mario Draghi” e vedrai che se ne andranno contenti, convinti di aver messo tra i denti un osso succulento.

28 gennaio

Succede ogni volta: Un attimo dopo aver premuto il tasto INVIA, mi accorgo che quel che ho appena scritto su whatsapp non mi piace, e vorrei modificarlo, ma non si può, se non cancellando messaggio appena inviato e scrivendone uno nuovo, solo che così l’interlocutore, vedendo il messaggio cancellato, anche nell’ipotesi sia benevolo, è naturalmente portato a sovrastimare l’intento della cancellazione, a chiedersi: «Cosa c’è dietro?», mentre nove volte su dieci dietro non c’è nulla, soltanto una latente e invalidante disgrafia.

Così, anziché cancellare e riformulare, preferisco lasciare tutto com’è, soffocando il mio grammar nazi interiore, reprimendo nel sangue le sue urla. Mentre lui scalpita e si dimena, io sospiro e penso: “Come ho fatto a scrivere tanto male un concetto tanto semplice? Ma dove avevo la testa?” E lui continua a scalpitare, a urlare, a dimenarsi, a bestemmiare.

Tutta roba che il team di whatsapp potrebbe risolvere con un minuscolo aggiornamento software, solo che non accade. Passano gli anni senza che Whatsapp consenta di modificare ciò che hai appena inviato, come QUALUNQUE altra app al mondo.

E tutto sommato è un bene che quel team sia tanto restio a farlo. A me tutto questo tran tran – scrivere, aver voglia di correggere, soffrire – piace, mi rende simpatica persino una app di messaggistica istantanea.

Dubito che continuerei a usare whatsapp se modificasse quella piccola porta spalancata verso il rammarico.

Sembro nato per il rammarico.

27 gennaio

Ieri, all’incirca quando Conte saliva al Colle per rassegnare le sue dimissioni, io mi trovavo in via Leucatia, ero paralizzato, in piedi, davanti la mia auto.

Fissavo un enorme cartellone pubblicitario sul quale era ritratta una pizza all’ananas sovrastata da una scritta rossa scarlatta: “La pizza hawaiana: da oggi anche a Catania!”

Tutto questo per dire che da qualche giorno accarezzo l’idea di leggere: “Vite parallele” di Plutarco, prima che ne facciano una serie netflix o amazon prime di cui tutti parlano per un po’ sui social per poi passare spensieratamente alla successiva.

Devo sbrigarmi.

25 gennaio

Conte è ancora lì. Mercoledì (o forse giovedì, non ricordo bene) in Senato si conteranno i voti di fiducia sulla relazione di Bonafede.

Mi sarebbe piaciuto fare un sondaggio su fb del tipo: “Conte si dimette oggi o domani? Faccina allegra oggi, faccina triste domani”, ma poi ho lasciato perdere. Non ce la faccio proprio a fare il giovane. Rimango un uomo di mezza età.

Come sempre, del resto.

24 gennaio

Ieri, ad un certo punto, mi sono detto: “Non sarebbe bello se noi scrittori – nel senso più ampio di persone che scrivono – smettessimo di scrivere tutti assieme, nello stesso giorno, senza nessun preavviso, così, di punto in bianco, all’unisono e senza una ragione precisa?

Pensa un mondo senza scrittura, solo pagine bianche, intonse e schermi vuoti, muti: non sarebbe stupendo? Poi magari, già dal giorno dopo, riprendiamo come se nulla fosse accaduto. E giù di nuovo pensierini, pensierini, pensierini.

Però, almeno per un giorno, per un minuscolo giorno, pensa come sarebbe pulito il mondo, come sarebbe finalmente chiaro, se solo smettessimo di urlare IO, IO, IO”.

Un istante dopo, Nicolò mi ha chiamato e quel pensierino è finito lì, nel dimenticatoio, come tutti gli altri.

22 gennaio

Come faceva la barzelletta del numero dei morti che presto sarebbe cominciato a scendere? Possibile che me la sia già dimenticata? Eppure l’anno scorso furoreggiava.

Ah, sì, adesso ricordo: “I morti saranno gli ultimi a diminuire, ma diminuiranno, non c’è dubbio. Le mirabolanti misure che abbiamo messo in campo hanno già abbassato tutti gli altri indici. Tra quindici giorni, venti al massimo, vedrete che ci sarà un calo sensibile anche del numero di decessi. Bisogna avere pazienza”.

Non la sento più così spesso in giro. Si vede che la sua popolarità è in fase discendente. Come tutte le cose umane ha avuto un inizio, ha avuto un lungo intermezzo e presto avrà anche una fine.

Ad essere sinceri, la mia preferita era un’altra: “Chiudere adesso, per riaprire a Natale”. Era più breve, più mordente, più iconica.

Finita anche quella, ed è veramente un peccato, perché detta adesso avrebbe dispiegato appieno il suo senso più profondo: “È il 22 gennaio, ci vediamo costretti a rientrare in zona rossa, ma non temere: chiudiamo adesso per potere finalmente riaprire tutto a Natale. Coraggio, presto anche i decessi cominceranno a diminuire”.

Strano che nessuno ci abbia ancora pensato.

20 gennaio

Tra una pausa e l’altra, ieri, ho ascoltato il dibattito in Senato. Si parlava di crisi, c’era il rischio concreto che il governo cadesse.Il più pittoresco di tutti, al solito, è stato La Russa. Lui non pronunciava il suo discorso, lui latrava.

Alcuni senatori facevano davvero tenerezza. Provavano, come potevano, a pronunciare correttamente: NEXT GENERATION EU. Era facile immaginare i loro colli tesi allo spasimo nello sforzo di mettere in fila tre parole in inglese.

Mentre li ascoltavo dire: “neicst cceneresciòn e-jù”, pensavo a tutti quelli che urlavano: “dobbiamo aprire il Parlamento come una sardina”. Ieri c’erano pure loro. Tentavano l’impresa disperata di sigillarlo dall’interno. Che brutta fine.

Stamattina ho letto l’esito della votazione: Maggioranza risicata, il governo ha tenuto. In altri tempi, tutto questo mi avrebbe appassionato. Oggi, non mi fa granché effetto. Provo più che altro noia.

La pandemia sta facendo tabula rasa di tante cose.

19 gennaio

Ieri, al supermercato, una signora diceva che il freddo di questi giorni non è normale. Aggiungeva anche: “c’è qualcosa che non va, poco ma sicuro”, guardandosi attorno piena di circospezione.

Oltre a lei c’eravamo soltanto io e la cassiera. L’ho fissata per un po’. Qualcosa in quelle parole non mi dava pace.

Le avevo già sentite da qualche parte, ma dove?

Poi finalmente l’ho capito. Era la stessa signora che questa estate diceva che il caldo del 2020 non era mica normale, qualcosa, di sicuro, non andava. Anche allora si guardava attorno con circospezione.

E anche allora, attorno a lei, non c’era nessuno oltre me e la cassiera.Forse dovrei cambiare supermercato.

18 gennaio

Ho scoperto che radio radicale ha dedicato un’intera sezione del suo sito alla pubblicazione completa di tutti gli interventi in Parlamenti di Leonardo Sciascia. Naturalmente appartengono al periodo in cui era un loro deputato. Non ho ben capito se sono lì per via dell’anniversario o se, al contrario, sono sempre stati lì e io non li avevo mai visti. Ad ogni modo, adesso so della loro esistenza, questo, in fondo è ciò che importa. Ne ho già ascoltato qualcuno

.Inutile dire che sono stupendi, non tanto per gli argomenti, quanto per tutto ciò che li circonda: la sua voce, la sua inflessione, le parole che usa, quelle che non usa, il suo modo stranissimo di arrivare al punto per poi scartare repentinamente di lato. Stupendi.

Vabbè ho deciso: oggi riprendo a correre in giro per il quartiere come un criceto, finalmente ho trovato qualcosa da ascoltare.

17 gennaio

Di tanto in tanto, vedendo le foto postate sui social da tutti quelli che stanno clamorosamente saltando la fila – vaccinandosi anche se questo significa togliere possibilità di vita ad altri che ne avrebbero infinitamente più bisogno – osservando con attenzione i loro sguardi tronfi, la parte meno gentile di me, arriva ad augurarsi che il vaccino sia letale, ma non per tutti, soltanto per loro. Mi riprendo quasi subito.

Mi dico che in fondo azzuffarsi per le scialuppe di salvataggio è un tratto distintivo della condizione umana, condisco tutto con un po’ di sano stoicismo d’altri tempi, e poco a poco torno a essere meno tranchànt.

Credo che fondamentalmente ciò derivi dal fatto che sto diventando un uomo di mezza età.Tra poco comincerò a esclamare “E oplalà” ogni volta che balzo su da un divano. Non vedo l’ora.

15 gennaio

certi giorni poi

va tutto male

fortuna che la notte ci sei tu

la mia dimora naturale

sali sulla mia pancia

inizi a elencarmi la facci

a«E questo?»

«E questo?»

«E questo?»

e di colpo

tutto torna a posto

buon compleanno

piccola Egle

continua a splendere

cosìper sempre

14 gennaio

Non so se è stata peggiore l’immagine di Conte che deliberatamente sceglie di rilasciare le sue dichiarazioni all’aperto creando un assembramento di giornalisti (praticamente un inno al covid) o l’immagine delle due ministre di Italia Viva che, a sguardo basso e dietro una mascherina, ascoltavano in silenzio Renzi che annunciava urbi et orbi le loro dimissioni (un trionfo di patriarcato d’altri tempi), devo ancora decidere.

Purtroppo so già che, presto, queste due immagini saranno spazzate vie da altre immagini, ancora più squallide. È solo questione di giorni.

Concassage

Ieri, mentre accompagnavo Nicolò a scuola, ho visto una di quelle bandiere con su scritto: “ANDRA’ TUTTO BENE”.
Pendeva da un balcone. Era scolorita, lisa, ingiallita.

Sopra di lei c’era una signora anziana, in vestaglia, che dava acqua a delle piante.

Ho pensato: “cazzo, è passato un anno”.
Poi mi sono fatto quattro conti in testa e ho capito che no, ancora non è passato un anno.

Volevo fare una foto, poi ho rinunciato.

Equilibristi

Tra qualche giorno Egle compierà due anni.

E io ho finalmente accantonato la pretesa di coniugare assieme “il tempo da dedicare al lavoro” e il “tempo da dedicare ai figli”, di trovare un equilibrio. È semplicemente impossibile.

D’altra canto, l’equilibrio appartiene a ponti, tavoli, librerie, edifici, tutta roba squisitamente inanimata, incapace di procreare. Forse appartiene anche a qualche specie animale o a qualche strana categoria di insetti o molluschi o licheni, capaci di riprodursi, non lo so, può darsi, perché escluderlo?

Ad ogni modo, da quel che vedo in giro, a noi genitori, mi sa che è tragicamente precluso.

Post, commenti

In questi mesi mi è capitato spesso di leggere post o commenti su fb e pensare che siano allo stesso tempo molto intelligenti e immensamente stupidi.

Molto intelligenti perché pieni di acume e roba sensata da dire sulla situazione attuale.

Immensamente stupidi perché tentare di eliminare l’irrazionalità altrui, dal mio punto di vista, è banalmente irrazionale, specie quando quell’irrazionalità informa una visione del mondo.

Sbaglierò, ma non credo che l’irrazionalità possa essere estirpata, è parte del nostro orizzonte di senso, lo costituisce tanto quanto la razionalità. Vanno in coppia, inutile illudersi di poterle separare.

Vediamo se mi sbaglio.

Non so, forse

Non so, forse un tempo, quando ancora io e Vale eravamo semplicemente una coppia come tante altre, avevo ancora dei pensieri autonomi, non automatici.

Adesso ho solo piccole illuminazioni che si alternano a immense praterie di oscuri presagi conditi da lugubri latrati. Credo che ciò sia dovuto a un qualche danno irreparabile alle sinapsi. Si attivano e si spengono a casaccio.

Negli squarci di luce riesco a ricordarmi dei lacerti della vita passata, anche se in maniera confusa.

Nelle immense distese di oscurità, mi guardo attorno per capire se la puzza che sento proviene dal culettino di Egle o meno.

Il crepitìo

E in questi giorni, ogni volta che prendo in braccio Egle o Nicolò, e sposto il peso da una parte all’altra, riesco a percepire nettamente lo sfrigolio dei dischi vertebrali che si avvicinano pericolosamente al punto di rottura.

È un rumore strano, riesce a essere estremamente angosciante, senza mai smettere di essere affascinante. Una sorta di schiocco seguito da laceranti scricchioliì che culminano in un oscuro, inspiegabile, inquietante crepitìo.

In questi casi, essere diventato stoico aiuta parecchio. Prima avrei pensato: “Ok, è finita, resterò paralizzato a vita”, adesso penso: “Toh, guarda, sono ancora in grado di muovere tutti e quattro gli arti, ma pensa te che bizzarra botta di culo”.

Nei momenti migliori riesco persino a saltellare, una cosa a suo modo incredibile per uno che oramai si trascina zoppicando oscenamente, tra lancinanti dolori e terribili deprivazioni.

Parole nuove

I bambini devono essere liberi di esplorare, fa parte della loro indole, è parte irrinunciabile della loro crescita.Chi siamo noi per negar loro questo loro sacrosanto diritto? Nessuno.

E ciò vale anche quando si arrampicano senza alcun motivo su mobili altissimi; o quando tentano di buttarsi addosso oggetti molto voluminosi per il semplice fatto che hanno commesso l’errore di attirare la loro attenzione; o quando ingurgitano qualunque oggetto alla loro portata, anche quelli palesemente velenosi. È giusto che facciano le loro esperienze, come io ho fatto le mie quando ero alla loro età.

Non posso però esimermi dal notare una cosa, un’assenza tanto grave quanto irrimediabile: nel nostro vocabolario domestico (mio e di Vale) manca una di quelle belle lunghe parole tedesche piene di consonanti e suoni strani che descrivono l’insieme di sentimenti contrapposti e configgenti che si scontrano nel nostro animo quando ci accorgiamo che Nicolò o Egle sono troppo silenziosi, ci voltiamo e scopriamo che hanno approfittato di un momento di debolezza per sottrarsi ai nostri sguardi.

Così dobbiamo rimediare con una bestemmia, solo che non è la stessa cosa. Le bestemmie sono roba da cattolici, un inutile spreco di sciatteria. Vuoi mettere avere roba del tipo: weltanschauung o schadenfreude?

Qualcuno di questi giorni mi siedo e ne invento una.

Qualcosa tipo Welshadenfraudunorgoooodio.

Non tutto è perduto

“Coraggio”, si starà dicendo, “Non tutto è perduto”.
Me lo immagino in piedi davanti a uno specchio che prova a farsi comunque forza.
Questo era soltanto uno dei tanti piani che aveva escogitato. Il buon vecchio Donald ha ancora qualche colpo in canna. Venderà la pelle a caro prezzo.

E se anche all’anagrafe negheranno il suo sacrosanto diritto a cambiarsi il nome in “Joe Biden”, gli rimarrà comunque un’ultima astutissima strategia per rimanere in sella ancora quattro anni: barricarsi alla Casa Bianca e far finta di non sentire il campanello.

