Sempre allegri

No, non c’è molto da essere allegri.

Ieri abbiamo avuto 623 morti, il giorno prima 583. Eppure nelle analisi dei dati prevale ancora un leggero ottimismo, a quanto pare la percentuale dei positivi è scesa ancora, “sta rallentando”. Il guaio è che senza più un tracciamento valido, con un numero di tamponi variabile (e non prevedibile) e senza alcuna regola di campionamento applicabile ai dati, considerare il tasso di positivi come un parametro affidabile non ha senso. Tanto vale studiare i fondi del caffè e tirarne fuori vaticini.
Malgrado ciò, Battiston, un fisico serio, ieri sull’Ansa e oggi su Repubblica ha basato su quel dato gran parte della sua analisi consolatoria, senza che nessuno lo smentisse.

Lo scrivevo a marzo, lo scrivo di nuovo oggi: solo i morti non mentono.
I decessi sono l’unico dato reale su cui è possibile valutare le strategie che mettiamo in campo, l’unico indice affidabile.
Fino a ieri avrei aggiunto anche il tasso di occupazione delle terapie intensive, oggi no, non più. Rimane sempre calcolato sul numero di posti letti “attivabili” non su quelli reali, lo ha denunciato il sindacato degli anestesisti la settimana scorsa, e quello degli internisti, ieri. Non è un dettaglio da nulla. Senza un ancoraggio alla realtà, da una fotografia distorta della tenuta dell’intero sistema.
E poi dipende troppo dai protocolli di cura, basta cambiare quelli per rallentare la curva di occupazione. E ciò è molto probabile che accada, specie se il sistema sanitario è parcellizzato e prossimo al collasso. Accettare meno pazienti, per mantenere comunque dei posti liberi. Sovrappore principi brutali di ordine pratico a quelli deontologici.

Ho controllato i dati. Le curve dei decessi e del tasso di occupazione delle UTI hanno iniziato a discostarsi in maniera sostanziale. La prima cresce in modo quasi esponenziale, la seconda in maniera linerare.
Ad aprile, questo fatto ha segnato l’inizio del collasso.
È un’ulteriore sentinella: il punto di rottura è molto vicino.

E non ha senso dirsi che i decessi si riferiscono alla situazione di due settimane fa, non tengono conto del lockdown distribuito che abbiamo messo in campo dopo.
È in parte vero, ma, per quanto consolante, non riduce il problema, lo acuisce soltanto.

Qual è la situazione adesso, se quindici giorni fa avevamo un trend reale di contagi (segnalato dai decessi di oggi e non dai tamponi effettuati allora) quasi esponenziale?
Quante probabilità ha di funzionare il lockdown a zone che stiamo applicando al territorio nazionale?

Non molte, anche sforzandosi di essere ottimisti.

I 21 indici sui quali abbiamo fondato la strategia sono molto confusi. Idati inviati dalle regioni spesso sono aggregati in maniera parecchio strana, diciamo così; talmente strana che l’altro ieri, in Campania, dei commissari governativi sono andati a verificare la validità dei dati inviati dalla Regione. Ovviamente non è un problema solo campano, è un problema nazionale. Le regioni stanno barando. Giocano con i parametri. Rinviano il momento in cui saranno dichiarate “rosse”.

Forse sarebbe ora di ammettere che la riforma del titolo V è stata un errore madornale. La sanità non può essere delegata a organismi regionali. Quello che sta accadendo in questi giorni è sotto gli occhi di tutti: i Presidenti di Regione stanno facendo tutti campagna elettorale, nessuno escluso. D’altra parte, perché dovrebbero fare diversamente? Scaricano le responsabilità sul governo centrale e, a seconda dell’orientamento, provano a spremere il maggior consenso possibile approfittando della situazione. È un gioco win win, non si capisce perché non dovrebbero perseguirlo.

D’altronde, nemmeno la loro controparte ha qualcosa da perdere. Le due figure simbolo, le due icone pop a cui facciamo spesso riferimento ogni qualvolta discutiamo di strategie, Conte e Speranza, sono entrambe nelle condizioni migliori per fare da parafulmine. È chiaro che non hanno nessun futuro da tutelare dopo la presente legislatura. Scompariranno nell’ombra senza lasciare traccia.
E ciò pone un’enorme differenza tra noi e Paesi come la Francia, la Germania, la Spagna, L’Austria, il Belgio, etc.: loro hanno figure iconiche (Merkel, Macron, Sànchez, Kurz, etc.) che hanno realmente qualcosa da perdere. Non possono giocare a lungo a rimpiattino con le responsabilità senza poi pagarne il prezzo.
Da noi, invece, è possibile giocare e (quel che è peggio) all’infinito.