Giuliani lo ha già rassicurato sulla legittima costituzionale della cosa. Si farà trovare preparato all’appuntamento con la Storia. Ha già tutto ciò che gli occorre. Lo troveranno incatenato alla sua scrivania, pronto a farlo finita ingurgitando troppe merendine se qualcuno prova ad avvicinarsi anche di un solo passo.

E lì, sì, che sarà scacco matto.
A Trump non la si fa, pivelli.

Romantici

Il mio stoicismo sta facendo piccoli ma decisivi passi in avanti, segno che Seneca sta funzionando.

Ieri, su un saggio ho letto che il Romanticismo non è nato né in Francia, né in Inghilterra, ma in Germania, ad opera di un’accolita di complottari bigotti, xenofobi, protosovranisti, razzisti, naturalmente sessisti, tanto ma tanto frustrati e tanto, ma tanto rancorosi.

Qui in Italia, una composizione simile in questo matto matto inizio secolo ci ha regalato in un sol colpo M5S, Lega e Fratelli d’Italia; in Germania, tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, ha dato origine a un movimento che ha prodotto gente come Kant, Ficthe, Hegel, Goethe, Keats, Shelley, Pellico, Manzoni, Whitmann, Melville, la Dickens e potrei continuare così ancora a lungo (Beethoven, Liszt, Strauss).

Fino a qualche tempo fa, avrei reagito pensando: “Che sfiga” o nei momenti di maggiore sconforto: “Che sfiga assurda”. Oggi, invece, penso che in fondo sia una buona notizia. Mi stendo sul divano e penso: “Abbiamo concimato. Siamo andati giù un po’ troppo pesante col letame, d’accordo, ne sono consapevole, ma d’altra parte oramai è andata, è inutile piangere sul latte versato, si vede che doveva andare così. Ora, non ci resta altro da fare che aspettare. Prima o poi vedremo spuntare qualcosa”.

Per inciso, il saggio si intitola: “Le radici del romanticismo”, lo ha scritto negli anni settanta Isaiah Berlin, in Italia lo pubblica Adelphi. Fosse per me lo renderei un testo obbligatorio.

Dopo Seneca, però.

Gomiti

Una delle due cose più affascinanti dell’avere quarant’anni è che cominciano a seccarti i gomiti, uno spettacolo a suo modo strabiliante.

Ti guardi allo specchio e dove prima c’era un gomito, adesso c’è della pelliccina che si solleva da sola, che ti guarda sconsolata mormorando: «Embè?».

La seconda cosa affascinante è che quando ti capita di entrare in un cortile, pensi: “Toh, un cortile”, che poi è un po’ la stessa cosa che ti viene in mente quando entri in una casa sconosciuta e c’è quello spazio morto chiamato ingresso, volti il capo di qua e di là, e dici tra te e te: “Toh, un ingresso”. Il sottinteso, in entrambi i casi, è: “Ma non erano scomparsi?”.

Credo che ciò derivi dal fatto che, se hai quarantanni, quando eri bambino c’erano ancora i cortili, c’erano ancora gli ingressi, non avevamo ancora deciso collettivamente di eliminarli dall’orizzonte delle possibilità, e i gomiti non seccavano da soli.

Ma potrei sbagliarmi, forse ricordo male, forse non c’erano più neanche allora, forse sto semplicemente rimbambendo. Capita a quarant’anni.

Un numeretto

Sbaglierò, ma questo è stato l’unico capodanno in cui non ho visto citare Gramsci alla rinfusa. Un piccolo record.
Ho atteso a lungo, ho controllato e ricontrollato, ma niente, nessun “Odio il capodanno” con l’icona dell’intellettuale sardo a far da sfondo, nemmeno tra i negazionisti, nemmeno tra i no vax che tuttora resistono tra i miei contatti.

Penso sia un dato significativo del momento che stiamo vivendo.
Cosa non lo è, d’altra parte?

Detto questo non posso che provare simpatia per il 2020.
In fondo non è che un numeretto, messo lì in virtù del calendario gregoriano, trovatosi suo malgrado a rappresentare una pandemia colossale. Un capro espiatorio perfetto, un nemico facile da abbattere, su cui si sono accaniti tutti. È bastato aspettare la mezzanotte, superato lo scoglio psicologico, oltre che scaramantico, è stato tutto un susseguirsi furibondo di gesti dell’ombrello, di crigni liberatori, di foto ritraenti gioia scomposta come se fosse cambiato chissà che, chissà cosa.

La pandemia ha scavato solchi profondi. Agiamo in maniera totalmente irrazionale, da gente traumatizzata.

Compresi quelli che

Dentro un’introduzione a un libro di Seneca, ho trovato questa citazione, proviene da Pascal:
“Tutti gli uomini cercano la felicità. Non vi sono eccezioni, per quanto diversi possano essere i mezzi impiegati. Tutti mirano a tal fine. La volontà non compie mai il minimo passo se non verso questo oggetto. È il movente di tutte le azioni di tutti gli uomini, compresi quelli che vanno a impiccarsi”.
Beh, è la prima frase che ho letto in questo 2021.

Di noi

Per qualche strana ragione – tra cui non escludo la palese idiozia – non riesco a memorizzare le strade. Ogni volta brancolo nel buio.
Al contrario Vale ricorda tutto. E quando dico tutto, intendo tutto. Le basta uno sguardo per orientarsi in luoghi dove è stata anni fa, decenni fa. Non ho idea di come faccia, però il suo è un superpotere estremamente utile.

Ha soltanto un enorme difetto. Quando la strada si biforca chiaramente in due direzioni distinte, una a destra e l’altra a sinistra, e io le chiedo aiuto, lei immancabilmente mi risponde: «Dritto». Quel suo “dritto” a volte vuol dire “a destra” altre “a sinistra”, non ha alcuno schema logico.

I primi tempi mi innervosivo, mormoravo a denti stretti che “dritto” ha senso solo se ci sono tre direzioni, non due; nelle mie performance teatrali peggiori rallentavo fino a quando sospirando non aggiungeva: «a destra» o: «a sinistra», o ancora peggio rallentavo e mi incupivo, una di quelle cose che farebbe incazzare chiunque.

Adesso, invece, la prendo con filosofia: imbocco una direzione a casaccio e via, quel che sarà sarà (whatever will beee will beee, the future’s not ours to see, to seeee, que serààà serààààà).
Mi dico che, in fondo, ho il 50 per cento di probabilità, tutto sommato è una probabilità accettabile. Sto lanciando una monetina, a volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te e bla bla bla.

Ed effettivamente la metà delle volte ci azzecco, l’altra metà scopriamo strade nuove. Nei casi sfortunati facciamo lunghe circonvoluzioni per tornare nuovamente davanti la biforcazione. E lì, torniamo a ripetere il nostro rito:
«Dove vado?»
«Dritto.»
«Ok»

Chissà cosa pensano Nicolò ed Egle di noi.

L’ultimocapolavorodellapixàr

Alla fine, l’ultimocapolavorodellapixar lo abbiamo guardato realmente. Si chiama Soul e aveva ragione Nicolò: valeva la pena vederlo, è molto bello, a tratti persino struggente. C’è una scena in particolare, la scena iniziale nella quale lui tenta di insegnare a suonare a una classe delle medie che ho trovato incredibilmente realistica. La scuola è proprio quella cosa lì.

In questi giorni sto leggendo Seneca, forse la pace che provo deriva anche da questo. È simile alla pace che ho provato leggendo Epitteto, anche se diversa, più fisica, meno celebrale. Intervallo Seneca con Simenon, approfitto delle vacanze per dare una bella scossa alla mia maratona Maigret, prima che gli impegni quotidiani riprendano completamente il sopravvento.

La vita scorre, insomma: ecco una delle poche cose che ho imparato quest’anno; non è granché, me ne rendo conto, ma è comunque un passo avanti.

Le prime foto

Ho osservato, come tutti, le foto dei primi vaccini contro il covid eseguiti nel nostro Paese. Mi sono piaciute molto.
Non mi è piaciuta, al contrario, l’insopportabile retorica che le ha accompagnate. Tonnellate di retorica francamente inutile, spesso irritante, in alcuni casi controproducente.
Nei prossimi mesi, per raggiungere l’immunità di gregge, quella vera, dovremo vaccinare decine di milioni di individui e dovremo spiegare a chi leggitimamente o meno non vorrà vaccinarsi che il vaccino è l’unico risorsa reale di cui disponiamo per salvare vite umane. Non sarà un compito facile.
Non è detto che prevalga da subito la razionalità.
Se verrà tutto delegato alla retorica spacciata per “campagna di comunicazione” dubito che ci riusciremo.

Bilanci

Comincia la settimana dei bilanci.
Ieri, dentro un film d’animazione, ho sentito questa barzelletta: “Uno scoiattolo si dimentica di stipare provviste per l’inverno. Fa ridere, perché alla fine lo scoiattolo muore”.
La raccontava un cane.
Beh, è la barzelletta migliore di questo 2020.

Entrambe le cose

A pensarci bene, a me, di possedere una lavastoviglie, non me ne importa nulla: è una delle cose a cui ho pensato spesso in queste feste. Non ne ho mai avuta una, non vedo perché averla adesso. E poi lavare i piatti non è poi così male come sembra. A me, per esempio, aiuta a staccare, a riflettere.

Ovviamente non l’ho detto a nessuno, ho voluto evitare i visi attoniti, lo stupore, il raccapriccio dei miei potenziali interlocutori: «Ma come non te ne frega nulla? La lavastoviglie con due figli è ESSENZIALE! Non ha LETTERALMENTE senso comprare una cucina nel 2020 senza lavastoviglie».

Disponiamo di un tempo limitato, non ha alcun senso sprecarne un po’ a discutere dell’inutilità delle lavastoviglie, mglio impiegarlo in altro.
Non so se questo fa di me una persona saggia o semplicemente un democristiano.

Forse entrambe le cose.

Ciò che mi rende umano

Premesso che secondo me qualunque cosa diventa commestibile se impanata e fritta (persino il baccalà) (persino Sallusti) (persino il panettone), sono tuttavia conscio che al momento esistono due grandi scuole nel variegato mondo della frittura immorale, al netto di tutte le derivazioni/perversioni: 1) la META-FRITTURA, ossia la rifrittura compulsiva e reiterata – nell’olio, nel burro, nel lardo, nello strutto, nella sugna – di qualcosa di già fritto e rifritto almeno un paio di volte; e 2) la PARA-FRITTURA, ossia la frittura contemporanea e parallela di più ingredienti che poi vengono uniti assieme in un’unica maestosa rifrittura collettiva.

Entrambe le scuole hanno seguaci e oppositori. Lodi sperticate da un lato, terribili e strazianti stroncature dall’altro. Orientarsi è complicato, specie per chi come me si è prefissato l’obbiettivo ambizioso di seguire entrambe gli approcci con mente aperta, senza farsi blandire da nessuna delle parti in gioco, tentanto anzi di approdare a una terza scuola, se possibile ancora più libertaria.

Eppure, nel profondo del mio cuore, so che né la meta-frittura, né tanto meno la para-frittura, in ognuna delle loro innumerevoli varianti, riusciranno a colmare la distanza che mi separa da ciò che cerco veramente: la UR-FRITTURA, la Frittura Primigenia, quella che da cui è partito tutto il resto.
So che esiste, ma sono ancora lontano, ne intravedo solo la cresta all’orizzonte. È lei che cerco, natale dopo natale dopo natale, nelle mie maratone assassine, accompagnato dal tifo dei miei famigliari, dal loro affetto, dal loro tacito assenso, consapevole che due sono le cose che mi rendono umano: il cielo stellato sopra di me, la frittura abominevole e amorale dentro di me.

Yuppie

Da giorni, Nicolò ci chiede ossessivamente: «Quando uscirà: “l’ultimocapolavorodellapixar”?», placandosi soltanto quando gli spieghiamo:
«Uscirà a Natale, la notte di Natale.»
«Ma allora potremmo guardarlo la notte di Natale?»
«Sì»
«Yuppie! Chebello! Non vedo l’ora! Abbiamo fatto bene a babbonarci, ah ah ah»
Beh, ieri era la notte di Natale. E non abbiamo guardato l’ultimocapolavorodellapixar.
Ecco una bella definizione di dirittura morale.

Carò Nicolò

Caro Nicolò,
è ora che tu lo sappia: io e la mamma non ci fidiamo di Babbo Natale.
Non ci piace l’idea che uno sconosciuto vestito in modo pittoresco entri furtivamente in casa nostra e lasci dei regali in cambio di biscotti. Ci sembra strano. Più che strano: sospetto.
Perché i biscotti lo ossessionano così tanto? Te lo sei domandato? Beh, noi sì, ce lo siamo domandato e ce lo domandiamo ancora. Continuamente. Continuamente.
Cosa nasconde quell’oscura voglia di biscotti? Quali mostri? Quali inquietudini?
E poi: chi ci dice che quei regali siano veramente quello che sembrano? Sono veramente giocattoli? Chi può dirlo?
E che dire di Rudolph la “renna dal naso rosso”?
Ha il naso rosso, ok, è vero, lo confermiamo, d’altro canto è sotto gli occhi di tutti. Ma proviamo a scavare un po’ più a fondo. Hai mai visto renne con i nasi rossi? Da dove viene tutto tutto quel “rosso”?
Purtroppo ci sono solo due ipotesi. La prima:. La prima quel vecchio abominevole picchia Rudolph, la sua adorata renna, forse perché ubriaco, forse perché semplicemente cattivo, crudele, malvagio, sgradevole.
O peggio ancora – e questa è la seconda ipotesi – gioca a wrestling con le sue renne. A wrestling. Con delle renne. Che immagine terribile, non credi?
Per non parlare dei cosidetti “elfi”.
Suvvia, oramai lo avrai capito anche tu, quei piccoli lavoratori non sono elfi, sono bambini. I bambini cattivi per la precisione.
Bambini.
Bambini ccostretti a lavorare anche dieci o dodici ore al giorno affinché il loro dispotico padrone possa rimpinzarsi di biscotti fatti in casa. Ti sembra giusto? A noi no, non ci sembra giusto, ci sembra disumano.
Per queste ragioni, quest’anno abbiamo deciso di riprendere in mano le redini del nostro natale.
Abbiamo comprato delle armi. Tante armi.
Lo aspetteremo in piedi. Quando proverà a rubare i nostri biscotti avrà ciò che merita.
Unisci a noi, non te ne pentirai.

Tuma

DI ieri, l’ultimo giorno in zona gialla prima di una lunga parentesi in zona rossa mi è rimasta impressa soltanto una scena. Un tizio, al bancone dei salumi del supermercato. Ripeteva desolato: «E tuma? Tuma non ce n’é? Possibile che sia finita?», malgrado il salumiere gli avesse già ripetuto diverse volte che l’aveva comprata tutta quel signore là, quello coi baffi, quasi tre chili, mai vista una roba simile.

C’era sconcerto nella sua voce, il suo sguardo era smarrito. Continuava a ripetere: «E tuma? Tuma non ce n’è?», voltandosi verso gli astanti, sembrava avesse perso il senno, «Possibile che sia finita?». Tutti scuotevano il capo affranti.

Erano già le otto di sera, anche volendo non avrebbe mai trovato nessun altro supermercato aperto e senza tuma, a Catania, semplicemente non c’è Natale.

Mi ha fatto talmente pena che, per un attimo, ho pensato di dargliene un po’ della mia. D’altra parte ne avevo appena comprato più di tre chili – tre chili sei e cinquanta per la precisione – tra lo sgomento degli astanti.

Poi però ho pensato al cenone di oggi, a quello di domani, al rinforzino di Santo Stefano, e ho capito, con sgomento, che tre chili e sei e cinquanta in fondo non sono così tanti, che anch’io, forse, mi sarei potuto ritrovare presto a ripetere: «E tuma? Tuma non ce n’è?», tra le lacrime, così ho lasciato perdere.
Mi sono diretto velocemente alle casse, sperando che, nel frattempo, lo sconcerto di quel tizio non si trasformasse in rabbia omicida.

Buon Natale.

La mappa

È rimasto a fissare la mappa appesa con delle puntine sulle pareti del salotto a gambe larghe, ben saldo su se stesso, con le mani infilate in tasca, inarcando il sopracciglio.

«Daniele»
«Dimmi»
«Il posto di blocco in via Pietro Novelli»
«Sì, lo so»
«Lo sposteranno in via Leucatia».
«Probabile, o lì, o in via Pietro Dell’Ova».
«Beh, questo è un problema»

Siamo rimasti a studiare tutte le combinazioni possibili ancora qualche istante. Il primo a interrompere il silenzio, come sempre, sono stato io.

«Servirà un diversivo, bomba di maradona?»
«No, ci serve per fare arrivare zia Rosina e zio Carmelo. Non possiamo usare lo stesso diversivo due volte, è troppo rischioso»
«E i cofani di tutte le auto sono pieni con i cugini over quattordici»
«Sì, infatti, impossibile usarli per trasportare altra gente»
«Potremmo corrompere gli agenti. Non credo che servano grandi cifre»

Il suo sguardo, all’improvviso, si è sperso nel vuoto.
Quando è riemerso, è tornato a fissarsi sulla mappa.
«Non occorre, lasciamo la corruzione come ultima ratio. Per il momento basta la nonna».
«La nonna?»
«Dovrà fingere un malore. Useremo l’ambulanza come schermo naturale. Diremo agli zii di correre accanto ad essa per il tratto di strada in cui c’è il blocco. Dovranno essere a piedi. E servirà una precisione cronometrica»
«L’avremo»
«Agli infermieri diremo che la nonna è ipocondriaca. In caso facciano storie ci fingeremo no vax».

Il suo sguardo è tornato a posarsi su di me: «Te ne occupi tu?»
«Sì, me ne occupo io»
«Bene, allora anche gli zii di Sant’Agata Li Battiati sono sistemati. Dì loro che il Natale si fa da noi, come ogni anno. Non dovrebbe mancare nessuno»
«No, siamo tutti».
«Assicurati che conoscano tutti il testo del decreto legge a memoria, SOPRATTUTTO le parti sottolineate da noi»
«Hanno tutti una copia del DL»

I suoi occhi di ghiaccio hanno avuto un guizzo.

«NO. DEVONO CONOSCERLO A MEMORIA. C’è troppa roba in ballo per permetterci degli errori.»
«Ok. Lo farò ripetere a tutti oggi nel briefing su Zoom»
«In stanze separate, mi raccomando»
«In stanze separate».

Dell’uomo che ho conosciuto un tempo, quando per la prima volta ho mangiato a casa di Vale, è rimasto ben poco. La pandemia, il divieto di assembramenti, l’orrendo balletto inscenato dal governo sulle vacanza natalizie lo hanno cambiato.

«Tieni queste»
«Cosa sono?»
«Compresse di cianuro. Non possiamo permetterci defezioni.»
«Non ce ne saranno».

Ha estratto una pipa dal taschino, l’ha caricata, l’ha accesa con un cerino: «Vedremo. Speriamo».

BOOM!

Dieci giorni fa è venuto un tecnico a controllare la caldaia.
L’ha smontata, ha dato uno sguardo al suo interno e ha detto: «Naturalmente, voi non avete acqua calda da mesi». Quando gli abbiamo risposto che: «No, l’acqua calda non ha mai dato problemi», è tornato a fissare il quadro accarezzandosi il mento: «Strano».
Dopo circa un minuto ci ha chiesto: «Allora sentite dei strani rumori?».
«No, veramente no».
Altro sguardo circospetto: «Puzza di gas intermittente?»
«Nemmeno quello». È tornato a carezzarsi il mento: «Strano».

Dopodiché si è scusato, è uscito fuori, ed ha chiamato un suo collega, credo. So che non si dovrebbe, ma dato che è rimasto comunque a una distanza tale da poter essere ascoltato, io e Vale, di comune accordo, lo abbiamo ascoltato.

«Paolo, sì, ciao… sono a casa di un cliente, dovresti vedere che roba, hanno la pressione a zero, il sensore XYZ totalmente fuori asse, la valvola XYZ partita e non sono saltati in aria!… Sì, lo so, assurdo… guarda questione di giorni e il palazzo farà un botto che finiranno sui telegiornali… pazzesco…. venti anni che faccio questo lavoro e mai vista una roba simile… BUM! ahahahahah… dovranno togliere i loro resti dalle mura con la spatola grossa… ahahahah… senti per cambiare argomento, tua moglie? Tutto a posto?.. e sì, capisco, capisco… e che ci vuoi fare con l’isolamento fiduciario è così… vabbè ti saluto che i morituri sono in attesa di un responso… ahahahaha…. ciao ciao ciao»

Al rientro ci ha spiegato che la pressione è a zero, il sensore XYZ è fuori asse e la valvola XYZ andrebbe cambiata.
«Ma è grave?»
Ha fatto una pausa abbastanza lunga – durante la quale ho avuto la chiara visione della morte, in mantello nero e teschio, seduta alla sua scrivania, indecisa se segnare “Vecchiaia” o “Fuga di gas” sulle nostre schede personali – e poi, finalmente ha risposto: «Potrebbe diventarlo. Facciamo così, prendiamo un altro appuntamento ok? Così compro la roba e poi sistemo tutto. Il problema è quando? Un attimo che controllo l’agendina, facciamo dopo Natale?»

Da allora, pur se ateo, io ho cambiato religione già tre volte, Vale quattro. Preghiamo ogni sera una divinità differente, comprese quelle scomparse, nella speranza di beccare quella giusta. Al mattino, il risveglio è sempre il momento migliore del giorno.
Ci svegliamo, controlliamo di essere ancora vivi, ancora integri e poi iniziamo l’ennesima appassionante e lunga, lunghissima, interminabile giornata.

Umana crudeltà

Stanno cominciando ad arrivare panettoni in casa. Provengono dai lettori di seicose, dai più mattacchioni. Oramai conoscono le mie preferenze e agiscono di conseguenza. Touchè.

Beh, ho imparato la lezione. Il prossimo anno non perderò occasione per tessere lodi sperticate dei panettoni, lo farò per post e post, dopodiché mi siederò sul divano in salone ad aspettare di essere innondato di pandori.

Le idee migliori

Le idee migliori a me vengono la notte, poco prima di prendere sonno, la mattina dopo, sono già scomparse. Provo a ricordarle, ma nulla, al loro posto c’è soltanto un vuoto desolante.
Così, ho preso l’abitudine di annotarle, in modo che non vadano perdute. È parecchio scomodo, ogni volta che lo faccio mi sento un povero malato di mente, però funziona.

Ieri, per esempio ho annotato uno di quei pensieri che improvvisamente illuminano un’intera stagione di vita in poco meno di un rigo. L’ho intitolato: “E ricorda”.
Ho deciso di riportarlo qui per intero.

E RICORDA

Sei sempre il tarzanello di qualcun altro.

Guardali

«Guardali», mi ha detto, «GUARDALI» e mi ha indicato un crocicchio di persone: «Io li FU-CI-LE-REI, col virus che INCOMBE sono tutti lì a fare un assembramento, fregandosene del prossimo, fregandosene degli Rt, degli indici di contagio, delle curve. Maledetti. Ci vorrebbero le fosse comuni per gente come quella. Se fossi io al potere li metterei in carcere a riflettere sul danno che fanno. Cornuti».

Sembrava sinceramente indignato.

Gli ho risposto: «E che ci vuoi fare? La gente è così. Ha bisogno di socialità».
«Socialità un cazzo», mi ha risposto, «Gliela darei io la socialità» e alzando la voce per essere sicuro di farsi ascoltare: «NELLE CORNA! NEL-LE COR-NA!».

Subito dopo, accostandosi a me e abbassando la voce fino a renderla un bisbiglio: «A proposito di socialità, voi che fate a capodanno? Noi abbiamo affittato un agriturismo. L’idea è quella di fingere di prendere le camere lì così glielo buttiamo in culo a qualunque DCPM. Bello vero? Finora siamo una quarantina, ma contiamo di arrivare a settanta o ottanta. Voi che fate? Vi unite? Dai così i bambini giocano. Non devi darmi la risposta subito, pensaci e poi mi mandi un messaggio, basta anche un whatsapp. Tanto c’è ancora tempo».

Mi ha salutato poco dopo. Allontanandosi, ha continuato a muovere il pugno avanti e indietro credo per rafforzare il concetto: “glielo buttiamo in culo”. Sul suo volto c’era un sorriso beato, lo stesso che ho visto a chi ha raggiunto un equilibrio accettabile tra l’essere e il dover essere, tra l’ordine e il caos.
È scomparso divorato dai casamenti.

Basta

C’era l’ultima fetta sul piatto. Per un attimo ho avuto l’impulso di desistere.
«Basta», mi sono detto: «Basta».

Vale ha accompagnato quel mio pensiero con un cenno del capo, come a dire: «Bravo, sono fiera di te».
Poi però ho fatto il punto della situazione.

L’ho guardata negli occhi e le ho detto: «Vale, ragioniamo. Tra qualche mese, per effetto del Recovery Plan, arriveranno in Italia 209 miliardi di euro, una cifra enorme, equivalente grosso modo a otto finanziarie.
Capisci? Otto finanziarie, tutte da poter spendere come più ci aggrada, al netto di qualche frase roboante da mettere nei primi capoversi dei progetti che dovremmo consegnare all’Europa.
Bene.
Conte ha tentato di costruire una “cabina di regia” capace di scavalcare consiglio dei ministri, pubblica amministrazione e accentrare tutte le decisioni su di sé. Non c’è riuscito. Che strano.

Dunque, ad oggi, a gestire quell’enorme flusso di denaro dovrebbe essere l’attuale governo, ossia personaggi quali: Crimi, Casalino, Di Maio, Zingaretti, Franceschini, Speranza, Renzi, Rosato, Bellanova.
Se si decidesse di allargare la collegialità delle scelte anche all’opposizione, sul carro salterebbero personaggi quali: Salvini, Berlusconi, Bernini, Giorgetti, Meloni.
Ripeto: Crimi, Casalino, Di Maio, Zingaretti, Franceschini, Speranza, Renzi, Rosato, Bellanova, Salvini, Berlusconi, Bernini, Giorgetti, Meloni.

Fa già ridere così, ma non è tutto. Questa è SOLTANTO una delle opzioni possibili.

Se tutte quelle teste non dovessero mettersi d’accordo, si andrebbe a una crisi di governo subito dopo il varo della finanziaria o tutt’al più, una volta entrati nel semestre bianco quando si potrà rispondere finalmente ai latrati della Meloni con un: “Non si può andare alle urne, ma che peccato”.

Crisi di governo che secondo molti opinionisti si dovrebbe risolvere con un governo Draghi il quale, tanto per mettere le mani avanti, ha già firmato un documento presso un prestigioso consesso internazionale, nel quale sostiene che la crisi economica attuale si risolve finanziando soltanto le imprese che hanno qualche chance di sopravvivere. Tutto il resto – ossia sostegni a lavoratori, disoccupati, sanità, scuola, università, ricerca, periferie, territori, marginalità – non ha alcuna “rilevanza strategica”.

Più che un governo di transizione sarà un simpatico commissariamento, di quelli che preludono a una bella dieta lacrime e sangue che, a sua volta, aprirà le porte a un pittoresco governo sovranista di quelli seri, con i fez, le adunate e tutto il resto.

Nel frattempo, Arcuri (ripeto: Arcuri) (ribadisco: Arcuri) dovrebbe coordinare la gestione e distribuzione di un vaccino che ha la simpatica caratteristica di aver bisogno di -80° per poter essere somministrato su tutto il territorio nazionale.
Lo dovrebbe fare mentre la popolazione è falciata da una terza ondata col Parlamento nel caos e la consapevolezza diffusa che ovunque nel mondo la gente si vaccina, tranne che da noi.

E se ancora non bastasse, qualunque cosa accada, lo farà nel pieno del passaggio di consegne tra Trump e Biden, nel pieno cioè della ridefinizione delle alleanze strategiche tra il nostro Paese, l’Europa e gli Usa.

E io dovrei smettere di mangiare Pandori perché fanno ingrassare?
Ma siamo matti?»

Quando ho posato nuovamente gli occhi sul piatto, la fetta era scomparsa.
Ho guardato Vale. Ha ingoiato l’ultimo boccone sorridendo.
Amo quella donna.

Quaaaanto

Siamo diciotto, tutti desolatamente maschi, tutti desolatamente in fila per comprare un regalo di natale alle nostre compagne. In strada non c’è nessuno oltre noi. Si entra uno per volta e solo dopo che le risate diaboliche delle commesse hanno coperto le urla di dolore di chi è dentro:

«QUAAAAAAAAANTOOOO?!?»
«Muuuuuahahahahaahahahahaha»
(silenzio carico di rancore – pagamento)
«Ma me la pagherete!»
«Muuuuuaahahahahahahah»
(entra il successivo)

Impossibile vedere chi ha già completato l’acquisto. Escono dal retro. Sono costretti a uscire dal retro. Di loro, non resta nulla.
Avanziamo a capo chino. Bisbigliamo.
«Quanto costano queste maledette xyz?»
«Tanto, anzi tantissimo»
Provo a ribattere: «Chi ci dice che vogliano proprio quello?»
Un tizio sulla quarantina mi risponde sussurrando: «Non c’è alcun dubbio, intuile sperare in una botta di culo».
Un’altro, fingendo di allacciarsi le scarpe, mormora: «Anch’io ieri ho fatto l’eroe. E rieccomi di nuovo qui, di nuovo in fila, con un’unica certezza in più: adesso costeranno di più.»
Una voce, dal fondo, bisbiglia: «Si vocifera che raddoppino di prezzo di ora in ora»

Si leva l’ennesimo urlo straziante.

«CHE COSAAAAAAAAA?!?»
«Muuuuuahahahahaahahahahaha»
(silenzio carico di rancore – pagamento)
«Ma me la pagherete! Eccome se me la pagherete!»
«Muuuuuaahahahahahahah»
(entra il successivo)

Una guardia giurata ci fissa da dietro i suoi occhiali a specchio. Ha un’auricolare da cui riceve istruzioni da una entità invisibile, probabilmente Dio.
Chiedo a un povero diavolo davanti a me: «Lei com’è finito qui?»
«Volevo essere originale. E lei?»
«Pure io».
Si volta anche verso gli altri:
«Anch’io»
«Anch’io»
«Anch’io»

Un altro urlo squarcia l’aria.