In una situazione simile, è facile che vinca chi è capace di fare la pressione maggiore.
E tra salute ed economia, al momento, prevalgono di gran lunga le ragioni dell’economia.
Il piccolo corporativismo che ha riempito le piazze nei giorni scorsi è soltanto fumo negli occhi, nasconde una pressione più grande e molto più pervasiva.
Durante il primo lockdown, i piccolo e medi capitali aggregati intorno a Confindustria hanno parlato molto, specie quando si è messo in discussione il tabù della chiusura delle fabbriche.
Adesso, hanno smesso di parlare, non so se qualcuno l’ha notato, nessuna dichiarazione, nessun appello, tranne che per la questione ristori.
La ragione di questo loro atteggiamento è molto semplice: parlano altri per loro. Parla il governo. Parlano le regioni. Parlano i grossi gruppi editoriali. E in molti casi, abbiamo introiettato talmente a fondo la loro ideologia che parliamo noi, per loro, che esponiamo noi, i nostri corpi, in piazza, per loro, anche se ciò sembra assurdo, anche se ciò è, nei fatti, assurdo.

Ed è inutile, oltre che ingenuo, riservare troppe speranze in tempi brevi per la somministrazione del vaccino.
Benché si parli dell’arrivo di 50 milioni di dosi in Europa entro la terza settimana di gennaio, non è ancora chiaro se le multinazionali che lo producono abbiano effettivamente tale capacità di produzione.
E se anche l’avessero, parliamo di un vaccino che necessita di temperature molto basse per essere trasportato e che, quando viene portato a temperatura ambiente, deve essere somministrato entro 3 giorni, due condizioni che rendono la sua distribuzione un’opera titanica. Non siamo attrezzati per una copertura reale del territorio nazionale, in tempi tanto brevi.
Oltretutto, ieri si è scoperto che Albert Bourla, il CEO della Pfizer, ha venduto il 60% delle sue stock, lo stesso giorno dell’annuncio della prossima pubblicazione di uno studio che dimostrerebbe l’efficacia del vaccino che sta producendo, una mossa molto strana. Sono possibili due interpretazioni: forse ha voluto monetizzare subito il vantaggio competitivo temendo che altri vaccini fossero annunciati nei prossimi giorni; o forse ha semplicemente manipolato il mercato illudendo tutti dell’imminente arrivo di un vaccino che probabilmente non è tanto imminente e nemmeno tanto infallibile.
Propendo per la seconda ipotesi, anche se faccio il tifo per la prima.

E poi c’è l’enorme problema della risorsa più preziosa per la lotta alla pandemia: i medici, gli anesestisti, gli infermieri, il personale medico a supporto. Non si può rigenerare all’infinito. La prima ondata l’ha stremato. La seconda ondata rischia di essere più estesa nel tempo della prima. Sebbene sia la risorsa chiave, gran parte dei calcoli che facciamo non tengono conto della deperebilità di questa risorsa.
Senza personale, comprare vaccini, comprare respiratori, creare ospedali dentro tendoni dell’esercito, non serve a nulla.

Certo: può darsi che tutto si risolva da sé, col giochino colorato che abbiamo messo su la settimana scorsa – qui arancione, lì rosso, lì giallo – non è un’ipotesi scartabile a priori.
Come, del resto, può anche darsi che stare allegri aiuti le nostre difese immunitarie a reagire meglio al covid, chi può saperlo?
Com’è che cantavano? “Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”. Beh, sembra la strategia dominante, quella a cui stiamo delegando la nostra salute.

Prendiamo tanto per il culo i seguaci di Qanon o i negazionisti, ci sembrano così buffi, con quelle loro oscure teorie del complotto, quella loro fede indistruttibile in colossali minchiate, ma non è che poi, nella pratica, ci comportiamo in maniera molto differente.

3 thoughts on “Sempre allegri

  1. “”solo i morti non mentono.
    I decessi sono l’unico dato reale su cui è possibile valutare le strategie che mettiamo in campo, l’unico indice affidabile.”

    Personalmente sono davvero sconfortato, perché ormai siamo al punto che anche ai morti non si crede. Dall’alto siamo governati da vabbé che ne parliamo a fare. Dal basso, io vedo – spero sia solo la mia particolare bolla sociale ma temo di no – un diffusissimo atteggiamento, non dico necessariamente negazionista, ma quantomeno minimizzante, della serie
    “sì esiste ma in realtà è poco più di un’influenza stagionale”
    “sì esiste ma i morti sono colpa delle cure sbagliate”
    “sì esiste ma lo usano come scusa per resettare la società”

    davvero sconfortante

    Liked by 1 person

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