«MA SIETE PAZZIIIIIIIIIII?!?»
«Muuuuuahahahahaahahahahaha»
(silenzio carico di rancore – pagamento)
«Vi faccio causa, vi faccio! Maledetti. Approfittarsene così tanto del bisogno altrui! CAROGNE!»
«Muuuuuaahahahahahahah»
(entra il successivo)

D’un tratto, un vecchietto cieco in fila pure lui intona una canzone, un blues.
«Mai (pausa) Mai..»
Gli fa eco un ragazzino con i jeans strappati:
«Scorderai (pausa)»
Dal fondo si sente un piccolo coro (tre tizi, tutti con la tigna):
«L’attimo, LA TERRA CHE TREMO’»
Mi ritrovo a canticchiare:
«L’ariaaaaaa s’incendiò e poi: SILENZIO»
I miei due vicini rispondono all’unisono:
«Chi mai fermerà la follia che nelle strade va?»
A noi si unisce il piccolo coro di tignosi prima:
«CHI MAI SPEZZERA’ LE NOSTRE CATENEEEEE?»
Ci ritroviamo tutti abbracciati a urlare:
«CHI DA QUEST’INCUBO NERO CI RISVEGLIERA?’»
E poi alta, altissima si alza la voce sola del vecchietto cieco da cui tutto è iniziato:
«Chi. Mai. Potrà.»
La sua voce è roca, profonda, stupenda. Riverbera nella strada deserta, le dona un senso, una direzione.
Per un attimo, il mondo si ferma, come cristalizzato. È così bello, così armonioso, così profondamente necessario.

Ma non dura che un’istante.
L’attimo dopo è già tutto come prima. Siamo di nuovo in fila. Dal negozio si leva un nuovo: «QUANTOOOOOOOOOOOOOO!?!». Sembra un latrato.
Si deposita sopra i nostri volti come un sudario.

Dura così poco, la bellezza. Impossibile acciuffarla. Scivola via. Scompare.

Le persone

Le persone si comportano per lo più in maniera razionale, però sulla base delle informazioni di cui dispongono: fatto non banale che viene spesso dimenticato.
Se da settimane si parla del fatto che la curva del contagio è in “netta diminuzione”, “si sta raffreddando”, se si annuncia “una zona gialla nazionale per tutto il periodo delle feste”, se si incentiva l’acquisto fisico di regali e regalini tramite il cashback, se si riaprono ristoranti e bar, è inutile stupirsi del fatto che le strade tornino a essere piene di assembramenti.

La sommatoria di tanti comportamenti individuali spesso non è razionale, ma ha sempre una sua logica di fondo che è dettata dall’informazione che circola all’interno di quel corpo attraversato da numerose fratture e linee conflittuali che chiamiamo società.

E la responsabilità dei comportamenti collettivi è sempre politica.
Spesso sono le decisioni di chi governa a orientare i comportamenti collettivi, non il viceversa. Chi sostiene il contrario, solitamente, ha preso decisioni politiche sbagliate di cui non vuole riconoscere la paternità.

Il populismo si manifesta in due modi: incensando ininterrottamente il “popolo”, considerandolo un organismo unico, coeso, compatto, perché “ha sempre ragione”; o, viceversa, accusandolo ininterrottamente di essere indisciplinato, di aver bisogno del bastone per essere rimesso sulla giusta via.
In questo momento, in Parlamento siedono entrambi i populismi. Si danno spesso il cambio. Sperano in questo modo di coprire le proprie responsabilità. Quasi 2 milioni di positivi, 64 mila morti.

Da un po’ di tempo, ogni volta che qualcuno mi chiede: «Come va?», il mio primo istinto è quello di rispondere: «Come va un cazzo». Naturalmente non lo faccio. Rispondo invece: «Bene, dai, tutto sommato bene. E tu?» e finisce lì.
Non è un granché come sensazione, spero passi presto.

Gentile

Gentile Meleagtii s.r.l.

sono un vostro cliente abituale da anni, nonché membro onorario della NPI (n.d.r: Nazionale Panettoni Italiana).

Vi scrivo per segnalarvi un errore riportato nella confezione del vostro prodotto di punta, il “Panettone Tradizionale”.

Leggendo tra le avvertenze, ho notato la scritta: “Può contenere tracce di neonati morti” in luogo del tradizionale: “Può contenere tracce di frutta secca”. Credo si tratti di una svista. Confidando in un vostro pronto intervento, vi porgo i miei più distinti saluti.

XXX

***

Gentile XXX,

la ringraziamo per la sua sollecitudine, con la sua mail ha dimostrato una inusuale prontezza di riflessi.

Ci rallegriamo nel comunicarLe che non si è trattato di un errore. Da più di un secolo, il tritato di neonato è una componente essenziale dell’impasto nel nostro amato dolce natalizio. Senza di esso, realizzare i canditi sarebbe semplicemente impossibile.

Conveniamo con Lei, tuttavia, che quell’indicazione potrebbe attirarci addosso gli strali dei moralisti o peggio del Team Pandoro, dunque di comune accordo con la gloriosa NPI, abbiamo concordato di seguire il suo consiglio e modificarla nella più tradizionale: “Può contenere traccia di frutta secca*”, delegando a una nota scritta in corpo 4 l’elenco di ciò che per noi può essere considerato frutta secca.

D’altra parte, non diciamo sempre che i neonati sono frutto dell’amore della loro mamma e del loro papà? Beh, è ora di ribadirlo anche nel nostro packaging!

Nel porgerLe i nostri più cordiali saluti, Le comunichiamo che Le abbiamo appena spedito un bel barattolo pieno pieno di canditi pronti da gustare, nella speranza di farLe cosa gradita.

Buon appetito!

La Meleagtti S. r. l.

Designer

In virtù delle restrizioni delle settimane scorse, alcune regioni hanno abbassato i propri indici di rischio e quindi sono transitate dalla zona rossa alla zona arancione o, nei casi più fortunati, dalla zona arancione alla zona gialla.

Tuttavia, l’allentamento delle restrizioni comporterà, di rimando, il peggioramento di quegli stessi indici di rischio. Teoricamente ciò dovrebbe comportare un nuovo transito – questa volta peggiorativo – da giallo ad arancione per alcuni, e da arancione a rosso per altri, in una sorta di circolo vizioso abbastanza inquietante.

Dubito però che ciò accadrà.

A quanto pare, l’idea è quella di fingere che tutto vada bene dovunque nella speranza di avere culo. Un po’ come in estate, insomma. Solo che in estate il numero di morti era molto ridotto, eravamo sulla coda lunga della prima ondata, adesso siamo nel pieno della seconda ondata. In altre parole: sarà un massacro. Su questo ci sono ben pochi dubbi. Inutile raccontarsi la favoletta del Rt in calo, o dell’indice di positività in flessione. È tutta roba che serve solo a procrastinare il momento in cui saremo costretti a dire: abbiamo fatto errori enormi.

Fin qui, niente di nuovo.

Ciò che non mi torna, però, è il senso politico di questo ennesimo bagno di sangue.

A gennaio, finita l’orgia delle feste, i nodi verranno di nuovo al pettine. E molte delle figure chiave di questa seconda ondata avranno prosciugato qualsiasi ipotesi di ulteriore consenso. Nulla di strano che l’attuale compagine governativa sarà letteralmente spazzata via.
Perché si stanno affannando tanto a scavarsi la fossa da soli?
Perché non portare invece tutta l’italia in zona arancione (o ancora meglio in zona rossa) nell’attesa che arrivi realmente il vaccino?
Non ha senso. Eppure è quello che sta accadendo.

Me lo chiedevo ieri, mentre l’ennesimo kitchen designer (sì, si chiamano così) ci stava progettando l’ennesima cucina con il solito programmino di visualizzazione 3D che oramai conosco a memoria.

Lui abusava del termine “minimal” come se non ci fosse alcun domani e io ero lì che mi domandavo: “Chi è che ci commissarierà? Sarai tu forse? Tu che ami il top in lapitek? Tu che mi hai appena proposto un frigorifero da 1.800 euro fingendo di non vedere l’assurdità della tua proposta?”

Vecchio e bislacco

Non vedo l’ora di diventare vecchio e bislacco. Ho già pronto il mio cavallo di battaglia. È una storia. Va raccontata arpionando il malcapitato con le dita nodose, secche come un fuscello, scrutandolo fin dentro l’anima con sguardo arcigno:
«C’era un tizio, possedeva un sacco di roba: palazzi, terreni, campi, fabbriche, tante fabbriche, e danaro, un sacco di danaro, e una barca. Era un mio amico. (pausa)
Questo mio amico di notte, ogni notte, saliva su quella barca per fare il giro della costa.
Bene (pausa). All’andata filava tutto liscio (pausa). Al ritorno, una volta superato il molo di levante, si stendeva sul fondo della barca e iniziava a piangere. E piangeva piangeva piangeva, senza mai riuscire a smettere»

E qui piazzerò una quanta e ultima pausa, corredata da uno sguardo trasognato al limite col parkinson.

Quando il malcapitato mi chiederà: «E poi?», risponderò: «E poi basta, la storia è finita qui» e me ne andrò – gemendo, borbottando e zoppicando – da qualche altra parte.

Marmotte

Mezz’ora fa mi sono svegliato e ho pensato: “Cazzo, siamo ancora al 10 dicembre”.
Ieri, invece, mi sono svegliato, pensando: “Cazzo, siamo ancora al 9 dicembre”.
Il giorno prima, ho pensato: “Cazzo, siamo ancora all’8 dicembre”.
E così via.
Domani, con ogni probabilità, penserò: “Cazzo, siamo ancora all’11 dicembre”.

Ho come l’impressione che questo 2020 stia durando un’eternità. Ed è un’impressione che si rafforza man mano che ci avviciniamo al 31.

Mi sembra di essere Bill Murray. Vivo dentro un giorno della marmotta che si ripete sempre uguale a se stesso. Cambia soltanto lo sfondo.

Pesanti

Ieri, poi, mi sono ricordato che quand’ero piccolo io, i bambini non erano mai grassi, avevano le ossa pesanti. Lo dicevano gli adulti. Qualcuno di loro ci credeva pure.
«Mio figlio» – ripetevano – «non è grasso, ha soltanto le ossa pesanti», e mettevano su una di quelle facce che non lasciava adito a dubbi.

Era una cosa che ripetevo spesso anch’io di me: «Non sono grasso, ho le ossa pesanti». Mettevo su, anch’io, una di quelle facce che ostentavano sicurezza. Le ossa pesanti, per me, esistevano davvero.

Che cosa strana, l’infanzia.

Enfant prodige

Ieri, tornando a casa ho visto una strana agitazione. Auto in fuga, gente a piedi che se la dava a gambe, urla, strepiti, scene di isteria collettiva, capsule di cianuro, fosse comuni. Si trattava per lo più di grillini.

Il primo istinto è stato quello di mettermi a correre anch’io, inseguendo la folla.

Poi, però, ha prevalso la razionalità o, meglio, un dubbio. Sono corso verso casa. Nicolò era in giardino. Si era travestito da Mes.

«Presto», gli ho urlato, «Presto, entra in casa! Quante volte ti ho spiegato che quel vestito di carnevale non va indossato?», ma mi sa che era troppo tardi, probabilmente a soli quattro anni ha scatenato la sua prima crisi di governo.
Ne vado fiero, non lo nego, il mio frugoletto è un enfant prodige, ma ora, Mattarella chi lo sente? Questa è la volta buona che ci manda Mario Draghi.

Poco dopo

C’era questo film in tv, parlava di spie. Lo abbiamo beccato nei dieci minuti che ci concediamo ogni notte dopo aver messo a letto Egle, prima di sprofondare in un sonno piombigno che sappiamo già sarà interrotto almeno cinque o sei volte, sempre che tutto vada bene.

C’era questo film, dicevo. Ad un certo punto, una spia entra in bagno, chiude la porta, si siede sulla tazza e manda un messaggio con il suo cellulare. È completamente sola. Nessuno bussa alla porta. Nessuno è accanto a lei. Tutti la lasciano in pace.

Quell’immagine ha risvegliato qualcosa dentro di me, dei ricordi confusi, memorie di un passato lontano.

«Amore, ma sai che forse c’è stato un tempo in cui andavamo in bagno da soli, senza bambini intorno?» La mia voce era già impastata dal sonno.
«Ma no, non credo», mi ha risposto Vale, «ce ne ricorderemmo». Anche la sua voce era impastata dal sonno, quasi trasognata.
Ci siamo addormentati poco dopo.

Dove vanno?

Pensavo una cosa: i fricchettoni sono completamente scomparsi dalla società, EPPURE continuano in maniera inspiegabile a detenere l’egemonia culturale su tutto quel che riguarda la prima infanzia. Hanno i pediatri più costosi, il coordinamento delle regine dispotiche del latte, i siti specializzati, le teorie alternative, le loro scuole, ovviamente tutte private, ovviamente tutte assolutamente all’avanguardia. Una potenza di fuoco ragguardevole, impossibile da eguagliare.

Secondo la teoria gramsciana dovrebbero essere ormai prossimi a prendere il potere. Solo che non accade, seguono una parabola differente: diventano sempre più rarefatti man mano che il bambino cresce, per scomparire completamente una volta raggiunta l’adolescenza.

Dove vanno? Che fine fanno? È da ieri che me lo domando senza riuscire a darmi risposta. Possibile che uccidano i loro pargoli, una volta superati gli otto anni? O forse, al contrario, continuano a riprodursi incessantemente? O – ed è l’ipotesi più spaventosa – fanno entrambe le cose: uccidono e si riproducono, uccidono e si riproducono, uccidono e si riproducono, all’infinito.

Devo ricordarmi di chiederlo alla nostra pediatra guru venezuelana la prossima volta che gli sganceremo duecento euro per sentirci dire che la bambina sta bene, nel suo splendido atelier da cui è possibile abbracciare con uno sguardo contemporaneamente la città, l’Etna, il mare.

Cucine

Ieri, siamo andati a vedere cucine. È da un po’ che passiamo così i nostri venerdì pomeriggio, sta diventando una piccola consuetudine famigliare.

Oramai ho imparato: una cucina scarsa costa circa mille euro al metro, una cucina medio scarsa circa duemila, una cucina buona tremila, il resto non ha senso nemmeno guardarlo.

La cosa che mi affascina maggiormente è l’accondiscendenza con cui ti trattano, in un qualunque negozio X, quando banalmente chiedi qual è il costo medio di una cucina.
Ti spiegano che così su due piedi è impossibile stabilirlo, ci sono tante variabili, dipende da che top, da che elettrodomestici e bla bla bla e poi, dopo due ore di progettazione in rendering, dove ti hanno sfinito a furia di dettagli inuti, tirano fuori il preventivo e immancabilmente quel preventivo dice:

Cucina Scarsa: mille euro al metro
Cucina Medio scarsa: duemila euro al metro
Cucina Buona: tremila euro al metro.

Qualunque cosa metti dentro quella cucina. Potresti anche chiedere il top in oro massiccio e i cassettini foderati in pelle umana, il risultato sarà sempre e inesorabilmente:

Cucina Scarsa: mille euro al metro
Cucina Medio scarsa: duemila euro al metro
Cucina Buona: tremila euro al metro.

Non si scappa.

Naturalmente prima di arrivare al preventivo vero, si passa sempre dalla supercazzola.
La supercazzola è il prezzo reale aumentato del 30%. Serve da pretesto all’impiegato per chiamare il titolare che, dopo aver dato un’occhiata sdegnata al preventivo, tirerà fuori una calcolatrice, sottrarrà il 30% alla supercazzola e chiamerà il risultato: “sconto”.
A quel punto, solitamente impiegato e titolare si aspettano che io e Vale cominciamo a saltellare per la gioia battendo le mani e urlando: “HI-AHHHH!”, cosa che accade assai di rado, siamo più propensi a mettere in scena il quadretto della coppia riconoscente per lo sconto ma che è ancora dubbiosa, magari torniamo a casa e ci riflettiamo su. Per la precisione io interpreto il marito sulle spine (perché sa che la cucina è un gioiellino ma sfora considerevolmente il budget) e Vale la parte della moglie possibilista.

Va da sé che di questo passo non riusciremo mai a comprare nulla.
Però stiamo consolidando una tradizione. Il bicchiere, a conti fatti, è mezzo pieno.

Albero

Quest’anno, Vale avrebbe preferito anticipare l’allestimento dell’albero di Natale alla settimana scorsa.
Le ho fatto notare che noi abbiamo sempre fatto l’albero l’8 dicembre e che «va bene la pandemia, ma l’albero a novembre proprio non si può sentire, somiglia a quelle vetrine tristi tristi, vestite a festa già a ottobre mentre fuori è ancora estate».
L’immagine delle vetrine l’ha colpita. Ne abbiamo discusso ancora un po’ e poi abbiamo lasciato perdere.

Pensavo di averla convinta. Povero ingenuo. Ho solo firmato la mia condanna.

La sua rappresaglia è stata tanto sottile quanto crudele.

Ha comprato un albero di natale minuscolo, lo ha messo vicino a un termosifone. Un albero di natale minuscolo e spoglio. Ogni giorno appende un microscopico addobbo. Un unico microscopico addobbo. E poi lo lascia lì, a fissarmi, con quei suoi rametti esili esiti, con quella sua postura da nanetto da giardino tisico, fino all’addobbo successivo.

Oramai è solo questione di ore: cederò. Nessuno può resistere allo sguardo perpetuo di un alberello bonsai rancoroso e, per di più, disadorno.
E cederò di brutto. La pregherò, la scongiurerò di fare un albero di natale gigantesco, un albero di natale mastodontico, il più grande che abbiamo mai fatto, e non importa se siamo solo ai primi di dicembre, abbiamo sbagliato a non farlo a novembre, tutto purché mi sottragga allo sguardo inquisitorio di quell’alberello psicopatico rintanato vicino al termosifone.

Ma sarà tutto inutile, lo so, lo sento. Lei mi spiegherà che no, avevo ragione io, in fondo è giusto costruire delle piccole tradizioni in famiglia, mi basta chiudere gli occhi per immaginare le sue parole: «Abbiamo deciso l’8? Ebbene lo faremo l’8, che problema c’è?».

Come ho potuto essere tanto stolto?

Speranza

A me, Speranza, in fondo, fa simpatia, inutile nasconderlo.
È diventato Ministro della Salute nell’anno in cui nel mondo si è abbattuta la peggiore pandemia da un secolo a questa parte.
Non ha potuto seguire il solco della tradizione – ossia lavorare instancabilmente alla costruzione di un robusto apparato clientelare volto a garantirsi lo status e, soprattutto, il tenore di vita tipico di un raiss crudele e sanguinario – lui ha dovuto veramente occuparsi di salute.
Una sfiga cristallina.
Come si fa non provare umana comprensione per Speranza?
Per quel che mi riguarda è praticamente impossibile.
Detto questo, non riesco a non incazzarmi ogni volta che lo sento ripetere in televisione o sui giornali che ha stanziato “ben 9,5 miliardi per la gestione della pandemia”, senza spiegare né COME quei 9,5 miliardi sono stati spesi, né tantomeno SE sono stati spesi.
È più forte di me. Lui ripete la litania dei 9,5 miliardi e a me, dentro, cresce la bestia.
E quel suo viso da calimero pestato a sangue da gente con la passione per la fiamma ossidrica non riesce a placarmi.
Conosco gente che ogni giorno batte tutte le farmacie della propria regione alla ricerca di bombole d’ossigeno. Non di farmaci rarissimi, ma di bombole d’ossigeno.
La prima ondata è stato un massacro, ma tutto sommato ha colto impreparati tutti quanti, quindi in qualche modo le responsabilità politiche si sono attenuate.
Ma la seconda ondata no, non doveva essere un massacro e invece lo è stata. E lì, le responsabilità politiche sono chiare: governo nazionale e governi regionali hanno combinato un casino assurdo, insensato, criminale.
E probabilmente la terza ondata sarà ancora una volta un massacro e cosa ancor più triste: anche con la presenza di un vaccino, malgrado la presenza di un vaccino.
Ieri, un mio amico, finalmente uscito da una quarantena durata 21 giorni, di cui almeno 7 senza sintomi, prolungata a dismisura dall’inefficienza del sistema sanitario ormai allo sbando, ha scritto su facebook:
“Non vi strazio con testimonianze della situazione in cui versa il SSN, non ce lo meritiamo, ma vi invito a tutti a star in guardia, il SSN è collassato, la politica abbassa lo sguardo, il consumismo spinge per l’autoselezione.
Dipende solo da noi, da ognuno di noi”.
È vero, ha ragione su tutto, tuttavia secondo me non “dipende solo da noi, da ognuno di noi”.
Dipendiamo purtroppo anche dalla scelte politiche e materiali che altri stanno prendendo per noi, sulle nostre teste. I decisori esistono e stanno facendo molti danni, alcuni dei quali probabilmente irreparabili.
Noi meritiamo di meglio.

Aristocratica Mont Blanc

Strano a dirsi, ma ieri, al supermercato, mentre ero in fila alla cassa ho sentito una discussione intelligente sulla patrimoniale. Due signore in fila e il cassiere. Concordavano tutti sull’utilità di tassare i ricchi.
“Beh”, mi sono detto, “Si vede che la percezione sta cambiando”.
Sul “cambiando” è intervenuto a gamba testa il proprietario del supermercato.

Se ne stava seduto accanto alla casa, dietro un foglio Excel.
Ha dapprima sbottato, poi ha borbottato qualcosa di incomprensibile, ho proseguito a borbottare per un po’. Quando finalmente ci siamo azzittiti aspettando che dicesse qualcosa, finalmente è intervenuto.

Ci ha spiegato che tassare gli imprenditori significa licenziare i lavoratori. «E poi, dai non scherziamo: un reddito di 500 mila euro l’anno è il reddito di chi ha due “giusto” due casette». Una delle due signore stava per ribattere qualcosa, lui l’ha subito interrotta: «D’altra parte siamo tutti sulla stessa barca. Siamo tutti ceto medio». Ha pronunciato le parole “ceto medio” con vibrante partecipazione.
Dopodiché ha firmato una bolla con una mont blanc ed è andato a braccare un suo dipendente, piantandoci in asso.

Conosco la penna perché ne aveva una uguale l mio professore di filosofia. Se doveva metterti un due ti diceva: «Zito, non ti rammaricare, questo non è un due qualsiasi, è un due vergato con la mia aristocratica mont blanc». Ricordo di aver cercato il prezzo in un momento di debolezza: 500 euro, iva e inchiostro escluso.

500 euro, quasi metà dello stipendio di gran parte della gente che conosco.
Una delle due signore ha commentato: «E io che pensavo di far parte del ceto medio. Mi sa che non fa per me. Non me lo posso permettere».

Ho dato un’occhiata al suo carrello: due bottiglie di vino, un cavolfiore, due pacchi di pasta, biscotti, gallette di riso, una barretta di cioccolato, un pandoro.

Tornando a casa mi sono ricordato ancora una volta del mio professore di filosofia, Nino Consiglio. Una volta, lo incontrai nella mia libreria di fiducia. Aveva ordinato un Gallimard. Stava strapazzando il proprietario perché il libro era arrivato con un giorno di ritardo. Ad un certo punto il proprietario si è offerto di fargli uno sconto generoso – «D’altronde lei è un cliente modello» – solo allora lui si è placato, pur continuando a guardarlo pieno di sussiego.
Per rimarcare la sua indisposizione si è acceso un sigaro. Un sigaro dentro una libreria.

Quando siamo usciti mi ha spiegato la differenza tra un semplice cliente stronzo e un entusiasmante cliente modello: «Il cliente modello è pieno di soldi».

Un test

Loro o i loro cari sono in attesa dell’esito tampone dall’USCA, esito che non arriva mai. Telefonano, telefonano, telefonano, ma niente, nessuna risposta. Alla fine, esasperati mandano qualcuno a fare casino all’ASP. Solo allora, un impiegato dice loro che gli dispiace, ma l’esito si è perso. Gliene faranno uno nuovo. Quando? Presto, non si preoccupi, presto.

Da qualche giorno, mi raccontano tutti questa storia qui.

A qualcuno è capitato al cognato, ad altri al migliore amico, ad altri ancora alla suocera, al nonno, al vicino di casa.
E ogni volta, io lo prendo come un test.

Ascolto e penso: “Non diventare complottista, non cominciare a pensare che le ASP perdono gli esiti apposta, in modo da non inviare i dati e abbassare l’Rt. Portare la Sicilia in zona gialla è stato un errore, d’accordo, ma non tutto deve essere per forza collegato. Non hai nessuna prova. Sono oberati di lavoro. Può capitare. Non peccare di individualismo metodologico, non lasciare spazio alla sovrainterpretazione paranoica”.

A volte, però, è più dura di altre: magari è già quasi sera, sono stanco dopo una giornata di lavoro, ho solo voglia di pensare ad altro.
Quando accade, lascio perdere la spiegazione razionale (“non cominciare a pensare e bla bla bla), mi concentro soltanto su: “Non diventare complottista”, me lo ripeto all’infinito, come un mantra, “Non diventare complottista, non diventare complottista, non diventare complottista, nam mio-ho renghe chiò”, nella speranza che ciò basti, da solo, a placare il piccolo qanonista che alberga, mio malgrado, da qualche parte dentro di me.

Fortuna che c’è il pandoro. Non si può essere complottisti se si mangia pandoro. Col panettone magari sì, ma col pandoro è veramente impossibile.

Coincidenze?

Non so se l’avete notato, ma gli Rt regionali hanno iniziato il loro trend discendente quando il pandoro è arrivato sugli scaffali dei supermercati. Coincidenza? Può darsi.

Inoltre, tanti stimati scienziati prevedono che tutte le regioni d’Italia – non una: TUTTE – diventeranno gialle entro Natale, ossia il periodo in cui il pandoro sarà maggiormente diffuso in tutte le case degli italiani. Altra coincidenza? Può darsi.

Vi faccio, infine, notare che secondo molti studi autorevoli – alcuni dei quali pubblicati su Lancet – la sigla DPCM in realtà significherebbe: Dopo Pandoro Covid Niente. Anche questa è una coincidenza? Liberi di crederlo, ma per quanto mi riguarda tre indizi fanno una prova.

È innegabile, insomma, che il pandoro abbia capacità di immunizzare dal covid 19. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del panettone. Sembrerebbe anzi che sia un vettore di contagio.
Anche in questo caso, abbiamo tanti indizi rivelatori.

Tutti sanno, per esempio, che Wuhan – oltre ad aver dato i natali alla famosa spalla di Bonolis nel celebre programma Bim Bum Bam – è anche uno dei più grandi centri di produzione globale di panettoni. In quella zona, infatti, uvetta e canditi crescono spontaneamente nei campi incolti, se ne trovano letteralmente a ogni angolo di strada.
E da dove è partito il covid? Wuhan, ovvio. Coincidenza anche questa? Sarà.

E in Italia, dov’è che per primo ha attecchito il Covid? In Molise? Nelle Marche? In Calabria? In Sicilia? No: in Lombardia, la patria d’elezione del panettone. Coincidenza pure questa?

A suffragare l’ipotesi di una marcata incidenza del panettone sui processi di contagio ci sono anche le asimmettrie riscontrate sulla letalità del virus: il covid colpisce pevalentemente la fascia anagrafica che va dai settanta ai novant’anni, ossia i consumatori abituali di panettone. Un caso? Difficile sostenerlo.
Insomma parrebbe che il cerchio si chiuda, che il mosaico si ricomponga. Bisogna ciechi per non vedere il disegno globale.

Ragion per cui, quando stasera tornerete a casa e guarderete i vostri rampolli in viso, date ascolto a me, evitate di forzarli a mangiare qualcosa che nessuno sano di mente vorrebbe mangiare. Lasciate che mangino pandoro, e cestinate quegli imbarazzanti agglomerati di zuccheri, canditi e uvetta passa o, se proprio non volete cestinarli, regalateli al vostro peggior nemico.
Un giorno, i vostri figli ve ne saranno grati.

(nella foto: un panettone cannibale in procinto di divorare se stesso).

Resoconto

Ieri, poi, giornata grigia, ha piovuto a dirotto.
Sono rimasto un po’ a guardare la pioggia bagnare il mio giardino, con la fronte poggiata sul vetro. Pian piano ho perso la cognizione del tempo. C’eravamo soltanto io e la pioggia. Ad un certo punto, mi è sembrato di sentire l’aria fredda venir su dal naso.
«È il momento», mi sono detto, «ora o mai più».
Ho chiuso gli occhi, aspettando pazientemente che il mio destino si compiesse.
Ma niente, nessun pandoro ha suonato il mio citofono. Hanno preferito rimanere stipati dentro quei loro lugubri supermercati.
E chiudere gli occhi altre due volte non è bastato a convincerli.
Quest’anno è differente dagli altri.
Devo cambiare strategia.

Gialla

Ieri, davanti scuola di mio figlio c’erano due signori che discutevano di contagi e decessi.
Portavano entrambi la mascherina sotto il mento. Quando dovevano confidarsi qualcosa lontani da orecchie indiscrete (ossia io), si avvicinavano testa contro testa e parlavano sotto voce. Le mascherine, naturalmene, restavano sempre sotto il mento.
Ho ascoltato parte dei loro discorsi mentre aspettavo che il bidello mi aprisse.
Sostenevano che la Sicilia sarebbe dovuta diventare zona gialla.

Mi ricordo di aver pensato: “Ma sono matti? Semmai, al contrario, dovrebbe diventare zona rossa. Hanno persino tapezzato le città di cartelloni con su scritto: VIENI AL PRONTO SOCCORSO SOLO SE HAI UN’EMERGENZA, è evidente che gli ospedali sono al collasso”.

Quel pensiero mi ha accompagnato per tutto il tragitto, mentre prendevo Nicolò, mentre gli facevo indossare il giubbotto, mentre tornavamo indietro, mentre lo sistemavo in macchina.
“Ma no”, mi dicevo, “zona gialla è proprio impossibile, o continuiamo a stare in zona arancione o tutt’al più andiamo in rossa, nessuno vorrà mai prendersi la responsabilità di una strage”.

Ho messo in moto, sicuro della solidità dei miei ragionamenti, certo delle catene logiche che avevo pazientemente messo su, anello dopo anello, per dimostrare l’impossibilità della zona gialla.

Ho anche augurato delle cose di cui mi vergogno a quei due tizi con la mascherina sotto il mento.

La notizia è arrivata in serata: dal 29 novembre Sicilia zona gialla.

Sono proprio stupido, oltre che ingenuo.

Cucchiaio

Ieri, mentre tentavo per l’ennesima volta di ricordare come si chiamasse quell’affare di metallo che solitamente usiamo per portare il cibo alla bocca, mi è tornata in mente la cosa che dicevo quasi quotidianamente a mio cugino, quando, dopo aver trascorso mezz’ora a sgasare e correre a velocità folle tondo tondo dentro al parcheggio del supermercato con Misirlou messa a palla in sottofondo, verso le tre di notte lui mi passava l’ennesimo mastodontico purino:

«Ma non è che questa roba ci farà male?».

Poco dopo, Vale, mossa a compassione, me lo ha rivelato: «Cucchiaio. Si chiama: cucchiaio».

Bastava

Ricordo il mio primo diario alle elementari. Era il “Diario di Maradona”. C’era la sua foto in copertina, per il resto era un diario come tutti gli altri. Quella foto bastava.
Andavo in terza elementare, sono passati più di trent’anni.
Dio, quanto tempo.
Mi piacerebbe riaverlo tra le mani oggi, vedere cosa ci scrivevo dentro oltre i compiti, ammesso che ci scrivessi dentro qualche cosa oltre i compiti, sentire quell’odore.
Ciao, Diego.

Genitori in chat

La settimana scorsa il padre di una compagnetta di classe di Nicolò è risultato positivo al covid. Positivo e sintomatico. La famiglia è entrata subito in quarantena e, dunque, sotto il controllo/dominio temporarle dell’USCA che, naturalmente, non ha ritenuto necessario tamponare la figlia se non dopo dieci giorni, lasso di tempo all’interno del quale se ci fosse stato un cluster in classe avrebbe già mietuto decine e decine di vittime.
Dentro la chat comune, ci siamo divisi subito in due fazioni: quelli che lottavano affinché tutti i bambini facessero un tampone e quelli che lottavano affinché nessuno lo facesse.
Io facevo parte dei primi (i tamponisti), ma hanno prevalso i secondi (gli anti-tamponisti). Pazienza.
In compenso, ho avuto tutto il tempo di studiare i ruoli che la situazione ha generato.
Pian piano li sto classificando, avvalendomi anche delle preziose esperienze di tanti miei amici che hanno vissuto drammi simili.
Ecco un primo abbozzo di tassonomia. Va migliorato, eppure secondo me contiene già in nuce una buona rappresentanza delle posizioni in campo.
Per ognuna delle figure, ho aggiunto anche una breve descrizione.
L’uso del maschile, in questo caso, dipende dal soggetto – “il genitore” – non va interpretato come un riferimento ai padri, ha funzione estensiva.

GENITORI IN CHAT

IL NOVAX ESIBITO
Non solo il covid non esiste, ma fa parte di un più ampio complotto volto a piegare il mondo al volere di poteri sempre nuovi e inquietanti, tutti invariabilmente “forti”. Solitamente viene subito isolato e reso innocuo. Reagisce covando un rancore tanto iniquo quanto duraturo.

IL NOVAX NASCOSTO
Apparentemente razionale, viene allo scoperto ogni volta che qualcuno propone un rimedio che non sia squisitamente omeopatico. Diffida di qualunque principio attivo. Ama riportare casi di atroci malformazioni in seguito all’ingerimento di farmaci innocui, seminando il panico tra le fila degli indecisi. Raggiunto il suo scopo, torna ad ascoltare musica ambient steso nudo sul parquet di casa.

LO STRATEGA
Non ha alcuna intenzione di fare il tampone, il contagio è un problema degli altri, non suo. Tuttavia non lo ammette chiaramente. Preferisce rintanarsi dietro il più classico degli escamotage: “O lo facciamo tutti o non lo fa nessuno!”, confidando nel fatto che ci sia anche un solo genitore che si opponga al tampone senza se e senza ma. Solitamente ci azzecca. A volte, però, per una strana convergenza dei veti incrociati e mazzette generosamente dilapidate da parte di finanziatori occulti, capita che tutti vogliano fare il tampone. In quel caso, abbandona la chat e si lamenta con la maestra di essere vittima di un complotto.

IL DADAISTA
I suoi interventi sono tutti incomprensibili. Tutti.
Inutile provare a interpretarli, banalmente non vogliono dire letteralmente un cazzo.
Forse è un goliarda, forse un ex tossico, forse un semplice malato di mente. È difficile stabilirlo.
Diventa presto oggetto di ilarità, i primi mesi dell’anno il gruppo fa di tutto per bullizzarlo. Col tempo, ci si assuefa a quel suo atteggiamento, non bada più all’irrazionalità della situazione. Sul finire del secondo quadrimestre molti cominciano a dargli ragione.

IL RASSEGNATO
Millanta di aver già eseguito decine e decine di tamponi, prevede che durante l’anno ne dovrà eseguire altrettanti, ragion per cui non ha intenzione di fare più nulla. Preferisce lasciarsi morire. Dorme rinchiuso dentro una bara per evitare fastidi ai famigliari. Quando sarà il momento, basterà sigillare il coperchio e trascinarlo verso la buca che ha già scavato in giardino, vicino all’olmo di famiglia.

L’ASINTOMATICO
Spiega a tutti che non avendo alcun sintomo, suo figlio non necessita di alcun tampone. Invita, però, tutti gli altri a eseguirne uno ai loro figli. Secondo lui è il modo migliore per evitare tragedie.

IL MASANIELLO
Nessuno, nessuno, nessuno può obbligarlo a fare qualcosa che non vuole.
Il suo discorso è semplice: se lui concede agli altri la libertà di fare il tampone, pretende dagli altri lo stesso trattamento, la stessa accondiscendenza. È una questione di principio. Si riprende mentre brucia una catasta di mascherine nel balcone di casa per sottolineare il concetto. Finisce presto dietro le sbarre.

IL BURIONI
La chat della classe è la sua unica occasione di rivalsa. Parla di analisi di trend, cariche virali, annales di medicina comparata. Tutti credono che sia un virologo o quanto meno un ricercatore. In realtà, è un geometra disoccupato che vive sulle spalle della moglie.

IL BENALTRISTA
Il covid è un tema importante, va bene, d’accordo, ma che dire della mensa? Quando partirà? Cosa serviranno ai nostri figli? A quale ditta è andato l’appalto? E il giardino? Il giardino chi lo cura? Possibile che a nessuno importi del corridoio?

L’INDECISO
Posta un messaggio. Lo elimina. Posta un altro messaggio. Elimina anche quello. Ne posta un terzo dopo un po’. Elimina anche quello. Alla fine scrive soltanto un laconico: “ok”.

L’INFILTRATO
Si è fatto aggiungere con l’inganno nella confusione tipica dell’inizio di un nuovo anno. I suoi figli frequentano la classe accanto. Passa il suo tempo acquattato nell’ombra. Ascolta.

IL FRICCHETTONE
Non capisce perché ci si accalori così tanto. Non sarebbe meglio lasciar perdere uno strumento divisivo come quello delle chat e incontrarsi tutti quanti di persona, magari in un bel parco o ancora meglio in spiaggia? Si potrebbe salutare il sole che nasce tutti assieme e poi finalmente lasciare che siano i corpi, e non più le menti, ad esprimersi.
Ama concludere i suoi interventi con un bel “namastè, amici, namastè”.

IL MARPIONE
Sbricia le foto del profilo, dopodiché da ragione unicamente a coloro che sembrerebbero essere interessati a delle brevi sessioni di sesso con lui. Coglie ogni occasione per fare riferimento a meloni e banane.

IL BUONTEMPONE
Fuori il mondo vecchio muore, ma lui sembra non curarsene. A lui importa solo postare ogni giorno un nuovo meme. Ogni santo giorno un nuovo maledetto meme. La sua collezione è praticamente sconfinata, la sua abnegazione totale. Inutile bannarlo, continuerà a inviare meme in pvt, su qualunque social riesca a intercettare. La polizia postale gli fa un baffo.

IL GRIGIO BUROCRATE
A lui il dibattito interessa poco. Ciò che conta è che ogni posizione sia rappresentata nel modo corretto. Su ogni questione, compila meticolosamente l’elenco delle opzioni disponibili, includendo anche quelle che nessuno vuole supportare, perché tutto, anche la decisione sul colore dello spazzolone del cesso, deve essere ratificato nel modo migliore.
Viene bannato dopo pochi giorni per effetto di un voto popolare scomposto e, soprattutto, occulto.

LA BOOOOOMBA
Cova rabbia in silenzio per giorni e giorni finché un pomeriggio, di botto, esplode, creando il vuoto pneumatico dentro la chat.
Ha il pregio impagabile di risolvere in maniera impeccabile qualunque controversia. Va da sé che è il mio preferito

La livella

Ci sono 33 bambini in carcere, 33 bambini che dovrebbero stare altrove.

Hanno meno di tre anni, ovviamente non hanno commesso alcun reato, sono detenuti (anche se non dovrebbe accadere mai e per nessun motivo) per una ragione molto semplice: le loro madri sono detenute.

E tutto questo accade malgrado la legge 62/11 abbia introdotto l’Istituto delle case famiglia protette, un istituto a cui lo Stato fa ricorso troppo poco (leggi: quasi mai).
Si preferisce scegliere sempre e comunque il carcere – in maniera ottusa, in maniera criminale – o, in alternativa l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri, come se fosse realmente una soluzione accettabile. Vale la pena ricordare che la custodia attenuata è una struttura fondamentalmente carceraria, non adeguata a rispondere al bisogno di un bambino di poter crescere i primi anni della vita in serenità, nell’ambiente e nel contesto più consoni al suo sviluppo.

Cosa ancor più peggiore, alcuni di quei trentatrè bambini hanno già contratto il covid 19, altri probabilmente lo contrarranno nelle prossime settimane.
Qui siamo andati ben oltre la “semplice” violazione dei diritti umani, siamo già nel regno del palese abominio, dell’orrore.

Basterebbe un nulla al ministro Bonafede per risolvere questo problema.
Eppure continua a lasciare quei 33 bambini in galera, nel silenzio assordante delle istituzioni.

No, il covid non è una livella, come ho letto in qualche commento illuminato sul tema. Il covid non appiana le differenze di classe, al contrario le approfondisce.
Ad alcuni fa molto più male che ad altri.

Ristoro

Ho scoperto un totocovid clandestino nel mio palazzo. Puntano sui vecchi, il portiere prende le quote, bisogna azzeccare il prossimo che finirà in terapia intensiva.
Sembrano soldi facili, non lo sono. Non basta puntare al più compromesso. Le persone, ahimè, sono coriacee.
«Se solo conoscessi un virologo», me lo ripeto ogni sera: «Se solo avessi il numero di un dannato virologo, batterei quel maledetto Sciuto del terzo piano». Quell’uomo ha un fiuto pazzesco.
L’unico modo di batterlo sarebbe affidarsi alla scienza. Ci ho provato e riprovato, ma ancora nulla.
Le informazioni su patologie pregresse e malattie stagionali sono poche e difficili da acquisire, e comunque nascondono insidie inaspettate: è più promettente un diabete melito o un’insufficienza cardiaca che si protrae da anni? Ci sono più probabilità di essere contagiato giocando a canasta o a briscola? Meglio un settantenne acciaccato o un novantenne in salute?
Sono tutti quesiti dirimenti a cui non so dare risposte valide.

D’accordo, lo ammetto: finora ho sempre perso, ma non mi perdo d’animo, pian piano sto imparando. L’ultima volta ci sono andato veramente vicino. Avevo puntato sulla moglie e invece se ne è andato il marito.

Ad ogni modo, è solo questione di tempo, presto farà un bel gruzzoletto.

Per riparare alla perdite ho messo su una bella lotteria di capodanno di quartiere. Ho raccolto le quote, 50 euro a testa, ii 31 dicembre i sopravvissuti si dividono la vincita. Sta andando benissimo. Mi sa che l’allargo anche ai quartieri limitrofi.

Com’è che dicevamo? “Andrà tutto bene”?
Beh, finalmente sta andando tutto bene. Sentivo il bisogno di un po’ di ristoro. Speriamo che duri.

Domani

Il governo nazionale sospetta che la giunta regionale siciliana abbia fatto pressioni indebite per falsare il numero dei propri posti letto in modo da evitare un lockdown maggiormente restrittivo. Per fugare ogni dubbio, la prossima settimana invierà i NAS allo scopo di verificare la reale capienza degli ospedali siciliani.

Dopo aver letto questa notizia, come ogni notte, ieri, mi sono domandato a cosa servono di preciso le regioni e com’è possibile che abbiamo delegato a questi baracconi clientelari – tanto assurdi quanto inutili – un aspetto così cruciale della nostra vita comune quale quello della salute pubblica.

Ero lì che mi lambiccavo, che provavo a costruire dei ragionamenti e confutarne altri, quando d’improvviso la risposta è emersa da sola, in tutto il suo fulgore: Le regioni non servono a una beata minchia. Andrebbero abolite domani.

È stato un momento molto intenso.
La luce di quelle parole, irradiando, ha illuminato per un istante la stanza da letto con una potenza enorme, inarrestabile. Era come se il bianco abbracciasse ogni cosa, me compreso. È durato un attimo.
Poco dopo, il bianco intenso è cominciato a scemare, sono scoppiettati dei baluginii sempre più diradati finché ogni barlume è scomparso, inghiottito dalle tenebre.

Dieci giorni

Oramai è solo questione di tempo. Basta aprire un giornale o guardare un servizio al telegiornale per rendersene conto, osservare la cura con la quale minimizzano la saturazione delle UTI, la crescita dei decessi.

Ci apprestiamo a varare dieci giorni di allentamento spudorato delle misure in prossimità delle feste, in modo da rilanciare ancora una volta i consumi, un “libera tutti” allegro, spensierato simile a quello estivo, dove tutto è lecito, tutto è consentito, e poi via di nuovo un bel bagno di sangue.

Dato che la fantasia non è il nostro forte, chiameremo questo ennesimo bagno di sangue “terza ondata”, per distinguerla dal bagno di sangue che stiamo vivendo adesso, la “seconda ondata”.
Questa qui delle ondate è un’immagine che funziona sempre, dà a tutto una parvenza di razionalità.

“Era una così brava persona, credeva realmente che la curva dei contagi stava rallentando” sarà una delle frasi più gettonate nei funerali sotto le feste.
Saranno riti frugali, intimi, parteciperanno solo i familiari più stretti, gli stessi che poco dopo daranno vita al consueto cenone della vigilia.

Sì, insomma: sarà un natale all’insegna dell’allegria, poco ma sicuro.

«Pierino, cosa ti ha portato Babbo Natale quest’anno?»
«Un tabuto».

«Ma che mortorio questo cenone!»
«Eccone un altro che si è ripreso, presto togliamolo da qui e intubiamo quel povero cristo! Presto! Presto!»

«Scar-ta! Scar-ta! Scar-ta!»
«Oh, che bello, una bambola, proprio quella che volevo. Chi me l’ha regalata? Fatemi indovinare… mmmm… la nonna? Lo sapevo! Graziegraziegrazie. Nonna? Nonna? Nooooooonna!»

Potrei continuare così per ore, mi fermo solo perché in questi giorni l’humor nero mi sembra soltanto una forma piuttosto infantile di autocommiserazione.

«Papà, papà, non sento più i sapori!»
«Tranquillo, è il polpettone di zia Rosetta, è ogni anno così»

Innamorati

Alberto Maria Genovese, lo startupper accusato di aver drogato, sequestrato, seviziato e stuprato una ragazzina – e chissà quante altre – per ore e ore nel suo attico in centro a Milano, ieri durante un interrogatorio durato quattro ore ha affermato di averlo fatto perché ha problemi con le droghe.

D’altra parte (cito) “quando assumo droghe sono fuori di me, non sono più consapevole di ciò che faccio”, e (cito ancora): “la mia vita è per l’80% sana, sono una persona a posto che non farebbe mai del male. Voi avete scavato solo nella parte cattiva della mia vita, ma per il resto sono una brava persona”.
So che non si dovrebbero estrapolare frasi dal contesto, che è ingiusto, ma, credetemi, il contesto è persino più deprimente.

Ha anche aggiunto (e cito un’ultima volta); “nella mia percezione noi eravamo innamorati e stavamo trascorrendo una serata bellissima”.

Noi eravamo innamorati.

Non c’è dubbio che sia una percezione assai strana dell’amore, una delle più strane che abbia mai letto. Viene da chiedersi cosa faccia assieme alla amata nelle serate pessime, se nelle serate bellissime la sequestra, la droga, la sevizia e la stupra per più di 24 ore.

Ad ogni modo, non è da me giudicare, ognuno ha il diritto di amare come gli pare.

Spero soltanto – questo sì – che qualcuno si innamori di Alberto Maria Genovese nello stesso identico modo con cui lui si è innamorato di ragazzine in questi anni.
Mi auguro che sia qualcuno che abbia la sua stessa predilezione per infliggere dolore, umiliazione, sofferenza al prossimo e che abbia tanto, ma tanto, ma tanto tempo per trascorrere assieme a lui serate bellissime. Indimenticabili.

Fiducia

Nei giorni scorsi, gli avvocati difensori di 4 detenuti del carcere Milano Opera hanno segnalato che i loro assistiti sono risultati positivi al test.
Le comunicazioni del Dap ai sindacati, però, non indicavano alcun positivo a Opera.

Stesso discorso per il carcere di Tolmezzo. Benché siano stati segnalati 12 positivi in regime di carcere duro (all’interno del quale, tra parentesi, il contagio dovrebbe essere materialmente impossibile), quei 12 positivi non compaiono in alcuna statistica ufficiale. Nelle curve dei contagi semplicemente non esistono.

Mi si dirà: “E beh sono soltanto 16 persone”.
È vero sono soltanto 16 persone, ma sono 16 persone richiuse in carcere e il carcere dovrebbe essere la comunità dove è più facile tenere traccia dei contagi, dei cluster, del grado di rischio connesso alle cariche virali. Il fatto che non sia così è parecchio indicativo del caos in cui viviamo.

Ieri, ho sentito e letto di discussioni molto accanite sul numero di indicatori da utilizzare per decretare il colore di una regione. Il governo difendeva 21, le regioni urlavano 5, alcuni opinionisti ne proponevano 10. Sono state tutte azzerate dalla comunicazione del numero di morti: 753 in un solo giorno. Caso più unico che raro, anche i “minimalisti” hanno preferito il silenzio alle solite frasi: “Però la curva dei contagi sta rallentando”, “Ci vuole ancora tempo per registrare i benefici delle misure intraprese” e via dicendo.
Sono rimasti soltanto gli appelli a riporre comunque fiducia nei dati.

Personalmente dubito che i dati possano dirci alcunché di sensato se nemmeno in carcere riusciamo a (o vogliamo) campionarli in maniera adeguata.

Bizzarrie

In questo momento, c’è un sacco di gente non più positiva rinchiusa in casa, in attesa di una risposta dalle USCA. Vorrebbe tornare alla vita di tutti i giorni, potrebbe farlo senza arrecare danno a nessuno, ma non può.

Allo stesso tempo, c’è un sacco di gente che dovrebbe andare in isolamento, perché potenzialmente positiva, ma non lo fa perché non viene intercettata dalle ASP di competenza per via di protocolli abbastanza assurdi e regole prive di senso. Così continua a muoversi, a incontrare gente, a fare tutto ciò che solitamente si fa quotidianamente, con o senza pandemia.

L’impressione è che stiamo facendo di tutto, ma proprio di tutto, per propagare il contagio, per renderlo esponenziale.

Ma è impossibile preoccuparsene realmente perché, nel frattempo, bisogna continuare a lavorare, bisogna mandare i bambini all’asilo, bisogna provare a garantire loro una seminormalità, venendo continuamente a patti con tutte le preoccupazioni e le scelte morali che vivere in mezzo a una pandemia comporta.

“Che fare?”: è una domanda che mi pongo spesso, quasi ogni giorno, senza mai trovare risposte adeguate, sempre e solo palliativi.

Ieri, intanto, abbiamo superato la soglia dei 700 morti, dopo che per due giorni la curva era scesa sotto i 600. 731 per la precisione.

Negli articoli che ne parlano, c’è sempre qualcuno che minimizza – “è soltanto una percezione”, “la curva, in realtà, sta rallentando” – e qualcun altro che si preoccupa dello shopping natalizio. Idem nei servizi televisivi: minimizzazione e timori per il calo dei consumi.
I morti rimangono sullo sfondo. Non sono nemmeno più un numero, sono soltanto un imprevisto, una bizzarrìa statistica. C’è un tale disprezzo in questo atteggiamento, eppure è la realtà, è ciò con cui dobbiamo confrontarci, attribuirle un giudizio morale non ha senso.

“Che fare?”, dunque. Bu. Impossibile stabilirlo. È un quesito che si può soltanto rimandare.

Bassa stagione

In televisione, una voce dice qualcosa. Ho lasciato il volume basso, molto basso, non voglio che gli altri si sveglino. Percepisco soltanto un mormorio.
Mi avvicino, tendo l’orecchio. “C’è un Italia diversa, un’Italia capace di cambiare”. Lascio subito perdere.
Fuori piove. Le temperature sono scese e questo è un problema.
Mi sposto in cucina. Apro la moka, svuoto il serbatoio – c’è come un “plock” – lo lavo, lo riempio di nuovo. Avvito. Clack. Clack. Clack.
Metto tutto sul fornello, accendo la fiamma. C’è come un “click”.
Aspetto.
Dopo qualche minuto, sento il gorgoglio del caffè.
Che belli, i rumori.

Tra un po’ si torna al tran tran quotidiano. Mi toccherà sentire la frase: “Tanto ci chiuderanno presto” almeno una decina di volte.
È una di quelle frasi a cui non so cosa rispondere.
Al momento non mi sembra che nessuno voglia chiudere niente. Tergiversiamo nella speranza che i morti non superino la soglia oltre la quale è impossibile fingere di non vederli. Ma questo è meglio non dirselo. Meglio ripetersi che presto, prestissimo, si chiuderà e annuire compunti.
D’altra parte, sperare non costa nulla. È una delle poche cose che non rischia di mettere in ginocchio l’economia nazionale, gli interessi strategici del Paese.

Turisti

Ieri, ho visto dei turisti in città.
Devo essere sincero: sul momento non ho provato alcuno stupore. Un attimo dopo ero lì che mi chiedevo perplesso: «Turisti? A Catania? Che diavolo ci fanno dei turisti a Catania in pieno lockdown arancione?»

Ho avuto una reazione simile quando ho scoperto che ieri si concludevano gli Stati Generali M5S.
Sul momento mi è sembrato normale. Un attimo dopo ero lì che mi chiedevo perplesso: «Cinquestelle? Ho sentito bene: Cinquestelle? Perché? Ne esistono ancora? Ma pensa te che cosa incredibile, che cosa strana».

Non che la mia giornata sia cambiata, questo no, ma è diventata – come dire? – più trasognata, più malinconica.
Di tanto in tanto, fissavo il vuoto impensierito. Quando Vale mi chiedeva: «Che c’è? Che hai?», rispondevo laconico: «I cinquestelle, capisci? I cinquestelle. Incredibile» scuotendo il capo. Dopodiché tornavo a fare quello che stavo facendo, magari continuando a mormorare: «Incredibile» per un altro po’. La vita è strana.

Tre cavalli

Temo di non essere molto bravo a raccontare le storie della buonanotte.

Ho soltanto tre cavalli di battaglia – Cappuccetto Rosso, I tre porcellini e Il gatto con gli stivali – esauriti i quali, non mi resta che riciclare in maniera becera Il fantasma formaggino, l’unica altra storia che conosco fino alla fine, spacciandola per favola.

E solitamente, quando sono lì che penso: “Ecco, ci siamo, sta ronfando”, Nicolò spalanca gli occhi di botto e mormora con la voce impastata dal sonno: «Scusa, papà, mi ero addormentato. Dov’è che eravamo rimasti?».

Ogni volta mi tocca ricominciare da capo – Cappuccetto Rosso, I tre porcellini, Il gatto con gli stivali, riciclo spudorato de Il fantasma formaggino – e così via, all’infinito.

Sei piccoli studenti

C’è un appartamento abitato soltanto da studenti fuoricorso, sei studenti universitari, per la precisione: tre matricole, tre fuoricorso.

Da circa un mese, sono alle prese con un mistero tanto oscuro, quanto insolubile. Ogni mattina dei peli pubici – ricci e coriacei – fanno bella mostra di sé sullo sfondo bianco della porcellana, di là, in bagno. Di tanto in tanto, compare anche un tarzanello.
È evidente: qualcuno dei coinquilini, nottetempo, fa il bidè nel lavandino.

Ma chi, dannazione, chi?
Chi può compiere un’azione tanto abominevole?

Tutti dubitano di tutti.
Le recriminazioni sono all’ordine del giorno.

Che sia colpa di Giorgio, con quei suoi modini a posto, con quella sua implacabile mania del controllo?
O che sia piuttosto roba di Aldo, il fricchettone del gruppo, con quelle sue idee libertarie?
E se invece fosse Federico, così timido, così chiuso in se stesso?
E che dire di Vincenzo, il mezzo fascio bietolone e represso? È stupido d’accordo, immensamente stupido, ma questo non lo scagiona, anzi.
E Matteo, lo studente nichilista? Perché non sospettare anche di lui? Cosa gli impedirebbe di compiere un simile scempio? Solo d Andrea si può essere certi: lui pare dormire tutto il tempo di un sonno piombigno, ma è veramente così?

Le indagini arrivano presto a un punto morto.

E tanto per complicare una situazione già complicata di suo, la scorsa settimana, al risveglio, i sei coinquilini hanno anche scoperto che un secondo crimine si è unito al primo: qualcuno ha cominciato pure a pulirsi il culo sugli asciugamani di tutti, qualcuno che ha deciso metodicamente di fare esplodere la loro convivenza.

Com’era facile da prevedere, lo sbalordimento iniziale, lascia subito il posto alla furia cieca. Finché…

Non so perché, ma quando stamattina ho provato a scrivere qualcosa, è uscita questa storia qui.
Penso si tratti di una strategia di autoconservazione: qualunque cosa è meglio che pensare al covid.
Qualcuno guarda per intero La regina degli scacchi; qualcuno si appassiona all’interregno post elettorare degli Stati Uniti; qualcuno divora cassoni interi di nutella biscuits; qualcuno studia in maniera ossessiva le curve, le correlazioni, gli andamenti, scaricando i dati della protezione civile; qualcuno inizia a ritenere reali entità prive di qualunque realtà soggettiva come L’Unione Europea o il governo Conte; io mi appassiono alle vicende di un appartamento universitario attraversato da perverse fratture antropologiche.

È stupido, però funziona.

Ma è tempo di tornare al plot: finché i sei capiscono di aver sbagliato a considerare i due crimini assieme, come se fossero perpretati da un unico autore.
In realtà, in casa ci sono ben due colpevoli: uno lascia peli di cazzo in giro, l’altro striscia gli asciugamani. Ed è probabile che le due cose siano collegate. Ci sono segnali abbastanza certi che rimandino a un passato lontano, un passato che unisce il destino di due (o forse tre?) dei sei coinquilini.

Come scoprirlo? Cosa sappiamo della loro infanzia? Quali storie si annidano dietro quegli sguardi apparentemente indignati?

Sulla fiducia

Quella tra noi e la scienza è stata da sempre una relazione complicata.

Abbiamo impiegato secoli per accorgerci di lei e altrettanti secoli per capire le sue ragioni.
Gran parte delle sue prescrizioni erano controituitive, di difficile applicazione. Spesso andavano contro quanto diceva il nostro partner storica, la superstizione. Le sue parole alimentavano continuamente tensioni. Ci obbligavano a guardare in faccia la realtà: la superstizione era bella, ma stupida, tanto stupida, troppo stupida.
Alla fine, la coppia non ha retto più, la superstizione ci ha messo di fronte al più classico dei bivi: «O me, o lei» e noi, con lo sguardo basso, abbiamo mormorato: «Lei».

Per un po’ è andato tutto bene. C’era grande sintonia, un’intesa fenomenale. Ci siamo persino illusi di padroneggiare alcune certezze.

Poi è arrivato il novecento, e con esso i ripensamenti, la crisi delle certezze, le continue litigate, le scenate plateali.

Alla fine, abbiamo raggiunto una sorta di compromesso: magari la scienza non sarà perfetta come credevamo, magari sarà attraversata anche lei da fratture insanabili, linee di fuga, buchi come tutti, come tutto, ma a conti fatti continuiamo comunque ad amarla. D’altra parte con la superstizione si stava molto peggio.
Così – seppure con tutti i se e i ma del caso – abbiamo continuato a portare avanti questa relazione, abbiamo preferito non staccare la spina.

Tutto, però, si basa unicamente sulla fiducia. È la fiducia il legante. Non c’è altro, oltre la fiducia, che rema a favore di questa nostra relazione. E la fiducia tende a esaurirsi, è una sua caratteristica.

Siamo nel pieno di una seconda ondata, il covid sta travolgendo ogni cosa.

Contro di esso disponiamo soltanto di poche conoscenze disorganizzate, desunte per lo più da quello che siamo riusciti a carpire al caos nei mesi della scorsa primavera. Le stiamo provando a estendere, ma è un lavoro molto lento e molto duro, al quale sta lavorando parecchia brava gente.
Affinché questo loro lavoro abbia senso, è fondamentale che le tesi su cui si lavora non vengano falsate o, peggio, lette in chiave consolatoria (o, ancora peggio, propagandate in chiave apologetica), altrimenti corriamo il rischio di opporre credenze ad altre credenze e di far crollare quella fiducia su cui si basa tutto.

E se crolla la fiducia nella scienza, il costo sociale di tale crollo è enorme. Da lì in poi ogni ipotesi diventa lecita, si aprono di botto praterie sconfinate per qualunque comportamento irrazionale.

Purtroppo, specie nelle ultime settimane, stiamo lavorando nella direzione sbagliata. Epidemiologi e virologi non fanno altro che contraddirsi a vicenda.
Il valore empirico del tasso dei positivi è ampiamento sovrastimato.
Al contrario, il trend dei decessi non viene analizzato, quasi che volessimo esorcizzarlo.
I dati sulle capienze dei posti in terapia intensiva sono falsati dalla presenza di posti “attivabili” che però non riusciamo ad attivare.
Si propaganda il valore euristico di 21 indici senza spiegare l’algoritmo secondo il quale questi indici sono aggregati insieme.
Forniamo i dati, ma li oberiamo di sovrainterpretazioni insensate che li rendono inutili.
Il risultato è che le stime sul picco dei contagi somigliano più a vaticini che a ragionamenti sensati.

Stiamo, insomma, costruendo un immenso castello di carte nell’illusione che basti, da solo, ad arginare gli eventi.

È soltanto questione di tempo.
Presto, rincasando, noteremo un bigliettino poggiato sul tavolo della cucina: “Basta, non ce la faccio più, addio”. A quel punto sarà inutile subissarla di telefonate, messaggi, vocali di scuse, la scienza non risponderà più. Si farà un’altra vita.
Ed è probabile, molto probabile, che a quel punto, prostrati, sconfitti, disperati, anziché farcene una ragione, torneremo a comporre il numero della superstizione. E lei non vede l’ora di accoglierci a braccia aperte.

Sempre allegri

No, non c’è molto da essere allegri.

Ieri abbiamo avuto 623 morti, il giorno prima 583. Eppure nelle analisi dei dati prevale ancora un leggero ottimismo, a quanto pare la percentuale dei positivi è scesa ancora, “sta rallentando”. Il guaio è che senza più un tracciamento valido, con un numero di tamponi variabile (e non prevedibile) e senza alcuna regola di campionamento applicabile ai dati, considerare il tasso di positivi come un parametro affidabile non ha senso. Tanto vale studiare i fondi del caffè e tirarne fuori vaticini.
Malgrado ciò, Battiston, un fisico serio, ieri sull’Ansa e oggi su Repubblica ha basato su quel dato gran parte della sua analisi consolatoria, senza che nessuno lo smentisse.

Lo scrivevo a marzo, lo scrivo di nuovo oggi: solo i morti non mentono.
I decessi sono l’unico dato reale su cui è possibile valutare le strategie che mettiamo in campo, l’unico indice affidabile.
Fino a ieri avrei aggiunto anche il tasso di occupazione delle terapie intensive, oggi no, non più. Rimane sempre calcolato sul numero di posti letti “attivabili” non su quelli reali, lo ha denunciato il sindacato degli anestesisti la settimana scorsa, e quello degli internisti, ieri. Non è un dettaglio da nulla. Senza un ancoraggio alla realtà, da una fotografia distorta della tenuta dell’intero sistema.
E poi dipende troppo dai protocolli di cura, basta cambiare quelli per rallentare la curva di occupazione. E ciò è molto probabile che accada, specie se il sistema sanitario è parcellizzato e prossimo al collasso. Accettare meno pazienti, per mantenere comunque dei posti liberi. Sovrappore principi brutali di ordine pratico a quelli deontologici.

Ho controllato i dati. Le curve dei decessi e del tasso di occupazione delle UTI hanno iniziato a discostarsi in maniera sostanziale. La prima cresce in modo quasi esponenziale, la seconda in maniera linerare.
Ad aprile, questo fatto ha segnato l’inizio del collasso.
È un’ulteriore sentinella: il punto di rottura è molto vicino.

E non ha senso dirsi che i decessi si riferiscono alla situazione di due settimane fa, non tengono conto del lockdown distribuito che abbiamo messo in campo dopo.
È in parte vero, ma, per quanto consolante, non riduce il problema, lo acuisce soltanto.

Qual è la situazione adesso, se quindici giorni fa avevamo un trend reale di contagi (segnalato dai decessi di oggi e non dai tamponi effettuati allora) quasi esponenziale?
Quante probabilità ha di funzionare il lockdown a zone che stiamo applicando al territorio nazionale?

Non molte, anche sforzandosi di essere ottimisti.

I 21 indici sui quali abbiamo fondato la strategia sono molto confusi. Idati inviati dalle regioni spesso sono aggregati in maniera parecchio strana, diciamo così; talmente strana che l’altro ieri, in Campania, dei commissari governativi sono andati a verificare la validità dei dati inviati dalla Regione. Ovviamente non è un problema solo campano, è un problema nazionale. Le regioni stanno barando. Giocano con i parametri. Rinviano il momento in cui saranno dichiarate “rosse”.

Forse sarebbe ora di ammettere che la riforma del titolo V è stata un errore madornale. La sanità non può essere delegata a organismi regionali. Quello che sta accadendo in questi giorni è sotto gli occhi di tutti: i Presidenti di Regione stanno facendo tutti campagna elettorale, nessuno escluso. D’altra parte, perché dovrebbero fare diversamente? Scaricano le responsabilità sul governo centrale e, a seconda dell’orientamento, provano a spremere il maggior consenso possibile approfittando della situazione. È un gioco win win, non si capisce perché non dovrebbero perseguirlo.

D’altronde, nemmeno la loro controparte ha qualcosa da perdere. Le due figure simbolo, le due icone pop a cui facciamo spesso riferimento ogni qualvolta discutiamo di strategie, Conte e Speranza, sono entrambe nelle condizioni migliori per fare da parafulmine. È chiaro che non hanno nessun futuro da tutelare dopo la presente legislatura. Scompariranno nell’ombra senza lasciare traccia.
E ciò pone un’enorme differenza tra noi e Paesi come la Francia, la Germania, la Spagna, L’Austria, il Belgio, etc.: loro hanno figure iconiche (Merkel, Macron, Sànchez, Kurz, etc.) che hanno realmente qualcosa da perdere. Non possono giocare a lungo a rimpiattino con le responsabilità senza poi pagarne il prezzo.
Da noi, invece, è possibile giocare e (quel che è peggio) all’infinito.

In una situazione simile, è facile che vinca chi è capace di fare la pressione maggiore.
E tra salute ed economia, al momento, prevalgono di gran lunga le ragioni dell’economia.
Il piccolo corporativismo che ha riempito le piazze nei giorni scorsi è soltanto fumo negli occhi, nasconde una pressione più grande e molto più pervasiva.
Durante il primo lockdown, i piccolo e medi capitali aggregati intorno a Confindustria hanno parlato molto, specie quando si è messo in discussione il tabù della chiusura delle fabbriche.
Adesso, hanno smesso di parlare, non so se qualcuno l’ha notato, nessuna dichiarazione, nessun appello, tranne che per la questione ristori.
La ragione di questo loro atteggiamento è molto semplice: parlano altri per loro. Parla il governo. Parlano le regioni. Parlano i grossi gruppi editoriali. E in molti casi, abbiamo introiettato talmente a fondo la loro ideologia che parliamo noi, per loro, che esponiamo noi, i nostri corpi, in piazza, per loro, anche se ciò sembra assurdo, anche se ciò è, nei fatti, assurdo.

Ed è inutile, oltre che ingenuo, riservare troppe speranze in tempi brevi per la somministrazione del vaccino.
Benché si parli dell’arrivo di 50 milioni di dosi in Europa entro la terza settimana di gennaio, non è ancora chiaro se le multinazionali che lo producono abbiano effettivamente tale capacità di produzione.
E se anche l’avessero, parliamo di un vaccino che necessita di temperature molto basse per essere trasportato e che, quando viene portato a temperatura ambiente, deve essere somministrato entro 3 giorni, due condizioni che rendono la sua distribuzione un’opera titanica. Non siamo attrezzati per una copertura reale del territorio nazionale, in tempi tanto brevi.
Oltretutto, ieri si è scoperto che Albert Bourla, il CEO della Pfizer, ha venduto il 60% delle sue stock, lo stesso giorno dell’annuncio della prossima pubblicazione di uno studio che dimostrerebbe l’efficacia del vaccino che sta producendo, una mossa molto strana. Sono possibili due interpretazioni: forse ha voluto monetizzare subito il vantaggio competitivo temendo che altri vaccini fossero annunciati nei prossimi giorni; o forse ha semplicemente manipolato il mercato illudendo tutti dell’imminente arrivo di un vaccino che probabilmente non è tanto imminente e nemmeno tanto infallibile.
Propendo per la seconda ipotesi, anche se faccio il tifo per la prima.

E poi c’è l’enorme problema della risorsa più preziosa per la lotta alla pandemia: i medici, gli anesestisti, gli infermieri, il personale medico a supporto. Non si può rigenerare all’infinito. La prima ondata l’ha stremato. La seconda ondata rischia di essere più estesa nel tempo della prima. Sebbene sia la risorsa chiave, gran parte dei calcoli che facciamo non tengono conto della deperebilità di questa risorsa.
Senza personale, comprare vaccini, comprare respiratori, creare ospedali dentro tendoni dell’esercito, non serve a nulla.

Certo: può darsi che tutto si risolva da sé, col giochino colorato che abbiamo messo su la settimana scorsa – qui arancione, lì rosso, lì giallo – non è un’ipotesi scartabile a priori.
Come, del resto, può anche darsi che stare allegri aiuti le nostre difese immunitarie a reagire meglio al covid, chi può saperlo?
Com’è che cantavano? “Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”. Beh, sembra la strategia dominante, quella a cui stiamo delegando la nostra salute.

Prendiamo tanto per il culo i seguaci di Qanon o i negazionisti, ci sembrano così buffi, con quelle loro oscure teorie del complotto, quella loro fede indistruttibile in colossali minchiate, ma non è che poi, nella pratica, ci comportiamo in maniera molto differente.

Il protocollo

Da quel che ho capito, se qualcuno ti domanda un parere su ciò che sta accadendo in questi giorni in America, è meglio seguire un protocollo.

Si deve, dapprima, fare una doverosa premessa: «Malgrado abbia prevalso Biden, gli Stati Uniti sono un Paese ancora dram-ma-ti-ca-men-te spaccato a metà» (è importante staccare bene la parola “drammaticamente”, serve a dare enfasi al concetto).

Poi, inarcando il sopracciglio, bisogna chiosare: «Occhio, però, ragazzi, il trumpismo è tutt’altro che morto. Sbaglieremmo a considerare il sovranismo definitivamente tramontato».

Infine, occorre rallegrarsi del fatto che «L’isolazionismo degli USA – quello sì! – è definitivamente tramontato» in modo da poter concludere con un singulto di moderato ottimismo: «Di sicuro il multilateralismo tornerà a essere decisivo», magari accompagnando ciascuna di queste affermazioni con ampi sospiri o espressioni di malcelato giubilo.

Se poi si vuole proseguire oltre e l’occasione lo consente, a rischio di strafare, si può anche sottolineare il fatto che Trump è l’unico presidente che non ha mai dichiarato alcun guerra nei suoi quattro anni di presidenza. È una di quelle frasi che non serve a granché, solo a ribadire la propria profonda conoscenza dell’impero statunitense. Se giocata nel momento giusto, però, può davvero incantare l’uditorio. Provare per credere.

Naturalmente, ognuno può declinare (o meglio: condire) queste affermazioni come vuole. I protocolli servono a questo, a liberare le forze sopite dell’interpretazione, liberi dal giogo della creazione.

Bisogna solo fare attenzione a non cascare nel più classico dei tranelli: NESSUNO – e quando dico NESSUNO, intendo proprio NESSUNO – dovrebbe mai e poi mai mettere in dubbio il fatto che il Presidente degli USA possa cambiare, da solo, le sorti del mondo.
La centralità della sua figura non può essere messa in discussione.
Sarebbe profondamente maleducato, oltre che fuori luogo.
Bisogna essere ottusi per pensarlo.

E via dicendo

Ieri, intorno all’ora di pranzo, il presidente della Pfizer, Albert Bourla, ha twittato una notizia storica: il vaccino anti-Covid a cui stanno lavorando assieme alla BioNTech è risultato efficace nel prevenire il 90 per cento delle infezioni durante la fase 3 della sperimentazione.

“Che culo”, ho pensato.

Sono andato a controllare. Purtroppo ricordavo bene.
Qualche settimana fa, la Commissione Europea aveva già siglato ben tre accordi per garantirsi l’approvvigionamento del vaccino, uno con AstraZeneca (300 milioni di dosi), uno con Sanofi-GSK (300 milioni di dosi) e uno con e Johnson & Johnson (200 milioni dosi). Con la Pfizer BioNTech nulla, solo indagini esplorative.
Considerato che in tutto i grandi gruppi sono 6, avevamo il 50% delle possibilità di azzeccare il cavallo giusto.
In pratica, abbiamo lanciato una monetina sperando uscisse testa, invece è uscita croce.
Consapevole di tutto ciò, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha subito twittato che: “La Commissione presto firmerà un contratto con loro per avere fino a 300 milioni di dosi, nel frattempo proteggiamoci a vicenda”.
“Proteggiamoci a vicenda”: d’accordo, senz’altro, ma “presto” quando? E a quale prezzo? A quali condizioni?
Bu.
Se hai un ruolo di comando, twitter è fantastico. Non devi badare a domande o contraddittori, ti devi occupare soltanto di like e commenti, niente di particolarmente importante.

In Italia, intanto, Burioni ha scritto su facebook, che “BioNTech , l’azienda che sta sviluppando il vaccino anti-COVID-19 insieme a Pfizer alla luce degli ottimi risultati chiederà autorizzazione alla messa in commercio con procedura d’urgenza la prossima settimana”.
“Messa in commercio” come se il vaccino fosse un farmaco da banco.
Chissà quanti, la prossima settimana, andranno in farmacia convinti di poter acquistare il vaccino.
Poveri farmacisti. Dovranno spiegare loro che in Italia manca ancora un piano vaccinale per il covid. E senza un piano vaccinale, avere un vaccino disponibile serve a poco o nulla, non è possibile né acquistarlo, né distribuirlo, né somministrarlo. Bene che vada, le prime dosi arriveranno a marzo. Da qui ad allora, molte altre persone saranno morte nel frattempo.

Ad ogni modo, questa qui del vaccino è decisamente una buona notizia.
Ci riflettevo su stamattina, mentre sospiravo pensando alle cose da fare.

Mi sono ricordato pure che da piccolo, la sera, non volevo togliermi i vestiti per paura di non ritrovarli l’indomani mattina. Temevo che scappassero via, vai a capire perché.

Adesso, invece, la mattina covo il sentimento opposto: al risveglio, nutro sempre la speranza che i vestiti siano scomparsi nottetempo. Sarebbe un bellissimo motivo per rimanere a letto. «Cazzo, mi sono scomparsi i vestiti! Vabbé pazienza, torno a dormire».

Peccato che non scompaiono mai. O forse scompaiono, e per un qualche motivo a me ingnoto, intorno alle cinque del mattino, tornano dove li avevo lasciati.

Così mi tocca alzarmi.

E svegliarmi.

E vestirmi.

E mettere su la moka.

E via dicendo.